Monthly Archives: novembre 2015

Nagode

Ho capito che il viaggio di rientro sarebbe andato bene appena arrivato all’aeroporto di Abuja e che, una volta sopravvissuto al tragitto in macchina di quaranta minuti per raggiungere il terminal, nulla avrebbe più potuto uccidermi. Non è possibile spiegare a parole la totale assenza di qualsiasi norma di buon senso automobilistico: non invoco il rispetto del codice della strada, che immagino esista in qualche sua forma anche in Nigeria, ma l’ancestrale istinto di sopravvivenza. Comunque è andata. Mi sono concentrato sul sole che tramontava rosso all’orizzonte, allegoria cosmica di fine missione, e mi sono aggrappato forte alla maniglia della portiera. Porto a casa due pensieri.
Uno. Questo viaggio mi è servito per ritrovare la memoria. Il tempo e le occupazioni quotidiane cancellano i ricordi e soffocano le passioni. Si smarrisce il senso di alcune scelte e ci si dimentica delle sofferenze e delle bellezze che esistono oltre il confine del proprio sguardo. Scrivere su questo blog mi serve soprattutto a questo, a solidificare la memoria liquida che rischia di scivolare via alla prima doccia calda dopo un mese.
Due. Se la vita è una lotta all’entropia, la cultura è una lotta alla frammentazione e la conoscenza è una lotta alla semplificazione. L’entropia distrugge la vita biologica. La frammentazione e la semplificazione distruggono la vita sociale. Tutte e tre richiedono energia. Non sono processi spontanei, non avvengono in assenza di uno impegno quotidiano e di uno sforzo continuo che consenta di superare insuccessi e frustrazioni.
Questo è l’editoriale che Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, ha scritto il 19 novembre scorso: “Le grandi manifestazioni per la pace del 2003, quando in tutto il mondo milioni di persone chiesero agli Stati Uniti di non attaccare l’Iraq, rimasero inascoltate. Ma se si parla di guerra non serve un referendum per sapere come la pensano i cittadini di tutto il pianeta. La realtà è che tutto il mondo è in guerra da almeno quattordici anni. I bombardamenti sono in paesi lontani, ma negli Stati Uniti e in Europa, oltre ai terribili attentati, ci sono l’aumento sproporzionato dei controlli, la sospensione indiscriminata di alcuni diritti civili, la militarizzazione delle città, l’uso strumentale del clima di tensione per imporre scelte politiche altrimenti improponibili, il rafforzamento di uno spirito nazionalistico e di chiusura al mondo esterno. Dire no alla guerra non significa soffocare l’emozione, il dolore o la rabbia per quello che è successo a Parigi. Bisogna condannare e combattere il terrorismo, ma anche resistere alla paura e al desiderio di vendetta. E al tempo stesso provare a percorrere un’altra strada, per quanto lunga, complicata, incerta: cercare insieme alternative e soluzioni condivise, ridefinire gli assetti geopolitici, distribuire in modo più equo le risorse del pianeta”.
In queste settimane, ho salvato alcune vite umane e migliorato la vita ad altre ma, soprattutto, ho lavorato sulle mie frammentazioni e sulle mie semplificazioni. E in qualche modo, con questa missione, ho acceso anche io la mia candela per onorare gli 89 ragazzi del Bataclan, così come gli altri 48 morti di Parigi (Francia), i 12 morti di Mogadiscio (Somalia), i 3 di Arish (Egitto), i 6 di Arsal (Libano), i 12 di Baghdad (Iraq), i 5 di Ngouboua (Chad), i 5 di Fotokol (Cameroom), i 43 di Beirut (Libano), i 19 di Baghdad (Iraq), i 34 di Yola (Nigeria), i 17 di Kano (Nigeria), i 3 di Sarajevo (Bosnia e Herzegovina), i 30 di Bamako (Mali), i 9 di Yusufiyah (Iraq), gli 8 di Fotokol (Cameroon), gli 8 di Maiduguri (Nigeria), i 13 di Tunisi (Tunisia), i 5 di Tripoli (Libia), i 7 di Arish (Egitto), i 18 di Wogom (Niger) e i 22 di Dakasoye (Nigeria). Mi sembra di averle elencate tutte: sono le vittime degli ultimi trenta giorni di una follia alienata che di islamico ha sì il nome, ma trafugato e imbrattato. È stata una bella missione. Un piacere impagabile avervi a bordo. Nagode, grazie!

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Aminu Kano International Airport

