Monthly Archives: giugno 2017

Mako mushkelah

Le ultime ore ad Hammam al-Alil sono state le più difficili.
Non ricordo nessuno dei nomi dei pazienti che ho curato, mi capita anche in Italia, però mi ricordo gli sguardi di ciascuno di loro. Due donne, tre bambini e un uomo.
Mi piace chiamarla “la piccola strage della farina”, a memoria della strage del pane di Sarajevo, perché le guerre fanno tutte schifo allo stesso modo.
Dicono che si fosse sparsa la voce che distribuissero della farina. In molti sono accorsi per averne un po’ per la propria famiglia. Sono stati presi in pieno da una granata.
La prima ragazzina ha 8 anni. Capelli lunghi, neri come gli occhi. Una scheggia le ha trapassato l’addome e le ha bucato l’intestino. Piccole lacerazioni che il chirurgo ha riparato senza difficoltà. Starà bene.
Una madre, 4 figli, è stata più sfortunata. Sguardo terrorizzato di chi sta male ma ce la deve fare. Anche a lei una scheggia ha bucato l’intestino, ma ha fatto molti più danni a livello del pavimento pelvico, causandole una emorragia gravissima. L’intervento non è potuto essere risolutivo. Durante la notte le sue condizioni sono peggiorate ed è entrata in uno stato di sepsi. Abbiamo deciso di riportarla in sala operatoria al mattino, consapevoli che sarebbe stata dura, ma ci abbiamo provato lo stesso: lo dovevamo ai suoi quattro bimbi. Abbiamo finito l’intervento, ma ormai avevo capito che non sarei riuscito a svegliarla dall’anestesia. Gli ospedali da campo obbligano a fare delle scelte, sai già a priori che alcune condizioni non le potrai curare, ma poi queste condizioni ti si presentano lo stesso. Tu sai che in altri contesti potresti fare di più per restituire una mamma ai suoi bambini, qui no, e brucia, brucia tanto. Ho aspettato in sala operatoria, insieme al mio infermiere di anestesia e al mio amico chirurgo iracheno, che il suo cuore smettesse di battere.
Alla seconda bimba, 4 anni, capelli ribelli, una scheggia ha distrutto il femore. È stata medicata in un punto di primo soccorso vicino alla linea del fronte (li chiamiamo TSP, Trauma Stabilization Point) ed è stata mandata da noi. Quando è arrivata aveva tanto male. Ci siamo resi conto che la frattura da sola non giustificava un dolore così e aprendo la medicazione abbiamo capito che oltre al femore era stata distrutta anche l’arteria femorale, il vaso che porta il sangue a tutta la gamba. L’arto era freddo per l’ischemia, probabilmente già da diverse ore. L’abbiamo portata subito in sala operatoria. Quattro ore di intervento per ricostruire l’arteria danneggiata e permettere al sangue di arrivare fino al piede. L’ho svegliata che fuori albeggiava. Con la luce del giorno abbiamo potuto trasferirla in un centro di chirurgia vascolare dove capiranno se il nostro intervento eroico è stato in grado salvarle almeno un pezzo di gamba.
La seconda donna è arrivata in condizioni abbastanza stabili. Era ancora sufficientemente energica da poter urlare contro la nostra infermiera svizzera che voleva rimuoverle il reggiseno. Le abrasioni sull’addome non potevano però lasciarci tranquilli: se l’è cavata con l’asportazione della milza, spaccata in due. È l’unica dei sei personaggi di questo racconto di cui posso ricordare il sorriso dopo l’intervento.
Un bimbo, 3 anni, è stato investito dalla forza dell’esplosione. Me lo hanno portato in sala che era sveglio, la pelle del braccio e della gamba penzolante come stracci sporchi di terra. Era tranquillo. Continuava solo a ripetere la stessa frase: “Ho sete”.
Abbiamo pulito chirurgicamente tutte le ferite e lo abbiamo poi trasferito in un centro per ustionati. Se la caverà, anche se avrà bisogno di diversi interventi per riscoprire la cute.
Alla fine c’è un uomo. Lui non era alla strage della farina. Era in carcere, in attesa di un processo. È uno dei tanti sospettati di essere appartenente o complice di Daesh. È stato torturato con la corrente elettrica fino a distruggergli i reni. Negli ultimi giorni abbiamo iniziato ad accogliere alcuni prigionieri del centro di detenzione di Hammam al-Alil. Qualche centinaio di persone stipate in una stanza senza finestre, dormono a turni perché non c’è spazio per coricarsi tutti insieme. È un dilemma enorme: curare un prigioniero, che vive in condizioni disumane, sapendo che rimetterlo in salute significa riconsegnarlo ai suoi aguzzini o rinunciare a priori sapendo che lascerai morire una persona?
Ci sono i pensieri e ci sono le persone. Questo ragazzo ha la metà dei miei anni. Non so di che cosa sia sospettato esattamente. Abbiamo attraversato anche noi, nel nostro dopoguerra, il tempo del sospetto e della giustizia facile. Forse non ha alcuna colpa, magari invece ha picchiato, stuprato e ucciso una donna indifesa. Io ho visto davanti a me solo un ragazzo rattrappito, incapace di bere da solo, che faticava a parlare. Abbiamo deciso di provare a curarlo, ma presto ci siamo resi conto che avrebbe avuto bisogno di dialisi. Solo l’ospedale di Mosul avrebbe potuto trattarlo. Abbiamo provato per due volte a trasferirlo, senza successo. Magari avevano tanti altri casi da trattare. Magari non hanno voluto prendersi in carico un prigioniero. Chi può capire che cosa significhi per un medico o per un infermiere di Mosul decidere di curare uno che ha contribuito a trasformare la città in un inferno? Io non lo immagino. So solo che ho chiesto al mio di infermiere, quello che era in turno con me domenica in Terapia Intensiva, se se la sentisse di alleviare le sofferenza di un uomo che stava morendo per mancanza di aria. Lui mi ha riposto di sì. Così abbiamo fatto. Medicina palliativa, questa la si può fare ovunque, basta un po’ di pietà. Ho aspettato che smettesse di respirare prima di salire sulla macchina, con il ricordo dei suoi occhi vuoti, per fare ritorno a Erbil.

