MUST

La vita scorre tranquilla all’Hammam al-Alil Hospital.

Il cuore dell’ospedale è il MUST (Mobile Surgical Unit), una sala operatoria, con annessa centrale di sterilizzazione e sala di osservazione post-anestesia, tutto costruito su camion. Sono cinque container collegati tra di loro, trasportati qui già attrezzati. Un blocco operatorio mobile, chiavi in mano. Gli spazi interni non sono ampi, ma sono molto funzionali. Altri due container ospitano la farmacia e le attrezzature logistiche (tutto ciò che serve per rifornire di acqua e corrente una sala operatoria). Attorno ci sono le tende: una per la decontaminazione, due di pronto soccorso (codici rossi – pazienti gravi – e codici gialli – pazienti meno gravi -), una seconda sala operatoria e quattro tende che ospitano i pazienti. Una è dedicata ai nuclei famigliari, perché capita spesso che giungano più persone ferite, soprattutto bimbi, della stessa famiglia. In fondo al campo svetta la “big tent”, la grande tenda, che è stata montata successivamente e che accoglierà a breve due nuove sale operatorie, più ampie, più confortevoli e con maggiori garanzie di pulizia, dove potremo iniziare un progetto ortopedico e di chirurgia plastica.

È bello il mio ospedale, me lo guardo dall’alto alla sera, dalla terrazza della casa dove dormo quando sono reperibile, e mi piace.

Per ora la mia sala operatoria preferita è quella nella tenda, perché nel camion picchio la testa dappertutto e inciampo nei cavi (tranquilli, non è un sintomo allarmante, mi capita anche in Italia).

Ieri, in tarda mattinata, ha iniziato a soffiare un vento torrido, che ha alzato nuvole di polvere. Il cielo è diventato giallo, l’orizzonte è scomparso. La sabbia si è posata dappertutto ed è rimasta appiccicata sulla pelle, che non si asciuga mai, fino a sera. Il canto del muezzin avvolto dalla sabbia sembrava ancora di più il grido di dolore di una terra che, da troppe generazioni, non conosce la pace.

Oggi, di nuovo, cielo azzurro.

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