Kano è il nome di una città del nord della Nigeria, due ore di macchina da Jahun. Credo che si chiami “International” perché compagnie aeree sconosciute portano qui vecchi Boing 747 a morire. Ne ho contati una dozzina allineati lungo la pista. “Aminu” è il nome di un eroe nigeriano originario di Kano, co-artefice dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1960. Tutto ciò che è importante a Kano si chiama “Aminu Kano”.
Che ci faccio all’aeroporto di Kano? Prendo il volo delle 10 per Abuja. Già, torno in aereo. Decisione di ieri sera. Un gruppo di musulmani sciiti organizza ogni anno una processione che dura una settimana tra Kano e Zaira (ricordate dove ho fatto cambio macchina all’andata? ecco, lì!). La maggioranza dei musulmani nigeriani sono sunniti, così come Boko Haram, che considera gli sciiti degli eretici. Ieri un folle si è fatto esplodere in mezzo alla processione. 21 morti. Abbiamo ritenuto che fosse più sicuro volare. Fino a ieri consideravamo più sicuro spostarci su strada perché non ci fidiamo troppo delle compagnie aeree domestiche e dei controlli di sicurezza (perché le mie scarpe, che suonano sempre in ogni benedetto aeroporto del mondo, qui non hanno detto nulla?). “Have a safe flight back home!”. Sarà questo il tema che caratterizzerà le mie prossime 48 ore: la sicurezza sui voli e negli aeroporti. Tra poco atterrerò ad Abuja da dove ripartirò domani sera. Volo Air France per Parigi (dove lunedì si apre la Conferenza sul clima) e poi volo Air France per Genova. “France is in the air”. Ci sono stati momenti migliori per volare con Air France. Partendo dalla Nigeria, forse dovrò mettere in conto controlli ancora più severi. Sarà per questo che Air France mi ha mandato un sms consigliando di recarmi in aeroporto con largo anticipo? Mmhh… mi sa che Parigi ha inviato direttamente la Gendarmerie a sorvegliare i suoi voli. Intanto oggi pomeriggio dormirò, così come domani mattina. Nel sonno inizierò a mettere in ordine i pensieri, belli (molti) e tristi (alcuni). All’ultimo post, lunedì dall’Italia.

“Bravo, Bravo for Hotel”

Esco dalla spogliatoio maschile della sala operatoria. Come capita spesso, mi cambio cercando di ritagliarmi un minimo di movimento senza disturbare le normali attività che vi si svolgono: preghiera, consumazione dei pasti, abluzioni e riposo.
Mancano pochi minuti alle 7 ed è già buio, come da voi. È stata una giornata lunga, come per molti di voi. Tante soddisfazioni, lo spero anche per voi. Qualche motivo di tristezza, spero non troppi per voi. A me è morta una bimba appena nata. In realtà non è che stesse molto bene prima di nascere ed è il motivo per cui abbiamo fatto un taglio cesareo d’urgenza. Il cuore però batteva ancora e mi sono convinto che ce l’avrebbe fatta. In genere si capisce subito quando si è in due a lottare, il bimbo da una parte e io dall’altra. Questa scemetta invece mi ha sedotto, facendomi credere che avesse voglia di vivere, ma poi ha lasciato fare tutta la fatica solo a me. Se si perde quando si è convinti di vincere, brucia parecchio. Mi consolo ripensando al parto cesareo di stamattina. Erano due gemelli e abbiamo vinto tutto e tre.
“Bravo, Bravo for Hotel”. “Go ahed”. “I need a car”. “Ok, stand by”. “Good copy, thank you!”. Questa è la filastrocca che devo recitare via radio per avere la macchina che mi riaccompagni a casa. Sono nel cortile d’ingresso dell’ospedale. Attorno a me c’è ancora un via vai di persone, soprattutto donne: sono le mamme, le sorelle, le nonne, le donne di famiglia delle nostre pazienti. Gli uomini formano capannelli in disparte.
Arriva una moto con un uomo alla guida. Seduta dietro di lui una donna avvolta nel velo che regge tra le braccia una zuppiera e un termos. Sul portapacchi una stuoia arrotolata. Sembrerebbe una coppia che si appresta a fare un picnic fuori porta. Invece andrà a portare da mangiare a qualche parente. Poi si aggiungerà anche lei alle altre donne. Si sederanno a gambe incrociate per terra, una stuoia per ripararsi dalla sabbia, ciascuna con il proprio velo che, una volta sedute, arriverà fino a terra trasformandole in tanti funghetti colorati. Parleranno tra loro, si scambieranno il cibo, più tardi si coricheranno sulle loro stuoie e si avvolgeranno in teli colorati quanto i veli. I funghetti diventeranno tanti bozzoli dormienti sotto il cielo con la luna piena. Fino a domani mattina, quando, come per magia, torneranno donne.
Arriva anche la mia macchina, mi carica e prendiamo la breve via per casa. Attraversiamo gli ultimi venditori ambulanti di frutta e pesce fritto. Un’insegna lampeggiante fuori da un capanno informa che il tecnico dei computer è ancora aperto. Da noi ce ne sono parecchie di queste terribili insegne luminose, si stanno diffondendo come la peste. Prima caratterizzavano gli esercizi commerciali gestiti dai cinesi, poi sono diventate una moda. Qui fa allegria e diventa status symbol, soprattutto se posto all’ingresso di una baracca di lamiere che ripara computer in mezzo alla sabbia e all’immondizia. Un’immagine che sembra racchiudere le contraddizioni di questo paese. 160 milioni di abitanti che vivono nelle condizioni più diverse immaginabili. Luci e ombre di un paese pieno dei proventi del petrolio ma privo di lungimiranza. Natura e inquinamento, risorse e iniquità, progresso e arretratezza, appartenenza e corruzione, bellezza e orrore, tecnologia e superstizione, ambizioni e povertà.
Ho già raccontato come abbiano ridotto sensibilmente la mortalità per il morbillo e come possano vantare uno dei più organizzati progetti nazionali per il trattamento delle fistole vescicovaginali.
Ebola è un altro esempio. Anche in Nigeria è arrivato il virus letale. È durato poche settimane. Nonostante fosse sbarcato a Lagos, una megalopoli di 25 milioni di abitanti, e avesse raggiunto Port Harcourt, in poche settimane è stato isolato e sconfitto, grazie a una reazione pronta e a un sistema di monitoraggio organizzato. Quando c’è la volontà, si possono fare tante cose. Sopratutto nel ricco sud della Nigeria.
Poi, ti sposti di qualche chilometro più a nord e i soldi del petrolio non ci sono più. Rimangono solo le ambizioni di un’insegna lampeggiante che dice “OPEN”. Oggi penultimo giorno.

