Monthly Archives: novembre 2012

Independence Day

“We did not come here seeking to delegitimize a State established years ago, and that is Israel; rather we came to affirm the legitimacy of the State that must now achieve its independence, and that is Palestine” (Mahmoud Abbas, Presidente dell’Autorità Palestinese, New York 29 novembre 2012).
Auguri Palestina!

Ma rimaniamo, ancora per poco, ad Aden. Il 30 novembre del 1967 l’ultimo soldato della Regina lasciava definitivamente lo Yemen del Sud, che da allora, in questa data, celebra la sua indipendenza.
Cadendo di venerdì sarebbe stato un giorno di riposo, ma prevedendo possibili incidenti abbiamo attivato il piano per il massiccio afflusso di feriti.
Per ora tutto tranquillo, ma almeno in questo caso, se succede qualcosa, saremo pronti.
A fine settembre, infatti, senza alcuna avvisaglia, l’ospedale è stato teatro di uno scontro a fuoco tra la polizia, che voleva entrare nella struttura per arrestare un paziente, e un gruppo armato che voleva opporsi all’operazione. Dopo diverse ore la situazione si è calmata, per fortuna senza vittime, ma siamo stati costretti a chiudere l’ospedale per qualche tempo, trasferendo tutti i pazienti presso altri presidi. Quando sono arrivato ad Aden, le attività erano state riprese da pochi giorni. Sono bastate due settimane perché rimanessimo al centro di un’altro scontro tra la polizia e un gruppi di criminali che volevano “finire” alcuni pazienti feriti in uno scontro a fuoco tra clan diversi e ricoverati da noi poche ore prima. Anche in questo caso, dopo alcune ore rinchiusi in una stanza nei sotterranei, la situazione si è normalizzata, ma abbiamo dovuto trasferire presso l’ospedale militare i pazienti in questione. Questa seconda volta i nostri contatti ci avevano allertato e il personale straniero non indispensabile (cioè tutti a parte anestesista e chirurgo) era già stato allontanato.
La neutralità e l’imparzialità, che insieme all’indipendenza costituiscono i pilastri della nostra azione umanitaria, si devono spesso sposare con la negoziazione che è fatta di trattative complesse in cui siamo potenziali bersagli di rapporti di forza che cambiano di giorno in giorno. Non basta dire “siamo qui per voi”. Bisogna conoscere i mille volti che compongono questo “voi”. Così è in Siria, in Somalia, in Afghanistan e così è qui. Non è facile prestare soccorso a una popolazione che è divisa da linee trasversali a tutti i livelli.
Non solo si compie della fatica per curare le persone, ma bisogna anche compierla per ottenere di poterle curare.

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Women in Yemen

Domenica ricca di emozioni: il GP di Formula 1, Milan-Juve, le primarie del PD e soprattutto il compleanno di Carolina, una delle mie due nipoti preferite. Tra le altre cose, il suo compleanno ha coinciso con la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Qualche dato sullo Yemen? Il 67% delle donne è maltrattata dal marito. Il 20% ha subito mutilazioni genitali. L’analfabetismo tra le donne raggiunge il 70% e solo il 7% di loro ha un salario. Mi sembra che possa bastare.
Quello che ancora non ho capito è quanto l’abaya, il lungo abito nero che copre il corpo dalla testa ai piedi, e il niqab, il velo che nasconde il volto lasciano liberi solo gli occhi, siano da considerarsi violenza o piuttosto siano vissuti come una protezione dalla violenza. Secondo qualcuno abaya e niqab possono risultare anche sexy, ma fatto salvo un’infermiera della terapia intensiva, non mi sento di generalizzare questa affermazione. L’idea che le donne di questa parte del mondo abbiano gli occhi bellissimi è un po’ un luogo comune: gli occhi sono belli ed espressivi ovunque, è che qui si possono apprezzare solo quelli. L’abaya può essere personalizzato con rifiniture dorate e sul capo può essere utilizzato un velo colorato. Quello che copre il volto invece è solo nero. Sono permesse borse, anche vistose, bracciali, e va molto di moda decorarsi le mani con l’henné. I maschi invece, soprattutto dopo una certa età, utilizzano l’henné per colorare capelli e barba.
Intanto questa ultima settimana si prospetta molto difficile: dopo l’infermiere canadese e il fisioterapista brasiliano, è partito anche il chirurgo tedesco e sono rimasto senza compagni di gioco. No, non compagni di sala operatoria, avversari di ping-pong. Rimangono rappresentati di Uganda, Sri Lanka, Nigeria, Inghilterra, Austria, Francia, Sudan e, ovviamente, molti yemeniti, in una babele di accenti inglesi diversi, ma nessuno particolarmente portato per il ping-pong. Qualcuno troverò, va bene anche una donna velata, basta che sappia impugnare decentemente una racchetta. Purché non sia il tirocinante somalo: dopo avermi chiesto quante mogli ho, a che cosa serva il tostapane e perché faccia l’anestesista che in Somalia non se li caga nessuno, sono terrorizzato all’idea di dovergli spiegare la funzione della rete tirata a metà del tavolo.

