Monthly Archives: maggio 2017

Ramadan

Questa mattina sono stato svegliato dal boato dei cannoni. Le notizie che giungono dal centro di Mosul sono terribili. Venerdì scorso l’esercito ha fatto piovere sulla città volantini che esortavano i civili a scappare prima dell’assalto finale. Il problema è che proprio oggi sono stati uccisi da Daesh 52 civili che cercavano di lasciare la zona assediata. Sono cento, forse duecento mila ancora bloccati. C’è chi spera di venire ucciso per non morire di fame. Emergono intanto le verità nascoste: lo scorso marzo un raid aereo “chirurgico” degli USA ha abbattuto un intero palazzo per colpire due miliziani ISIS che si trovavano sul tetto. Bilancio, più di 150 persone morte per il crollo dell’edificio. La coalizione si scusa sostenendo che nel palazzo si trovasse dell’esplosivo.

Quello che è certo è che stiamo ricevendo sempre meno pazienti “rossi”, nonostante tutti riconoscano che questa fase finale della battaglia sia quella più devastante per i civili. Anche gli altri ospedali, sia quelli governativi sia quelli di ONG, ricevono sempre meno casi di emergenza. Che cosa ne sia dei feriti nella città vecchia di Mosul, piena di vicoli stretti e di tunnel sotterranei scavati dai miliziani, dove una parte della popolazione è sospettata di essere complice di Daesh e l’altra è tenuta in ostaggio, non ci è chiaro. È invece evidente l’intento del governo iracheno: non è prevista la detenzione per i miliziani Daesh, ne, tantomeno, c’è spazio per programmi di reinserimento sociale per eventuali pentiti. Da Mosul vecchia non uscirà alcun soldato dell’ISIS vivo.

È iniziato il Ramadan. “O voi che credete! Vi è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio”. Un mese di digiuno, “il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza”, dal sorgere del sole fino al tramonto.

Io, quello che posso fare, è cercare di non scolarmi la borraccia proprio in fronte al mio staff locale. Di più non riuscirei. Pace.

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Gattino

Questa mattina ho sfiorato il nirvana: l’aria fresca del mattino entrava dalle finestre della “base”, la tromba di Miles Davis faceva le fusa mentre sorseggiavamo il caffè della moka appena versato. Basta poco, nel momento giusto. La notte è stata tranquilla, anche se ieri sera si sono sentiti diversi colpi di cannone. Hanno anche sparato molto, ma fucili e mitragliatori sono la normale colonna sonora della città dopo il tramonto. Dicono che, spesso, siano spari rituali, sventagliate verso il cielo per celebrare matrimoni o lutti.
Ho finito la seconda settimana, ormai sono entrato nel ritmo e mi sento complessivamente bene. Il team è piacevole, anche se le differenze di età non facilitano l’aggregazione: i due chirurghi sono entrambi settantenni, molta parte del gruppo degli espatriati è giovane, intorno ai trent’anni. In mezzo ci siamo i due anestesisti e pochi altri.
Le condizioni di vita alla “base” non sono facili, condividiamo spazi ristretti e con poche comodità. Va meglio quando torno alla “house”, una sera ogni due, dove non abbiamo connessione internet, ma almeno posso dormire in un letto che è identificato come mio. Siamo in una stanza doppia, io e il mio omologo, ma siccome dormiamo alternati uno alla “base” e uno alla “house”, è come se avessi una stanza singola. Poi abbiamo un piccolo spazio all’aperto dove poterci intrattenere godendo il fresco della sera e dove ho fatto amicizia con Gattino, un gattino scheletrico in cerca di coccole e di cibo.
Nella mia camera ci sono dei buchi nel muro, a ricordo della battaglia con cui, l’inverno scorso, è stata liberata Hammam al-Alil, la città termale: “Hammmam” significa “bagni”, “al-Alil” vuol dire “freschi, terapeutici, per i pazienti, per curare la pelle”, a seconda di chi lo traduca. Il senso è che ci sono le terme. Erano state chiuse, come da copione, durante l’occupazione di Daesh, ma sembra che abbiano riaperto recentemente. Temo che me ne andrò senza averle provate, così come non riuscirò a vedere le rovine di Ninive o a fare il bagno nel Tigri.
In realtà nel Tigri mi ci lavo, visto che l’acqua che scorre nei rubinetti arriva direttamente dal fiume, senza alcun trattamento. Dopo il primo incidente gastrointestinale di dieci giorni fa ho deciso di non mangiare più verdura cruda o frutta che non possa essere sbucciata, visto che anche vegetali e frutta vengono lavati con la stessa acqua. Ieri ho ceduto di fronte alle albicocche. Ne ho sbucciate due, poi mi sono sentito un po’ idiota e ho continuato a mangiarne altre con la pelle. Sarà che le albicocche sono blandamente lassative, sarà che l’acqua in cui erano state lavate racconta millenni di storia insieme a milioni di coli, oggi ho maledetto albicocche e Tigri tutti insieme.
Intanto a Mosul c’è chi l’acqua deve scavarsela da solo come racconta questo articolo della Reuters: http://news.trust.org/item/20170511182155-094j2
Per capire, anche solo un po’, che cosa sia vivere sotto Daesh, consiglio invece questo breve video, che trovate sul sito di Internazionale: http://www.internazionale.it/video/2017/05/23/mosul-guerra-bambini
A proposito di bambini, questo è uno dei miei! http://news.trust.org/item/20170525140409-84hq4
Buona notte!