A walk to beautiful

Lo confesso. Alcune volte alzo le mani e mi arrendo. Succede quando non ho idea di che cosa stia succedendo a una paziente e non so dare un nome alla somma dei segni e dei sintomi che mi trovo davanti. C’è una donna malata, ma io non so che cosa abbia. Scavo nella memoria per recuperare ogni residuo di semeiotica e spremo a fondo l’intuito clinico, ma non ne vengo a capo. Forse quella pagina del libro non l’ho studiata o forse non l’avevano neppure scritta perché alcune malattie interessano a pochi, anche se riguardano molti. Quando tutti, expat e locali, alziamo le mani insieme intorno allo letto della paziente, perché c’è qualcosa che non riguarda più la sola sfera ostetrico-ginecologica, allora l’unica cosa da fare è trasferire la donna in un altro ospedale. Non siamo nel mezzo del nulla. O meglio, sì Jahun è nel mezzo del nulla, ma con un paio di ore di macchina si può trasferire una donna in un ospedale dove abbiamo verificato che ci siano specialisti affidabili e con cui abbiamo steso protocolli di intesa. Anche questa è la forza di una ONG, non ritenersi autarchica ma essere capace di creare rete con le realtà locali che funzionano.
Jane ha 15 anni. Ha da poco terminato la sua prima gravidanza. È rimasta in travaglio per quattro giorni. Il bimbo era troppo grosso per nascere. Alla fine ha partorito il suo primo figlio, morto. Appena ripresa dalla fatica, ha scoperto che perdeva urina. È stata coraggiosa ed è venuta in ospedale. L’abbiamo operata subito, le fistole recenti, se ben riparate, guariscono in fretta. Già, se ben riparate. Il problema delle fistole vescico vaginali è noto da tempo e ha toccato, in epoche diverse, ogni parte del mondo. Nel 19esimo secolo erano le immigrate dal nord Europa a destare lo stupore dei medici al Women’s Hospital di New York. Ed è proprio negli Stati Uniti che si sono eseguiti, per la prima volta con successo, gli interventi di riparazione delle fistole. Non siamo gli unici che si occupano di fistole in Nigeria, anzi, il nostro centro è inserito in un programma nazionale che raccoglie diversi ospedali, ma non tutti garantiscono gli stessi risultati. Anche in Nigeria, come da noi, ci sono millantatori e farabutti.
Azima ha 30 anni. Si è sposata a 15 anni e ha avuto le sue prime mestruazioni in casa del marito. È una situazione comune quella di sposarsi prima di essere donne. Ha avuto 7 gravidanze. L’ultima si è complicata proprio alla fine. È rimasta in travaglio per tre giorni. La bimba è morta e lei ha sviluppato una fistola molto profonda. È un anno e mezzo che perde urina, il marito ha divorziato e lei è tornata nel suo villaggio. Ha già avuto altre operazioni in altri centri, ma senza risultato. È stata inserita in una lista di casi complessi di cui si occupa il nostro specialista belga. È arrivato pochi giorni fa e si fermerà a Jahun per 4 settimane. È stata operata oggi, 4 ore di intervento. Dovrà fare tanta fisioterapia, ma tornerà a sentirsi donna.
Umar è arrivata in ospedale lamentando difficoltà di respiro. È al sesto mese di gravidanza, ma forse al settimo. Non è facile risalire al periodo preciso, molte donne non sanno neppure la loro età e anche le dimensioni del feto spesso ingannano perché più piccole di quanto dovrebbero essere. Abbiamo fatto alcuni esami del sangue e abbiamo trovato un’emoglobina di 1.8 grammi. In pratica nelle sue vene scorreva più acqua che sangue. Abbiamo iniziato a farle delle trasfusioni e a trattare le principali cause di anemia in gravidanza: la malaria e la malnutrizione. Oggi era seduta sul letto a gambe incrociate, a mangiare. Sembrava rinata. Ah, l’emoglobina era 5.8, ma aumenterà ancora.
Aisha è stata accompagnata dai familiari nel nostro ospedale dopo che altri 3 centri si erano rifiutati di accoglierla. Aveva partorito da una settimana e poi aveva iniziato a soffrire di convulsioni. È arrivata da noi in coma. Ci sono voluti due giorni di terapie, ma poi ha iniziato a lentamente a risvegliarsi. Le infermiere della terapia intensiva erano divertite perché diceva frasi senza senso e urlava quando le mostravano il suo bimbo. Poi ha ripreso coscienza del tutto e ha potuto tornare a prendersi cura del suo piccolo.
Zainab ha avuto 17 gravidanze. Una in più di Maria Teresa, alla faccia della ginecologa austriaca. È arrivata che era già in travaglio, ma la pressione del sangue era molto alta e abbiamo dovuto portarla in sala operatoria per un taglio cesareo. Prima dell’intervento le abbiamo proposto di effettuare anche la legatura delle tube per evitare un’altra futura gravidanza che avrebbe messo a rischio la sua vita e quella del nascituro. Ha sorriso e ha detto sì. Qualche volta alziamo le mani. Ma solo qualche volta.
PS: “A walk to beautiful” è un documentario realizzato in collaborazione con la BBC e il Fistula Project. Lo si trova su YouTube.
PS2: È finito il whiskey e anche la grappa dello zio Carlo. Segno che è tempo di iniziare a fare le valigie!

