Monthly Archives: novembre 2013

Frecciarossa

Ha un solo piano, ma va più veloce di un double-decker. Prenotato in anticipo, un biglietto in business zona silenzio sulla Roma-Milano costa come un biglietto standard, ma la differenza è sensibile. Tra poco ultima fermata. Finale a scelta.

1.
Ultima sera. Cena. La collega francese offre un foie gras conservato gelosamente per un’occasione speciale. Per me la fetta più grossa nel caso l’indomani mi rapiscano sulla strada lungo il confine. Il responsabile della sicurezza, austriaco, si fa serio e mi istruisce di non avvisare nessuno in sala operatoria della mia partenza, per ridurre il rischio che ci siano fughe di notizie e possibili agguati. Ogni movimento di espatriati deve avvenire in segreto. Ma @#|$|¥, porca ¥>%#*{+@? tu e le tue sorelle #%*^€&, secondo te, io che cosa ho fatto oggi? Da una settimana tutti sapevano che ero in procinto di tornare a casa e ho accuratamente salutato e abbracciato uno a uno tutti i miei amici siriani. Uno. Va bene la sicurezza, ma non posso accettare di lavorare giorno e notte con un team di persone con cui parlo di calcio, guerra, affetti, viaggi e futuro, e poi partire di nascosto senza salutare nessuno. Due. Il rispetto e la sicurezza percorrono la stessa strada, se rispetti le persone con cui lavori, e li fai sentire parte del progetto e non semplici spettatori, ti proteggeranno. Tre. La logica vorrebbe che se devo partire senza salutare nessuno, devi dirmelo la sera prima dell’ultimo giorno di lavoro, non la sera dell’ultimo giorno di lavoro. Il foie gras comunque era molto buono. E non mi hanno rapito.

2.
Ultima sera. Dopocena. Salgo sul terrazzo di casa e guardo in lontananza le luci rade della città. Davanti a me, nel buio, svetta la sagoma di un minareto. L’aria è fredda. Il silenzio ė cullato solo dai grilli e dalle fusa del generatore. Un tappeto di stelle sopra di me. Raffiche di spari. Poi bagliori. Una serie di boati. Terza notte di fila di bombardamenti. Il pensiero corre ai feriti che potrebbero arrivare domattina in ospedale. Di notte nessuno si muove. Io sarò in viaggio verso il confine, ma arriverà la collega tedesca. Sarà un inverno lungo.

3.
Finalmente si vedono in lontananza le bandiere rosse della Turchia. Siamo vicini al confine. La dogana sul lato siriano è presidiata dalle forze del Free Syrian Army. Una lunga colonna di macchine ferme, stipate di persone e di di ogni genere di arredo. Poi la terra di mezzo, occupata da un enorme accampamento dell’UNHCR. Le tende tutte uguali, grigie, con la scritta blu dell’agenzia ONU. Infine la dogana turca, un corridoio lungo un chilometro, delimitata da alte reti metalliche, da percorrere a piedi. Persone di ogni età, valigie di ogni dimensione, trascinate sull’asfalto o trasportate con carriole. Materassi, televisori, armadietti, cibo, scatole di cartone, taniche di olio. Tre controlli dei passaporti, all’inizio, a metà e alla fine. Dall’altra parte il cielo ha lo stesso colore, il paesaggio è identico, ma l’aria ha un peso diverso.

4.
Ultimo ward round mattutino, il rito quotidiano che compiamo il chirurgo e io per visitare i pazienti operati. È il turno di Ibrahim, un bimbo di cinque anni operato all’addome per un TVB, ma il letto è vuoto. Il giorno prima gli avevamo rimosso il sondino naso-gastrico e il drenaggio toracico. Mi giro, è in piedi dietro di me, minuscolo e serio nel suo camicione chirurgico, taglia unica, che gli arriva sotto i piedi. Gli tendo la mano e me la stringe, sorridendo. Un gesto semplice, nulla di speciale, ripetuto centinaia di volte in Siria come in Italia, con i bambini come con gli adulti. Alcune volte però è un istante che resta impresso. Voglio ricordarmi la Siria così, col volto di un bambino spaesato, avvolto in una veste che lui non si merita, ma che non gli impedisce di sorridere.

È stata più dura delle altre volte? Sì. Ci torneresti? Sì, ci tornerei. Grazie a tutti.

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Gaziantep

Gaziantep, Turchia. Sono al sicuro. Domani Gaziantep-Istanbul-Roma, domenica Roma-Milano-casa. Se avete ancora un briciolo di pazienza, tra un paio di giorni pubblicherò l’ultimo post.

Gli epatociti felici

“A parte tua moglie, che cosa ti manca di più della tua vita quotidiana, dottor Luigi?” mi ha chiesto Wikipillar pochi giorni fa (mia moglie è Stefania, troppo complesso dire che non lo è ma è come se lo fosse). Non so se sia segno di sanità o di dipendenza, ma il mio pensiero è andato subito all’alcol.
C’è già agitazione tra gli epatociti. Meno di 12 ore alla prima birra. Turca, ma sempre birra. Sono pronto. Tra pochi minuti la partenza da Bravo. Ieri ho salutato lo staff in ospedale, questa mattina i miei compagni di casa. Come sempre sentimenti contrastanti. Tanti volti, molte storie, rabbia per quello che ho visto e soddisfazione per quello che sono riuscito a fare. Forse, come mai prima di ora, la sensazione di impotenza. Vi aggiorno.

Make Luigi happy

È la campagna che ho lanciato questa mattina, dopo aver aperto il frigorifero è scoperto che non c’erano uova per la colazione. Il clima era già abbastanza triste di per sé: è stata la prima colazione che abbiamo fatto dopo che ieri la metà del gruppo (5 su 11) è tornata a casa e non verrà sostituita. Una decisione difficile, presa dopo 24 ore di tensione, in seguito a un livello aumentato di rischio per gli occidentali presenti (sostanzialmente solo noi, a parte qualche cittadino europeo che ha raggiunto i fratelli musulmani per combattere al loro fianco). Ordini dall’alto: rimangono solo le figure essenziali (tra cui, ovviamente, chirurgo e anestesista). Peccato, perché in realtà avremmo avuto bisogno di essere di più. Ma gli ordini non si discutono, non in questo contesto.
Così, senza amici e senza uova, ho pensato a “Make Luigi happy”, per avere uova e connessione internet in casa, dove ormai manca da due settimane (c’è in ufficio, ma per i medici che passano la giornata in ospedale non è molto comodo). Per intanto mi hanno preso le uova e in aggiunta anche un vasetto di Nutella. Per internet ci stanno lavorando. Anche perché mi fa ridere che abbiamo uno psicologo a nostra disposizione, raggiungibile in ogni momento per telefono in caso di necessità, e non possiamo mandare un messaggio alle persone che amiamo, che a mio parere serve più dello psicologo. Se volete sostenere la campagna, potete inviare le vostre adesioni a Bravo Base. Ve ne saremo grati.