Manchester, Iraq

Torno a casa percorrendo a piedi lungo l’unica via che mi è concesso utilizzare, una manciata di metri che mi separano dall’ospedale. Il sole scompare proprio in fondo alla strada, colorando di rosso le montagne di sabbia. Un fumo nero si alza da Mosul. I bambini, dal marciapiede, fanno le gare di coraggio gridandomi “ellòo!” e nascondendosi poi, vergognosi, dietro gli amichetti. Abbiamo appena terminato l’“expat meeting”, il momento formale in cui il capo progetto aggiorna tutti gli espatriati sulla situazione locale e sulle prospettive future. Siamo in 19, 12 sanitari e 7 logisti. Molti italiani, 6. Pierre, esperto di sicurezza, ha illustrato le nuove misure implementate per limitare i danni in caso di un attacco suicida nell’ospedale, il rischio maggiore che si corre in un contesto come questo. Nei prossimi mesi, dopo la riconquista di Mosul e lo smantellamento di Daesh in questa parte del paese (a questo indirizzo http://isis.liveuamap.com trovate un aggiornamento giorno per giorno delle operazioni militari), i rischi potrebbero addirittura aumentare, per la presenza consistente di armi e per l’azione di cellule indipendenti di fanatici.
Limitare i danni, già, cioè far sì che siano coinvolte meno persone e strutture possibili, perché ridurre a zero il rischio di un attentato è impossibile.
Il pensiero va a Manchester. E va ai bambini e ai ragazzi ricoverati all’Hammam al-Alil Hospital. Ne vedo tanti che, come i loro coetanei di Manchester, porteranno per sempre nel loro corpo i segni di una violenza incomprensibile che li ha colti in un momento straordinario della loro vita. Un momento in cui non esistono sfumature, in cui ci sono solo “buoni” e “cattivi”. Sta a noi, un po’ più grandi, aiutarli a capire la complessità della vita e a permettergli di rigettare facili messaggi di odio.
Grazie a chi, sabato scorso, ha partecipato alla marcia di Milano #InsiemeSenzaMuri. Perché è questa l’unica risposta a Manchester. #WeStandTogether

MUST

La vita scorre tranquilla all’Hammam al-Alil Hospital.

Il cuore dell’ospedale è il MUST (Mobile Surgical Unit), una sala operatoria, con annessa centrale di sterilizzazione e sala di osservazione post-anestesia, tutto costruito su camion. Sono cinque container collegati tra di loro, trasportati qui già attrezzati. Un blocco operatorio mobile, chiavi in mano. Gli spazi interni non sono ampi, ma sono molto funzionali. Altri due container ospitano la farmacia e le attrezzature logistiche (tutto ciò che serve per rifornire di acqua e corrente una sala operatoria). Attorno ci sono le tende: una per la decontaminazione, due di pronto soccorso (codici rossi – pazienti gravi – e codici gialli – pazienti meno gravi -), una seconda sala operatoria e quattro tende che ospitano i pazienti. Una è dedicata ai nuclei famigliari, perché capita spesso che giungano più persone ferite, soprattutto bimbi, della stessa famiglia. In fondo al campo svetta la “big tent”, la grande tenda, che è stata montata successivamente e che accoglierà a breve due nuove sale operatorie, più ampie, più confortevoli e con maggiori garanzie di pulizia, dove potremo iniziare un progetto ortopedico e di chirurgia plastica.