Muhammadu e Ken

L’attuale presidente della Nigeria si chiama Muhammadu Buhari. È stato eletto nel maggio di quest’anno, ma per lui il potere non è una novità. Infatti è già stato Capo di Stato tra l’83 e l’85, quando da generale dell’esercito rovesciò con un colpo di stato militare il governo in carica. Nulla si improvvisa, neanche l’odioso esercizio delle dittatura. Infatti il giovane Muhammadu aveva già partecipato a uno dei due colpi di stato del 1966 e a quello del 1975. Neppure la campagna elettorale è stata una novità per Buhari, avendo già concorso alle elezioni presidenziali del 2003, del 2007 e del 2011, senza successo. Un soggetto indubbiamente perseverante.
Il primo governo Buhari è ricordato per la legge contro la libertà di stampa più repressiva della storia della Nigeria e per la “Legge contro l’indisciplina”: il nome dice tutto.
Tra le sue frasi più famose: “Una democrazia difettosa è peggio dell’assenza di democrazia” (1983, dopo aver preso il potere).
“Se quello che è accaduto oggi accadrà ancora nel 2015, i cani e le scimmie si troveranno immersi a mollo nel sangue” (2011, dopo aver perso le elezioni per la terza volta, denunciando brogli elettorali).
“Il mio diploma è andato distrutto insieme alla mia casa nel 1985” (2015, durante la campagna elettorale in risposta a chi gli chiedeva di esibire il diploma, condizione costituzionale per diventare Presidente della Repubblica).
“Sono un ex governante militare convertito alla democrazia” (2015, durante la campagna elettorale).
“Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente”.
No, questo non è Buhari. Sono le parole di un altro nigeriano, poeta, scrittore e attivista per i diritti umani, Ken Saro Wiwa. È stato ucciso dal governo nigeriano dopo un processo farsa nel 1995. È stato il primo ad attaccare pubblicamente la Shell, denunciando la scellerata devastazione ambientale che si stava compiendo, con l’accordo del governo, nel Delta del Niger. Nel 1990 aveva contribuito alla nascita del MOSOP, il movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, principale vittima del “razzismo ambientale” della Shell. Nel 1993 la sua campagna portò in piazza con una marcia pacifica 300.000 ogoni, richiamando l’attenzione internazionale sul dramma ambientale che si stava consumando nella regione. Poco dopo venne arrestato.
Nel 1996 un gruppo internazionale di avvocati decise di fare causa alla Shell di fronte a una corte degli Stati Uniti per numerose violazione dei diritti umani compiute in Nigeria, tra le quali esecuzioni sommarie, torture e detenzioni arbitrarie. Nel 2009 venne fissata una data per l’apertura del processo, ma pochi giorni prima la Shell si accordò per un pagamento extragiudiziale di 15 milioni di dollari con cui risarcire le famiglie di Ken Saro Wiwa e degli altri otto ogoni arrestati e giustiziati insieme a lui.
Nel 2011 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha condotto un’indagine indipendente nella terra degli Ogoni, rilevando un livello di inquinamento devastante per la natura e per gli insediamenti umani. Questo è il riassunto del documento. http://postconflict.unep.ch/publications/OEA/UNEP_OEA_ES.pdf
Basti dire che l’UNEP stima in 25-30 anni il tempo necessario per ripulire il terreno, le acque di superficie e le falde acquifere e per ricreare l’ecosistema della foresta di mangrovie.
Proprio in occasione dell’anniversario della morte di Ken Saro Wiwa, Amnesty International ha pubblicato un rapporto che denuncia le falsità della Shell, ufficialmente impegnata nelle opere di pulizia. In realtà dai 5000 chilometri di tubature che collegano gli oltre 50 pozzi della Shell nella regione, continuano a essere perse migliaia di tonnellate di petrolio. La Shell ha ammesso di aver avuto dal 2007 ad oggi 1693 incidenti e nel solo 2014 dai suoi impianti sarebbero fuoriusciti circa 5 milioni di litri di greggio a causa del cattivo stato delle tubature e della mancanza di manutenzione.
https://www.amnesty.org/en/latest/news/2015/11/shell-false-claims-about-oil-pollution-exposed/ Consiglio la lettura di questo articolo del Fatto Quotidiano. Baci.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/12/ken-saro-wiwa-la-nigeria-e-la-shell-ventanni-dopo-la-sua-morte/2209486/