Passano gli anni e i pensieri si fanno più complessi, riesce sempre più difficile condensarli in poche righe. Dico solo che per un attimo ho pensato che sarebbe stata la mia ultima missione, tanto ho faticato all’inizio ad accettare alcuni situazioni abitative. Poi mi sono rimesso in gioco, ho grattato il fondo del mio barattolo di flessibilità, ho fatto qualche intervento a gamba tesa, ho sorriso molto. Le cose che so fare. Sono riuscito a migliorare qualcosa anche per i miei colleghi.
Volo sopra la Turchia, tra poco sarò a Istanbul e domattina sul mio lago.
No, non ce la faccio, non sarà l’ultima.
“Mako mushkelah”, nessun problema. È stato il tormentone che ci ha accompagnato in queste settimane, una sorta di “Hakuna Matata” arabo. Vi lascio con questa frase. Perché alla fine la vita è un grande gioco, vince chi non si prende troppo sul serio.
Andiamo in garage. Grazie a chi è arrivato con me fino alla fine, ma anche a chi ha fatto solo una fermata. Mako mushkelah.

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PHCC

Ultimo giorno ad Hammam al-Alil.
Dal mio arrivo in ospedale sono già cambiati i due chirurghi e un anestesista. Domani, arriverà il mio sostituto, mentre io sarò in viaggio per Erbil. Mi fermerò lì fino a martedì. Il programma prevede debriefing e birra. Martedì Erbil-Istanbul, mercoledì Istanbul-Malpensa.
Tra i vari problemi che stiamo affrontando c’è quello relativo alle dimissioni degli infermieri e dei medici locali, che vogliono tornare a lavorare per i loro ospedali governativi. È un segnale positivo, perché significa che stanno riaprendo centri che erano stati distrutti dalla guerra, anche se siamo in difficoltà. Stiamo facendo molte interviste per reclutare nuovo personale. La maggior parte degli ospedali di Mosul è stata danneggiata o distrutta. Alcuni sono stati devastati e incendiati dalle milizie Daesh durante la loro ritirata. Nonostante questo, il sistema sanitario, si sta lentamente riprendendo, anche se ci vorranno mesi per riportarlo in piena efficienza. Soprattuto ci saranno persone che avranno bisogno terapie per diversi mesi. Alcuni sono stati trattati in centri di cura improvvisati di fortuna e in condizioni di scarsa sterilità e avranno bisogno di essere curati per lungo tempo per guarire dalle infezioni. Molti avranno bisogno di fisioterapia e tantissimi di supporto psicologico, che, probabilmente, non avranno mai. I bisogni di salute sono enormi. Stamattina ho visitato il PHCC, il nostro centro di salute primaria (l’equivalente di un poliambulatorio di medicina di base). Vi si rivolgono 300-400 persone al giorno. Alle 9 di mattina, al riparo dal sole sotto una tenda, c’era già una coda lunghissima di donne, tutte avvolte nei loro abiti neri, e bambini colorati. Una delle condizioni che si riceve con maggior frequenza è la malnutrizione infantile. Ho visto una bimba di 6 mesi che pesava 3.500 grammi, la metà di quello che dovrebbe essere alla sua età. La mamma ha raccontato che lei non aveva latte per allattarlo e che solo i bambini delle famiglie dell’ISIS avevano diritto a ricevere il latte in polvere.
Arriva un’ambulanza, dovrebbe essere il ferito all’addome che stiamo aspettando. L’altra equipe sta già operando un ragazzo con una gamba esplosa. La laparotomia tocca a me. Forza Juve.

Acqua

https://youtu.be/jxWA-rMuQmQ
Oggi è stato più o meno cosi. Lungo e difficile. Però sono riuscito a bere tanto.
Il tema dell’acqua è centrale in questa missione.
C’è l’acqua che serve per l’ospedale, 10000 litri al giorno.
C’è l’acqua del Tigri, di cui ho già raccontato le benefiche proprietà.
C’è l’acqua della diga di Mosul, la terza più grande del Medio Oriente, costruita sul gesso e a costante minaccia di crollo. Per chi volesse approfondire il tema, consiglio questi due articoli.
https://www.internazionale.it/opinione/marina-forti/2016/10/18/militari-italiani-mosul-diga
https://www.wired.it/attualita/ambiente/2016/06/03/diga-di-mosul-importante/
C’è, soprattutto, l’acqua da bere. Se ogni missione si accompagna al mantra “bevi appena puoi, mangia appena puoi, dormi appena puoi”, qui a Mosul assume una rilevanza enorme il bere. Non basta mai. Anche quando mi sembra di avere bevuto una quantità enorme di liquidi mi accorgo che non ho fatto pipì da che mi sono alzato.
Caldo e secco.
Nelle nuove sale operatorie abbiamo installato due condizionatori di dimensioni enormi e di potenza eccezionale. Per garantire corrente a tutto l’ospedale, soprattutto in termini di ventilatori e di condizionatori, consumiamo circa 25 litri di gasolio all’ora.
Tra poco farò il giro serale in rianimazione e poi andrò a dormire. Prima però berrò ancora un pochino. Dopo giorni di sola acqua, finalmente sono arrivati dei succhi di frutta. Mela, mango e arancia. Il mango è il mio preferito.
Buona notte!