Monthly Archives: ottobre 2013

Salamelecchi

Ci sono momenti in cui un circuito neuronale si attiva in modo inaspettato e la mente si apre a nuove sorprendenti intuizioni. Mi è successo questa mattina. Ingresso dell’ospedale, con la consueta accoglienza di infermieri, autisti, addetti alle pulizie, medici, traduttori, parenti dei pazienti, passanti. Saluto “Salam aleik hom”, “Wa-aleik salam doctor”, stretta di mani, “Good morning”, mano sul cuore, “How are you?” e così per ognuno. “Salam aleik”, “La pace sia con te”. Salam aleik. Salamelecchi. Vuoi dire che…? Si, ebbene si. I salamelecchi li hanno inventati gli arabi. Noi gli abbiamo dato un nome, storpiando un saluto in sé splendido, ma utilizzato con un stile molto cerimonioso e rituale, ai limiti dell’affettato.
I bambini per strada invece gridano un meno impegnativo “Hello!” al passaggio del nostro pulmino bianco, privo di insegne, ma inconfondibile, unico veicolo dalle forme aerodinamiche e prodotto in questo millennio, tra motociclette sgangherate, motocarretti instabili, trattori d’epoca e autocarri fumosissimi.
I bambini sono una quantità impressionante, sono ovunque, credo siano la risorsa di questo popolo. Trascorrono la giornata sulla strada, in mezzo alla polvere e alle pecore, incuranti del traffico. Vorrei fotografarli tutti. La macchina fotografica che mi ha accompagnato per anni è rimasta però in custodia nella nostra sede in Turchia. È proibito scattare fotografie, potremmo essere considerati giornalisti o, peggio, spie. Ho scattato solo due foto di nascosto con l’iPhone, al paesaggio fuori dalla finestra della mia camera, quando il sole del mattino inizia a riscaldare l’aria. A proposito di bambini, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficializzato quello che ci si aspettava. Il crollo della rete sanitaria ha trascinando con sé anche i piani vaccinali dell’infanzia ed è ricomparsa, tra i più piccoli, la poliomielite.
Intanto il tempo passa e il team si rimodella. Il mio amato chirurgo francese è tornato a casa e ha lasciato il posto a uno scozzese, che promette bene, almeno per quanto riguarda il perfetto accento da BBC. Ho poi ritrovato, con grande piacere, il fisioterapista brasiliano, già mio compagno di avventure in Yemen, che ha sostituito il brillante giordano. Mi sa che il prossimo avvicendamento sarà il mio. Buona notte delle zucche a tutti!

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TVB

No, non è una regressione al “Ti Voglio Bene” di adolescenziale memoria. È una delle sigle che usiamo per catalogare gli interventi chirurgici in base all’evento causale. Nel caso specifico significa Trauma Violence Bombs, cioè vittima di un’esplosione, che sia bomba, razzo o granata. A seguire, sul registro operatorio, mettiamo la sigla che indica la procedura chirurgica effettuata, che, quando associata a TVB, può essere di qualunque tipo. Vi sono infatti le lesioni dirette, principalmente agli arti, le fratture, le ustioni, le sindromi da schiacciamento dovute ai crolli e le conseguenze delle schegge, che possono raggiungere qualsiasi parte del corpo. Poi ci sono i pazienti che già erano ricoverati altrove, ma giungono da noi perché il loro ospedale è stato bombardato (www.medicisenzafrontiere.it/msfinforma/comunicati_stampa.asp?id=3256&ref=listaHomepage). Le vittime hanno diversi indici di gravità. Quelle che raggiungono l’ospedale sono quelle più fortunate, anche se la sopravvivenza immediata non significa che poi non possano morire subito, poco dopo in sala operatoria o anche a distanza di qualche tempo, per le complicanze tardive. Chi sopravvive, però, non sempre si considera fortunato. Potrebbe rimanere rovinato per la vita o scoprire di aver perso tutta la sua famiglia. Qualche volta, poche per mia fortuna, mi chiedo se sia un bene salvare a tutti i costi qualcuno che, forse, non sorriderà più.