Jahun paradise

Il risveglio di sabato mattina è stato drammatico, come credo per chiunque. Per la lentezza della nostra connessione internet ho potuto vedere solo poche immagini e ancora nessun filmato delle stragi di Parigi e forse questa temporanea cecità multimediale ha reso la mia lontananza ancora più angosciante. Ho sentito il bisogno di essere fisicamente in Europa, a casa, per abbracciare le persone che amo e quelle sconosciute. Lo faccio ora attraverso queste righe.
Mi trovo sotto un chioschetto fatto di canne di bambù e foglie di palma, al centro del nostro piccolo cortile. Sorseggio coca whiskey (sarebbe in realtà una pepsi, ma “pepsi-whiskey” suona male). La cola si trova facilmente, il Jack Daniel’s è stato portato da qualche expat che mi ha preceduto. Sulla pelle l’odore del repellente per le zanzare mentre il vento della sera porta l’odore di un fuoco: ci sono sensi che non vengono penalizzati dal muro di cemento o dal cancello di ferro, che chiude il retro del cortile. Il cancello piace molto ai bimbi della strada, che si divertono a mirarlo con i sassolini del viottolo. Qualcuno più temerario affonda un rametto a guisa di spada tra i battenti.
Il chioschetto è un luogo di incontro e di scambio. Siamo in 11 più una famiglia di gechi e un topo. I gechi si siedono sui divani del chioschetto durante il giorno. Noi di sera. Il topo preferisce frequentare la cucina.
Siamo soprattuto extraeuropei. Un’australiana, un’indiana, un keniano, tre giapponesi, due ivoriani, un malawiano, un’austriaca e io. Hanno pensato che troppi europei potessero dare nell’occhio e attirare male intenzionati. La zona è molto tranquilla, però… cercano di non mandare qui francesi, inglesi e americani. L’Austria nessuno sa bene dove sia, poi la confondono sempre con l’Australia. Gli italiani non fregano a nessuno, si sa che da noi nessuno pagherebbe mai per un riscatto. L’importante è rassicurare tutti sul fatto che non sono francese. “Luigi? Where are you from? France?”
“NOOO! Italy! Luigi is a typical Italian name!”
“Gianluigi Buffon?”
“That’s it!”
Nel dubbio sto imparando a parlare con un sasso in bocca per sembrare pakistano. Un po’ di abbronzatura e un po’ di barba faranno il resto.
Sono contento del gruppo. Una bella squadra. L’unico momento critico è al mattino. Si alzano tutti molto presto e si mettono a parlare e a fare domande già a colazione. In più bisogna anche sincronizzarsi per la doccia perché i bagni sono in comune.
Quello che mi manca di più è lo yogurt. Non so perché. Forse perché fa caldo e lo yogurt è fresco. A Zaira, lungo il percorso da Abuja, ne ho assaggiato uno molto buono. Qui l’unico che ho trovato è fatto con latte in polvere. L’ho provato una mattina e l’ho addolcito con miele finto (acqua, zucchero, addensanti, coloranti e aromi naturali). So bene che una larga fetta della popolazione mondiale non ha abbastanza cibo (800 milioni di persone più o meno), ma chissà perché non ho mai approfondito questo tema del cibo di plastica. Ok, alla fine sono sempre proteine, grassi e carboidrati, ma c’è yogurt e yogurt.
Fatto salva la colazione, per il resto ci pensa Mercy, la nostra cuoca. Sembra uscita da “Via col vento”. Contribuisce abbondantemente a creare il mito di “Jahun paradise”, come è conosciuta la nostra missione, per la serenità che si respira in questo progetto. Non so chi l’abbia battezzata così, se un expat o un locale, però è un buon biglietto di presentazione. “Welcome to Jahun paradise!”. Così sono stato accolto al mio arrivo da chiunque abbia incontrato. Non si direbbe venendo da fuori, ma poi si scopre che il soprannome ha un suo perché.