È bello il mio ospedale, me lo guardo dall’alto alla sera, dalla terrazza della casa dove dormo quando sono reperibile, e mi piace.

Per ora la mia sala operatoria preferita è quella nella tenda, perché nel camion picchio la testa dappertutto e inciampo nei cavi (tranquilli, non è un sintomo allarmante, mi capita anche in Italia).

Ieri, in tarda mattinata, ha iniziato a soffiare un vento torrido, che ha alzato nuvole di polvere. Il cielo è diventato giallo, l’orizzonte è scomparso. La sabbia si è posata dappertutto ed è rimasta appiccicata sulla pelle, che non si asciuga mai, fino a sera. Il canto del muezzin avvolto dalla sabbia sembrava ancora di più il grido di dolore di una terra che, da troppe generazioni, non conosce la pace.

Oggi, di nuovo, cielo azzurro.

Che cosa è uguale

Tante cose sono uguali al mio lavoro a Genova.
Vedo tanti bimbi in sala operatoria, è questo è uguale. Sono molto spaventati e anche questo è uguale. Hanno i piedini scoppiati per una bomba oppure la pelle piena di schegge e questo è diverso. Iniziano ad arrivare bimbi malnutriti o fortemente disidratati. Questo da noi non è comune. Si restringe la linea del fronte, diminuiscono i casi “rossi”, cioè quelli che richiedono interventi di emergenza, ma aumentano quelli che hanno bisogno di cure e che non sanno dove andare. Si diffonde la voce che qui c’è un ospedale che cura tutti e così iniziano a bussare al nostro cancello raggiungendoci in macchina o a piedi, mentre prima solo le ambulanze erano solite portarci i feriti.
Lavoro tante ore è questo è uguale. No, non è vero, qui lavoro di più. Sono reperibile ogni due giorni e questo è diverso. Siamo due squadre, un anestesista e un chirurgo per ogni squadra. Ci alterniamo una notte a testa. Il mio chirurgo è di Parma, quando parla sembra Guccini. Parla un inglese perfetto, con stile e pacatezza. Poi si sfoga in italiano con un rosario di imprecazioni che fanno tremare il cielo. Usciamo di casa al mattino alle 7, andiamo alla “base” dove incontriamo i colleghi che hanno fatto la reperibilità di notte e con loro iniziamo il lavoro. Poi, alla sera, tocca a noi fermarci alla base per dormire di fronte all’ospedale e ritorniamo a casa dopo 36 ore. La casa è più rilassante, ma non c’è internet. In più ci sono le gang di cani randagi, che lottano per il controllo del territorio, a cullare i miei sogni. Tanto vale dormire alla base.
Ogni tanto non condivido le decisioni dei miei capi: anche questo è uguale alla mia quotidianità.
Soprattutto non c’è nessuna differenza di cultura o di latitudine quando devi dire a un papà che suo figlio è morto mentre tentavi di salvargli la vita in sala operatoria. Quel padre che dignitosamente ti ha affidato suo figlio con una pallottola nel cuore, cui hai messo una mano sulla spalla e che hai rassicurato con un sorriso. Lo stesso padre a cui, dopo sudore e maledizioni, vai incontro per dirgli che non ce l’hai fatta a restituirgli il figlio vivo. Ecco, quel padre, quello è uguale. Sempre. Quello sguardo in cui improvvisamente si spegne la luce, quello sguardo è uguale in ogni paese del mondo.