Wikipillar

È tornato il sole, ho dormito per due notti di fila e in più santa ciprofloxacina ha stroncato sul nascere il tradizionale appuntamento con la diarrea del viaggiatore. Quindi oggi sguardo molto più rilassato e atteggiamento ottimista. Unici dati negativi sono stati la dimissione di Barrah, una bimba di quattro anni ricoverata per una frattura di femore, e la sconfitta della Juventus.
La dimissione della bimba è in sé un fatto molto positivo, ma l’hanno mandata a casa prima che riuscissi a salutarla e quando sono entrato in reparto e ho trovato il suo letto vuoto mi sono indispettito. Eravamo diventati amici: ha iniziato lei a fare la smorfiosetta regalandomi prima uno spicchio di mandarino, poi un mandarino intero, ieri mattina una caramella alla fragola e ieri sera una mela. La mela però me l’ero meritata, dopo essermi presentato nel pomeriggio con un orsacchiotto di peluche bianco e rosa, recuperato non so dove grazie alla complicità del mio capo sala. In ogni caso stava bene e questa è la cosa importante.
Anche la sconfitta della Juve può avere dei risvolti positivi, tra i quali vi è sicuramente la gioia esplosiva dei fiorentini. Il problema è Wikipillar, il giovane chirurgo autoctono che affianca il nostro chirurgo francese. Un tenero cicciobello di 100 chili, impaziente di accattivarsi l’interlocutore dimostrandosi ferrato in ogni campo del sapere umano. "Luigi" + "Italia" = "Gianluigi Buffon". Azzurri. Calcio. Coppe del mondo dal 1970 al 2010. Partite di campionato e scudetti degli ultimi 20 anni. Prossime sfide europee. Allenatori. Giocatori. Formazioni. Marcatori. In alternativa: cinema; paesi del mondo; città italiane; cibo italiano; prodotti italiani; automobili. Tutto associato all’immancabile domanda: "quanto costa?". L’aspetto straordinario di una mente così brillante, anche se non sempre di facile gestione e digestione, è che non è mai uscito dal suo paese. Come tanti suoi coetanei non può avere il passaporto in quanto non ha ancora assolto gli obblighi di leva. E non è che di questi tempi da queste parti si incontri molto entusiasmo verso la naia, intesa come reclutamento nell’esercito regolare governativo. Il suo sapere enciclopedico-divulgativo è accompagnato alla passione per i prodotti di marca, soprattutto nel campo delle attrezzature tecniche. Vi dirò solo che il primo giorno mi sono presentato al lavoro indossando i miei scarponi neri della Caterpillar e uno zainetto multitasche della Eastpak. Aveva la stessa espressione di Barrah quando ha visto l’orsacchiotto. Un punto a mio sfavore è stato che non ricordassi il prezzo degli scarponi, ma mi ha perdonato quando gli ho raccontato di averli acquistati nel 2005 (8 anni?! devono proprio essere di ottima qualità!) a Camden Town (a quei tempi per me sterline e banconote del monopoli non facevano differenza, ma questo gliel’ho risparmiato). Ora vi sarà chiaro perché la sconfitta della Juve ha costituito un grosso problema più che per me, per Wikipillar. Per me perché ho dovuto contenerlo. In attesa della sfida di mercoledì contro il Real Madrid. Che Wikipillar sta già celebrando.

Gocce

Sono passati pochi giorni dal mio arrivo, ma mi sembra di essere qui da molto di più. Sarà per l’accoglienza calorosa, sarà per la compattezza del gruppo, sarà per la ripetitività dei gesti quotidiani, sarà che il tempo impiegato per orientarsi si è fatto, di anno in anno, sempre più ridotto, ma così è.
Viviamo in nove, cinque sanitari e quattro logisti in una casa a poca distanza dall’ospedale. Nonostante la brevità del percorso, per motivi di sicurezza, ci muoviamo rigorosamente con un pulmino, anche di giorno.
La situazione è paralizzata. Si vive in un clima di incertezza continua, sia nel nostro piccolo gruppo, con una borsa sempre pronta e il passaporto in tasca, sia a livello comunitario, con il quotidiano elenco di località bombardate. E noi siamo una goccia nel mare. Pochi, pochissimi rispetto alle esigenze della popolazione. Uno di noi si occupa di girare i paesi vicini per monitorare le condizioni sanitarie e la fattibilità di nuovi interventi. Il risultato è sempre lo stesso, con la costante conferma che a fronte del crollo delle condizioni sanitarie vi è grande difficoltà a fare di più, non solo per garantire la nostra sicurezza, ma anche quella della gente, dopo che gli ospedali sono stati sistematicamente distrutti.
Avremmo l’indicazione di non affrontare argomenti politici con i nostri collaboratori locali, ma talvolta è davvero impossibile rifiutarsi di raccogliere i loro sfoghi, dopo due anni di guerra e nessuna prospettiva reale di miglioramento all’orizzonte.
Deprimente? Beh, vi faccio presente che ho lavorato la notte scorsa, che non vi è una goccia di alcol nel raggio di chilometri e che soprattutto oggi, per la prima volta, il cielo è rannuvolato, dopo una settimana continua di azzurro incontaminato. Si avvicina la stagione delle piogge, che sinceramente non mi dispiacerebbe scansare, anche solo di un soffio. Non si può però avere tutto e tra la pioggia e il sarin, meglio la pioggia.