Passeggiare

Il vento gioca con la sabbia e colora il cielo di giallo.
È passato da poco mezzogiorno. Usciamo dal recinto dell’ospedale e ci facciamo largo tra i venditori ambulanti, diretti verso casa. Siamo io e il prossimo presidente del Malawi. L’ho deciso dal primo giorno che l’ho visto, un po’ per la sua somiglianza con Barack Obama, un po’ per il sorriso caloroso e il portamento elegante. È un “expat”, come ci chiamiamo noi operatori umanitari, e si occupa di coordinare gli infermieri locali. È una di quelle persone cui affideresti senza esitare un bene prezioso. Siamo in due e quindi possiamo tornare a piedi. Casa e lavoro distano poco meno di un chilometro, ma ci è proibito percorrere la strada che li collega se siamo da soli. Dopo le sei di sera anche se si è in gruppo e bisogna farsi accompagnare in macchina. Al mattino è facile ritrovarsi tutti insieme e camminare in gruppo verso l’ospedale, ma alla pausa pranzo è più difficile sincronizzarsi ed è solo la seconda volta che mi riesce.
Mi piace passeggiare per strada, fa sentire liberi e al tempo stesso restituisce la consapevolezza di appartenere alla comunità. Si attraversa la città a piedi e se ne diventa parte, basta lasciarsi cullare dallo spazio che ci circonda.
Non che veda particolare bellezza volgendo lo sguardo attorno a me. Non c’è nulla di diverso in questo angolo povero di mondo rispetto ad ogni altra città del mondo povero: le persone passano, si incontrano, vendono, acquistano, consumano e sporcano. Non è neppure affetto romantico per una forma di ancestrale semplicità quello che mi affascina: è una essenzialità squallida quella che attraverso. Forse mi attrae l’equilibrio degli elementi e il loro dinamismo sempre uguale.
È come in un presepe animato, in cui si mescolano attività e personaggi ripetitivi e rassicuranti: il macellaio con la carne coperta di mosche, il fruttivendolo che vende le banane verdi e quello con le angurie già tagliate in quarti, il rigattiere con la sua esposizione di zuppiere colorate, il carretto tirato dai buoi dalle lunghe corna, le donne dai vestiti sgargianti con le pile di terraglie sulla testa, le capre smunte che brucano insieme alle galline, i bambini che tornano da scuola con la loro divisa (pantaloncini e camicia rosa i maschietti, abito verde e velo bianco le bambine), l’anziana mendicante che benedice ogni passante, i vestiti appesi ad asciugare alla polvere, il banchetto delle uova a fianco a quello delle patate, le taniche di benzina, le motociclette che chiedono largo insistentemente, lo stagnaio che picchia sul fondo delle pentole, i ragazzini che corrono in bicicletta e quelli che giocano a calcio a piedi nudi.
Anch’io vorrei camminare scalzo e sentire i piedi che sprofondano nella sabbia, ma pochi metri più avanti ci sono mucchi di spazzatura che bruciano, con il loro odore acre. Poi dovrò attraversare il lago delle buste di plastica: un tratto di terreno dove la poca erba che resiste all’arsura raccoglie come in una rete sacchetti di ogni dimensione. La maggior parte sono quelli dell’acqua che qui, anziché in bottigliette, viene venduta a buste da mezzo litro, gettate a terra una volta utilizzate.
Io mi sento parte di questo presepe. Sono la statuina nuova, quella che ogni presepe che si rispetti incorpora ogni anno. Non passo inosservato. I bambini più piccoli mi guardano con sospetto, alcuni si nascondono, spaventati, dietro il vestito della mamma. Quelli più grandicelli sono incuriositi, mi guardano rispondendo con un sorriso prima imbarazzato e poi festante al mio cenno di saluto “Salut! Hello! Auariú!”. Parlottano tra di loro come si sfidassero ad avvicinarsi e toccare la mia pelle bianca. Sono una rarità. I redattori della Lonely Planet, che ha dedicato un capitolo alla Nigeria nel suo volume sull’Africa Occidentale, precisano che per queste zone non hanno potuto fare ricerche in prima persona ma si sono affidati a contatti locali. Potrei sempre riciclarmi come scrittore Lonely Planet per Jahun. Per intanto, però, mi sta piacendo quello che faccio.
Pensiero del giorno. Che le cinture di sicurezza sulle automobili possano provocare di per se stesse dei traumi è cosa risaputa da tempo. I benefici che apportano, però, superano di gran lunga gli svantaggi è così, anziché rimuoverle, nel tempo si è pensato di migliorarle.
Delirio? No, è che questa esperienza mi porta a scrivere ancora una volta la mia piccola apologia delle vaccinazioni.
Sono in Nigeria, dove la mortalità infantile è ancora superiore al 10% ma dove, dal 2000 a oggi, sono riusciti a ridurre il numero di bambini che muoiono ogni anno per il morbillo da 150.000 a 8.000 (dati WHO 2015). Riti voodo? Cibo biologico? Dibattiti televisivi? No, hanno solo vaccinato più bambini. Che venissero a vivere qui insieme ai loro pargoli i genitori che credono che i vaccini siano un’invenzione delle multinazionali dei farmaci!
Noi non pensiamo che le industrie farmaceutiche vogliano arricchirsi con i vaccini, noi lo sappiamo per certo e lo denunciamo. Quello che chiediamo non è però cancellare le campagne vaccinali, ma abbassare i prezzi dei vaccini perché si possano immunizzare più bambini. http://www.medicisenzafrontiere.it/fairshot-il-vaccino-giusto-al-prezzo-giusto http://www.afairshot.org/#petition-en