Piccola storia della guerra a Mosul

Qualcuno dice che Mosul sia la seconda città dell’Iraq, dopo Baghdad, qualcuno dice sia la terza. Quello che è certo è che è una grande città, di circa un milione e mezzo – due milioni – di abitanti. Le dimensioni della città e la posizione strategica nel nord dell’Iraq, hanno reso Mosul una meta ambita per Daesh o Isis, che nasce per ripristinare il califfato a cavallo tra Siria e Iraq e che proprio a Mosul ne ha proclamato la realizzazione. Isis significa appunto “Islamic State of Iraq and Syria” e dalla Siria, dove è nato, si è spinto a est, spingendo davanti a se folle di profughi in fuga. Che cosa sia Isis e come abbia fatto a prendere potere è una questione che richiede di capire che cosa fosse l’Iraq prima delle due invasioni degli USA e alleati, che cosa ne sia stato dopo, i rapporti di forza tra popolazione sunnita e militari sciiti, il ruolo dei Curdi iracheni e del loro esercito Peshmerga, il caos siriano, le pressioni dei paesi limitrofi, primi tra tutti Iran e Turchia, e i convitati di pietra, Russia e Stati Uniti soprattutto.
Quello che è certo che nel 2014 Isis conquista in poche settimane Falluja, Mosul e Tikrit, impossessandosi di quantitativi enormi di armi lasciati sul terreno dall’esercito iracheno in fuga e arricchendosi con i pozzi di petrolio del nord dell’Iraq.
La strategia è nota: occupa, distruggi, uccidi, terrorizza, prendi il bottino, fai proseliti e via verso la meta successiva.
Per chi volesse, consiglio fortemente questo capitolo dedicato all’Isis contenuto in un lungo, ma stupendo, speciale pubblicato da Repubblica lo scorso anno “Terre spezzate: viaggio nel caos del mondo arabo”: http://www.repubblica.it/esteri/2016/08/18/news/terre_spezzate-146064379/#is
Dal 1992, con la nascita del Governatorato del Kurdistan iracheno, esercito iracheno e peshmerga curdi hanno perseguito interessi diversi, ma, a un certo punto, hanno capito che non c’era scelta: messe da parte le diffidenze reciproche, si sono alleati e hanno iniziato a riprendersi, città dopo città, i territori rubati dall’Isis.
Lo scorso mese di ottobre, dopo più di due anni di occupazione, le forze alleate hanno iniziato la battaglia per la riconquista di Mosul. Hanno liberato quartiere per quartiere, scovato cellule di miliziani casa per casa e ripulito dai cecchini strada per strada. All’esercito iracheno e ai suoi compagni rimane da fare un ultimo sforzo, la zona del centro storico a ovest del Tigri. Dicono che il governo voglia farla finita una volta per tutte e riprendersi Mosul in due settimane. Non esiste alcuna operazione chirurgica: si va di mitragliatrici, granate e mortai. Nessuno sa con certezza quante persone siano intrappolate nella morsa della battaglia. I civili hanno già pagato a carissimo prezzo l’occupazione prima e la liberazione adesso. Pagheranno ancora nei prossimi giorni.
Ecco perché siamo qui.

Ninive

“Alzati, va’ a Ninive, la grande città.”
Eccomi qui.
Viaggio emozionante attraverso la “mezzaluna fertile”, lungo il corso del Tigri, che traccia una corridoio verde di vegetazione in mezzo al deserto grigio di pietre. Ragazzi che pascolano pecore lanose. Villaggi polverosi colorati dai banchetti dei fruttivendoli allineati lungo la strada.
Case di pietra che si mimetizzano con il paesaggio: molte sono solo scheletri abbandonati a metà della loro costruzione, alcune sono distrutte, ma non si capisce se per l’incuria o per una bomba. Fori di pallottole nei muri, ma non è dato sapere a quale guerra risalgano. Check point frequenti con soldati svogliati avvolti nello loro divise tecnologiche. Nulla, in realtà, dice in modo convincente che siamo in guerra.
Fino a quando compaiono in lontananza appezzamenti immensi ricoperti da tende bianche. Campi profughi. Famiglie scappate dal terrore. Quello illustra meglio di tante altre immagini che cosa stia succedendo qui.
Le strade si fanno più trafficate, le case si addensano, fiumi di studentesse che escono da scuola indossando il loro velo nero.
Infine dei blocchi di cemento, un muro alto, un cancello bianco con il logo rosso a me famigliare: il mio ospedale.

