Ninive

“Alzati, va’ a Ninive, la grande città.”
Eccomi qui.
Viaggio emozionante attraverso la “mezzaluna fertile”, lungo il corso del Tigri, che traccia una corridoio verde di vegetazione in mezzo al deserto grigio di pietre. Ragazzi che pascolano pecore lanose. Villaggi polverosi colorati dai banchetti dei fruttivendoli allineati lungo la strada.
Case di pietra che si mimetizzano con il paesaggio: molte sono solo scheletri abbandonati a metà della loro costruzione, alcune sono distrutte, ma non si capisce se per l’incuria o per una bomba. Fori di pallottole nei muri, ma non è dato sapere a quale guerra risalgano. Check point frequenti con soldati svogliati avvolti nello loro divise tecnologiche. Nulla, in realtà, dice in modo convincente che siamo in guerra.
Fino a quando compaiono in lontananza appezzamenti immensi ricoperti da tende bianche. Campi profughi. Famiglie scappate dal terrore. Quello illustra meglio di tante altre immagini che cosa stia succedendo qui.
Le strade si fanno più trafficate, le case si addensano, fiumi di studentesse che escono da scuola indossando il loro velo nero.
Infine dei blocchi di cemento, un muro alto, un cancello bianco con il logo rosso a me famigliare: il mio ospedale.

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