Humani nihil alienum a me puto

Mi sembra di aver recuperato lucidità e di essere più sereno. Forse ho innestato la marcia giusta. I primi giorni sono stati abbastanza duri, complice una chiamata notturna seguita da dodici ore di sala operatoria, una mezza maratona che ho fatto fatica a recuperare.
Soprattutto però avevo sbagliato l’atteggiamento mentale. Le precedenti esperienze nel continente africano mi avevano tratto in inganno ed ero caduto nella trappola della più scontata delle generalizzazioni. L’Africa non è un paese.
“Good people, great nation. Proud to be Nigerian” recita il braccialetto al polso di uno dei miei infermieri (Un buon popolo, una grande nazione. Orgoglioso di essere nigeriano). Sono in Nigeria. Nel nord della Nigeria, per esattezza. Non in Zambia, in Sud Sudan o a Monrovia.
Iniziando dalla necessità di registrarsi al Nigerian Medical Council per poter svolgere la professione medica, passando dai medici e dagli infermieri che contestano le mie indicazioni terapeutiche e organizzative, per arrivare ai chirurghi locali che viaggiano su SUV della Mercedes e che sono abituati a trattare solo con anestesisti infermieri, la domanda me la sono posta: perché sono venuto qui?
Sono varesotto e vivo a Genova. Non sono terre famose per la loro cerimoniosità. Gente pratica, un po’ rude, badiamo all’essenziale nelle relazioni tra persone. Non è lo stile che posso esibire qui, dove ogni mia asperità è subito percepita come ostile e mal tollerata.
D’altra parte, allo stesso modo in cui io li considero africani, loro mi considerano europeo. Hanno tutti studiato a scuola quello che i portoghesi hanno fatto al loro popolo con la tratta atlantica e gli inglesi con il colonialismo. Sono della razza che ha depauperato il loro popolo e il loro suolo e che ha esacerbato i loro conflitti etnici.
Ora siamo tornati qui per curare le loro donne e per offrire loro un lavoro. Questo mi consente di avere dei privilegi nel gestire i rapporti umani?
Vedono forse in me la stessa ipocrisia e la stessa arroganza che io ritrovo nel chirurgo sulla Mercedes? Perché poi un chirurgo nigeriano non dovrebbe potere girare su un SUV?
Mi sono imposto un cambio di atteggiamento. Provo prima ad ascoltare. Provo a suggerire, anziché imporre. Provo a osservare e capire se la stessa cosa può essere fatta in modo diverso ottenendo lo stesso risultato. Provo a chiedere il perché di una scelta. Anche se mi costa tanta fatica.
Il foglio delle prescrizioni dei farmaci in Terapia Intensiva mi sembra poco funzionale. Ma chi ne deve beneficiare? È più importante che sia congeniale ai miei schemi mentali o che sia pratico per gli infermieri che in Terapia Intensiva lavorano?
L’ostetrica di turno sta asciugando un neonato, ma lui stenta a respirare. Se fosse un’esercitazione con un manichino attenderei la fine della prova per valutare insieme all’allieva la sua condotta, ma visto che il bambino è vero e ancora vivo, fino a quando è giusto aspettare stando al fianco dell’ostetrica per renderla autonoma, prima di intervenire?
Se dopo tre ore dalla mia richiesta, la sacca di sangue da infondere alla donna ricoverata per un’anemia severa non è ancora disponibile o se mi trovo sul tavolo operatorio un caso urgente di taglio cesareo per un distacco di placenta senza che nessuno mi abbia avvertito, mi è consentito esprimere un moderato disappunto?
In sintesi, sono più razzista se adatto il mio contegno a loro per non sembrare razzista o se mi comporto spontaneamente con il rischio di apparire razzista ai loro occhi?
Nel mio naufragare nei miei pensieri, alla ricerca della frequenza radio corretta per comunicare con lo staff locale, mi trovo a dover decidere se salvare il bimbo che soffre nella pancia della mamma mettendone a rischio la vita o cercare di stabilizzare le condizioni critiche della mamma, sapendo che forse nel frattempo questo bimbo morirà, ma almeno lei potrà tornare a casa dagli altri otto.
Nello stesso momento un’altra mamma si prepara per tornare a casa. Mette un cappellino in testa al bimbo, se lo carica sul dorso, lo avvolge con un telo colorato che annoda con abilità sul ventre ed esce dal reparto. Beh, che dire, basta poco per farmi felice!