Erbil

Sono atterrato a Erbil alle 2.30 di notte, dopo uno scalo infinito a Istanbul. Sono nel Kurdistan iracheno, una sorta di regione speciale all’interno dell’Iraq. È una zona politicamente tranquilla, dove risiede il coordinamento dei due progetti che abbiamo a Mosul. Staziono qui un paio di giorni. Speravo di poter andare in ospedale già domani mattina, ma invece dovrò aspettare fino a mercoledì, causa “security issues”, formula che vale per ogni situazione tanto quanto il “motivi famigliari” sulla giustificazione alle scuole elementari. Per raggiungere la mia destinazione finale bisogna infatti percorrere qualche decina di chilometri e, soprattutto, bisogna entrare in territorio iracheno, in quanto Mosul non fa parte del Kurdistan. Intanto oggi ho dormito, ho fatto colazione a mezzogiorno in un ristorante sulla strada con spiedini di montone cotti alla brace e ho fatto i primi colloqui, in cui ho capito meglio che cosa farò.
La battaglia che si sta svolgendo a Mosul è stata pianificata da tempo, per liberarla dal controllo di Daesh (Isis) che ne aveva fatto una sua roccaforte. La novità più interessante è che il Ministero della salute locale ha creato una rete di ospedali gestiti da organizzazioni diverse che si sono specializzate nel curare le vittime civili della guerra in base alla loro gravità, in base alla distanza dal fronte e in base alle competenze sviluppate da ogni singolo centro.
In sintesi: un primo ospedale raccoglie i pazienti e li smista in un secondo ospedale che li opera, da dove, a distanza di 24-48 ore, sono trasferiti in un terzo ospedale per la degenza acuta ed eventuali nuovi interventi chirurgici e da qui o dimessi o riferiti a un quarto ospedale per la riabilitazione e la protesizzazione. Io sarò in un ospedale di secondo tipo. Oggi, ho anche visitato l’ospedale di una ONG italiana specializzata in chirurgia di guerra, che si trova qui a Erbil, dove vengono trasferiti molti dei nostri pazienti operati a Mosul, per proseguire le cure. È la prima volta che lavorerò con questo sistema di rete e ho trovato la visita di oggi molto utile.
A breve uscirò a cena con un chirurgo italiano che è tornato questa mattina da Mosul e che ripartirà per l’Italia domani. Credo che sarà il colloquio più prezioso di oggi.

Avvento (next stop Mosul)

Quando ero piccolo iniziavo ad aspettare Natale il giorno dopo il mio compleanno. Avevo strategicamente deciso di nascere a metà dell’anno, così da non dover attendere troppo tra un regalo e l’altro. L’Avvento (6 settimane noi ambrosiani, mica 4 come quegli smidollati dei romani): la candela dell’Avvento, il calendario dell’Avvento, il fioretto dell’Avvento (da rispettare, se no non potevo aprire la casellina del calendario dell’Avvento), le lucine, l’albero, i regali per le mie sorelle, i lavoretti col Das per i miei genitori, il muschio per il presepio del nonno. Magari, negli anni fortunati, anche la neve. Insomma, non è che potessi arrivare a Natale senza accorgermene.
Poi, a un certo punto, un po’ più grande, esco dal lavoro alle ventizerozero del 24 dicembre, capisco che domani è Natale e mi si stringe il cuore.
Così è per le missioni: alcune le ho preparate con calma, altre mi ci sono trovato dentro. Questa appartiene più alla seconda tipologia. Quando due giorni fa mi sono arrampicato sul soppalco per prendere lo zaino nero abbandonato da 18 mesi, ho realizzato che sì, è vero, sto per partire. Il resto lo scopriremo insieme. Con una certezza e un dubbio: che anche questa è una missione per astemi e che non so come farò a vedere la finale di Champions League.

– Allora, sei in partenza?
– Sì, domenica.
– Vai a Kabul, giusto?
– No, vado a Mosul.
– Meno male, avevo capito Kabul… È in Africa?
– No, è in Iraq.
– Iran?
– No, Iraq. Nord dell’Iraq, Kurdistan.
– Ah. Non c’è la guerra, vero?
– Sì, c’è guerra.
– E non è pericoloso?
– Un po’.
– Devo preoccuparmi?
– No…
– Ma non fate mai missioni in posti tranquilli voi?
– No… siamo un’organizzazione umanitaria…
– Si, certo… Bene, dai, contento che ti riposi un po’. Torna tutto intero, mi raccomando. E salutami Gino!
– Sigh…