Dolcetti

Eid parte due. Avevamo già festeggiato insieme la festa musulmana del sacrificio mentre ero a Kunduz. Il calendario islamico, più corto di quello gregoriano, mi fa ritrovare ancora, con un mese in anticipo rispetto a due anni fa, nel cuore delle celebrazioni.
Conseguenze pratiche.
Uno spettacolo di bimbi in giro per le strade. Strade di terra bianca, case di pietra bianca, polvere bianca che copre ogni cosa. Bambini colorati ovunque.
Nessuno ha sparato, almeno dalle mie parti, e quindi mi sono rilassato dopo due giornate infuocate.
Ho mangiato un sacco di dolcetti deliziosi.

PS: I due mezzi di trasporto più utilizzati qui sono i camioncini e le motociclette. Oggi ho battuto il mio record personale di avvistamento di persone su una moto: cinque! Figlio, papà, secondo figlio e mamma con terzo figlio in braccio.

PPS: Vi segnalo un articolo della Thomson Reuters Foundation. È in inglese, ma riesce sintetizzare bene che cosa accade da queste parti.

http://www.trust.org/item/20131015142028-maxen/?source=shem

Field

Sei ore di strade sconnesse, tra colline di roccia, campi di terra nera e villaggi di pietra. Quattro cambi macchina. Due compagni di viaggio. Un solo attimo di esitazione alla frontiera turca, di fronte alle guardie che mi augurano “Good luck!”. Arrivato a Bravo.

Bravo

“Ben ritrovato!” per chi in passato era già salito a bordo e “Benvenuto!” ai nuovi passeggeri.
Ci sono situazioni in cui un rumoroso autobus a due piani, per di più rosso, rischia di non passare inosservato. Nessuno vi presterebbe attenzione lungo Oxford Street a Londra, dove un double-decker in più o uno in meno non fa alcuna differenza; nel mezzo del nulla siriano potrebbe però infastidire molti dei pochi presenti, soprattutto se armati e sospettosi.
Motivo per cui ho riflettuto a lungo se riattivare, anche questa volta, il blog. Lo farò, ma senza dire troppo. Meno del solito, per intenderci. Voglio però provare a tenere fede a una tradizione che fino ad ora mi ha portato soddisfazione, conforto e anche fortuna.
Iniziamo, come sempre dalle premesse. Sono di nuovo in missione. Per ora sono ancora in Turchia, nei pressi di Antiochia. Domani dovrei attraversare il confine e raggiungere il mio prossimo ospedale, Bravo.
Ovviamente il nome è in codice. Non è un segreto vero, non siamo così ingenui da pensare che governativi o ribelli non sappiano che ci siamo, dove siamo e che cosa facciamo. Cerchiamo solo di mantenere un “low profile”. Siamo in Siria da un anno e mezzo e facciamo del nostro meglio senza troppa pubblicità. Come sempre bisogna trovare un equilibrio tra esserci, raccontando che cosa vediamo, e rimanerci, per poter curare chi ha bisogno.
Poche invalicabili regole.

  1. Nessun commento di critica ad alcuna parte coinvolta nel conflitto.
  2. Nessun riferimento diretto all’ONG per cui lavoro.
  3. Nessuna informazione su dove mi trovo.

Un po’ perché mi piace circondarmi di quell’aria di mistero che accresce la suspense e rende piacevole l’attesa tra una lettura e l’altra (questo è il motivo meno serio). Un po’ perché dietro ad ogni incidente occorso in passato in questo contesto a qualche operatore (di altre ong, ndr), c’è sempre stato qualche comportamento quanto meno incosciente, nell’accezione del termine che ho appreso ancora bambino da mia mamma quando, scarrozzandomi per negozi, incontravamo qualche automobilista poco prudente (questo è il motivo più serio).
Detto questo, avviso i miei lettori più affezionati che non sarà un’edizione del double-decker particolarmente ricca di puntate, mi basterà darvi un cenno ogni tanto che vi rassicuri sulla mia buona salute. Ovviamente sempre che la connessione internet funzioni. In caso contrario vale il vecchio adagio “nessuna nuova, buona nuova”.
Buon viaggio!

P.S: per chi volesse approfondire

http://www.saluteinternazionale.info/2013/09/guerra-e-salute

http://www.medicisenzafrontiere.it/msfinforma/dossier.asp?IdDossier=11&ref=testataHomepage2

Siccome molti Siriani che fuggono, comprensibilmente, dalla guerra, approdano sulle nostre coste, forse può interessarvi anche

http://www.medicisenzafrontiere.it/msfinforma/comunicati_stampa.asp?id=3246&ref=listaHomepage