Le mani, le dita e altre parti anatomiche

Vi ho lasciato al mio arrivo a Jahun, con le strade di polvere e le case di fango. La stagione delle piogge è finita da solo due settimane ma sembra che la terra e l’acqua abbiano litigato e non si frequentino da molto tempo.
Mentre entro nel nostro compound, penso alle consegne ricevute a Zaria dal collega tedesco e al fatto che mi sento ben sazio di raccogliere esperienze e giudizi di altri. “È tempo che mi sporchi le mani”, penso.
Devo aver pensato forte. La collega ginecologa si presenta mentre mi accingo a pranzare: “So che sarai stanco per il viaggio, però, se potessi, avremmo bisogno in sala operatoria”.
E sia. L’esordio è stato facile, sembravano casi clinici preparati apposta per mettermi a mio agio. Non è andata sempre così nelle ultime 48 ore.
L’ospedale generale di Jahun è una struttura governativa: noi abbiamo formalizzato un accordo per gestire il reparto di ostetricia.
Tutto nacque nel 2006 quando iniziammo a trattare le fistole vescico-vaginali. Già, le fistole, in sigla VVF. Sono una complicanza del parto. Se il parto non progredisce e il bimbo rimane incarcerato per lungo tempo dentro la mamma, la sua testolina preme sui tessuti che dividono la vescica dalla vagina e crea un buco che mette in comunicazione i due compartimenti. L’urina, come fanno tutti i liquidi (e come spesso fanno anche gli umani), percorre la strada più comoda e anziché uscire dall’uretra, stretta e chiusa, esce dalla vagina, più larga e senza porte. Una volta che impara la strada, non la cambia più. Nessuno, però, vuole vivere con una donna che perde urina dalla vagina. Semplicemente puzza. Così, la complicanza di un parto che è legata alla mancanza di un’idonea assistenza ostetrica, diventa uno stigma che provoca la morte sociale di una donna. Ci ritorneremo.
Dal nostro punto di vista, se si avvia un progetto di cura delle VVF, si capisce subito che la cura migliore è la prevenzione e che dove ci sono tante fistole ci vuole anche tanta assistenza al parto. Così abbiamo aperto anche un programma di ostetricia. Quando le donne hanno capito che forniamo assistenza gratuita, di qualità e h24 sette/sette trecentosessantacinque giorni all’anno, si sono passate la parola e, piano piano, i parti sono lievitati. Con essi anche le complicanze, anzi soprattutto le complicanze, perché chi può stare a casa propria a partorire senza problemi lo fa volentieri. Anzi, anche se si presenta anche qualche problema, si aspetta ancora un pochino, anche perché ci vuole il consenso dell’uomo di casa per venire in ospedale. Così si arriva proprio al limite, spesso anche oltre il limite. Quando succede, la maggior parte delle volte ci rimette solo il bambino, ma talvolta anche la mamma.
Questo in sintesi è il nostro lavoro qui: salviamo la vita alle donne e cerchiamo di migliorarne la qualità in un contesto dove nascere donna è una disgrazia.
È il classico dito in una diga? Probabile. Intanto il dito è il nostro, quindi il dito lo mettiamo dove vogliamo noi. Lo dico per anticipare il Rugo e il Dalla. Sarebbe bello aprire un discorso sul rapporto nord e sud del mondo, che qui in Nigeria si riflette al contrario – nord povero e sud ricco – ma le variabili sono sempre molte e il tempo per scrivere poco. La Nigeria è piena di contraddizioni. Al netto di tutto ancora una volta ci sono tante persone (parliamo del paese più popolato dell’Africa) ma pochi medici, pochi infermieri, poche ostetriche e soprattutto pochi ospedali accessibili da chiunque. Il risultato è sempre lo stesso: chi ci rimette sono i più deboli, in questo caso le donne (strano, neh?).
Guardate questo video, dura solo un paio di minuti, è in inglese ma chiunque lo può capire. Non riguarda solo le donne, ma in generale spiega molto di più che un rosario di dati statistici.
http://youtu.be/bRf8PbQgjGU
NB: lo possono vedere anche i bambini!

12°4’50’’ N 9°37’38’’

Sono le mie coordinate GPS.
Su Google mi trovate al confine con il Niger, là dove il verde diventa deserto.
Siamo partiti in perfetto orario, abbandonando Abuja impazzita per il traffico e abbiamo puntato a nord. Kaduna, con i primi minareti e Zaria poi, dove ho cambiato macchina, autista e cellulare.
Lunghe strade diritte e lunghe file di camion parcheggiati ai lati, tra i quali non si distinguono quelli ancora in uso e quelli abbandonati, tanto i primi possono sembrare più malmessi dei secondi. Ogni tanto dei rami tagliati di fresco e sparsi sulla carreggiata segnalano le carcasse dei mezzi ribaltati e abbandonati.
Ai bordi della striscia di asfalto, in mezzo alla terra rossa, le attività commerciali e artigianali, che si intensificano in prossimità dei centri urbani. Qui il traffico è una gimcana tra automobili, venditori ambulanti e keke, i taxi tricicli che cambiano colore in ogni città.
Poi ancora dritti a nord, fino a dove la vegetazione si dirada, diventa più arsa e la terra da rossa di fa bianca. A Kano si svolta a est, nel mezzo del nulla. Villaggi di polvere e mandrie di vacche fantasmi con le mammelle avvizzite. La savana. Una distesa piatta animata da bassi cespugli e alberi imponenti: i karité contorti dalla folta chioma e gli scheletri nodosi dei baobab.
Ai tetti di lamiera iniziano ad affiancarsi quelli di paglia e ai muri in mattone quelli di fango. Fanno la loro timida comparsa i cammelli.
Il mio autista parla a fil di voce, rendendo impossibile qualsiasi tipo di conversazione e quindi ascoltiamo alla radio la diretta di una partita di calcio che annoia anche il cronista.
Fuori i colori dei bambini, quelli che giocano negli stagni e quelli che rientrano da scuola.
Le donne, tutte, anche le più piccole, indossano l’hijab, che copre il capo ma lascia completamente libero il volto, anzi qui sembra quasi esaltarne la luminosità. Sono di colori e di fantasie diverse, rendendoli più simili a un capo di moda che a una imposizione religiosa.
È incredibile come ci possano essere due anime così diverse nello stesso paese. Forse, semplicemente, sono due paesi, il nord e il sud, uniti dalla storia ma non dalla cultura.
O forse la differenza è a quale religione essere devoti, perché poi il modo di vivere la religiosità è simile, dal coacervo di chiese evangeliche del sud alle moschee del nord.
Poi, finalmente, dopo 8 ore, Jahun.