Le piante dello Yemen

Lo Yemen è sempre stato famoso per alcune delle sue piante, prima tra tutte quelle dalla cui resina si ricava l’incenso: parliamo di franchincenso, quello vero, quello a cubetti che si fa bruciare nel turibolo, giusto per capirci tra noi ex chierichetti.
La cultura dell’incenso risale addirittura a diversi secoli prima di Cristo e già dai tempi dei Romani molte rotte di commercio attraversavano lo Yemen per caricare l’incenso nella lunga strada tra l’estremo oriente e i paesi mediterranei.
Poi venne il momento della pianta del caffè. Basti dire che Mokh o Mokha è una città dello Yemen. La leggenda narra che fu un pastore a scoprire le virtù eccitanti del caffè, osservando le sue capre che rimanevano sveglie anche di notte dopo aver mangiato le bacche di un arbusto a lui sconosciuto. Sul caffè si potrebbero scrivere pagine e pagine, vi dirò solo che qui bevo quello solubile e siccome settimana scorsa il fisioterapista che si occupa della spesa si è rifiutato di comperarne una confezione di scorta ora siamo rimasti a corto anche di quello.
C’è però una terza pianta, molto più popolare, che abbatte ogni barriera sociale in quanto a diffusione e consumo. È il qat (o khat).
È un arbusto, le cui foglie lunghe e strette contengono una sostanza eccitante, ad effetto eccitante simil-anfetaminico.
La maggioranza della popolazione mastica qat, ovunque. In casa, per le strade, nei negozi. La caratteristica dei masticatori di qat è la guancia gonfia, come se avessero un imponente ascesso dentario. Il qat infatti non si ingoia, ma ne si assorbe il principio attivo macerando le foglie in bocca e tenendo il bolo schiacciato tra le gengive e la guancia. È una visione disgustosa e anche un po’ inquietante, soprattutto se a masticare qat è un militare a un posto di blocco nel centro della città, con tanto di mitra in spalla. L’immagine che meglio descrive questa strana società, è però l’uomo con la guancia rigonfia che passeggia mano nella mano con la sua compagna l’abito scuro e il volto coperto: uno che mostra senza alcun pudore il suo volto deformato e l’altra che lo nasconde completamente.
Più di tante descrizioni, però, è utile dare un’occhiata alla foto di questo articolo della BBC.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/from_our_own_correspondent/6530453.stm
La masticazione di qat ha diverse conseguenze, da quelle economiche (la coltivazione di qat, con le sue irrigazioni estese, è una delle cause aggravanti la crisi idrica dello Yemen, a rischio costante di mancanza d’acqua), a quelle estetiche (i denti dei masticatori sono una visione nauseabonda) a quelle sociali (molti imputano al qat l’aggressività che è alla base di molti episodi di violenza urbana).
Il mio pusher sconsiglia vivamente l’infuso di foglie di qat, perché troppo forte. Quello che invece suggerisce, se si volesse “rinforzare” il tè tradizionale è di aggiungere direttamente nella tazza qualche goccia di efedrina (ora qualcuno capirà perché la preferisco all’effortil). Continuo la digressione anestesiologica ricordando che il qat non è l’unica droga diffusa in Yemen: c’è un’elevata dipendenza anche dagli oppiodi (morfina) e dalle benzodiazepine (valium). L’effetto di queste associazioni ha anche delle ripercussioni in sala operatoria e me ne sono accorto uno dei primi giorni quando, per sedare un paziente, dopo 10 mg di diazepam, 10 mg di morfina e ai 250 mg di ketamina, tutti sparati in vena, ho dovuto fare ricorso a 500 mg di TPS (per i non addetti ai lavori: è tanta roba!)
Consigli per gli acquisti.
Natale si avvicina, immagino che in TV stiano iniziando le pubblicità dei panettoni. È ora di pensare ai regali. Quale miglior pensiero del caro vecchio libro stampato su carta o in versione digitale? Ve ne suggerisco addirittura due.
“Dignità. 9 scrittori per Medici Senza Frontiere” (uscito a maggio) e “Noi non restiamo a guardare. Lettere e testimonianze di Medici Senza Frontiere” (appena pubblicato), entrambi editi da Feltrinelli. Lo so, non sono letture leggere, ma se volete qualcosa di leggero guardatevi le pubblicità dei panettoni in TV.

Yemen folks

Il mio pensiero costante di questi ultimi giorni è ai bambini di Gaza.
E vorrei non scrivere altro.
Ma visto che sono ad Aden, parlerò di questi folli anziché di quelli.
L’altro ieri (Venerdì, giorno che qui equivale alla nostra domenica), mi sono preso un pomeriggio di riposo; alle 16 ho varcato il cancello dell’ospedale per la prima volta da quando sono arrivato. Ho attraversato la città in auto e mi sono spinto fino al mare, in cima a una rocca che domina il “Crater”, la città vecchia ospitata nel cratere di un vulcano spento. Aden è come mi aspettavo, ma molto più in grande: caotica, colorata e sporca. È stata una boccata d’ossigeno necessaria e benefica. Il tempo di scattare qualche foto dal Castello di Sira e mi hanno richiamato in ospedale perché era scoppiata una bomba e si aspettavano diversi feriti. Ne sono arrivati cinque, di cui quattro già morti.
Per chi volesse essere informato sulle notizie locali (anche se neppure qui parlano di che cosa succede qui) consiglio:
www.yementimes.com
Soprattutto vi raccomando la foto di questo articolo: provate a immaginare che cosa significhi lavorare con delle infermiere vestite così.
www.yementimes.com/en/1625/report/1609/Yemen-Center-for-Autism-struggling-‘alone
E per finire con i link, visto che non avrò molte occasioni di parlarvi degli aspetti turistici di questa città, visitate:
www.yementourism.com/tourism2009/destinations/index.php?ELEMENT_ID=2643
È proprio il turismo che potrebbe salvare questo Pese.
Pur avendo il primato di essere l’unica repubblica tra i paesi della penisola Arabica, lo Yemen è infatti all’ultimo posto per condizioni economiche.
L’instabilità e la corruzione non costituiscono certo una forte attrattiva per gli investimenti stranieri. Più del 40% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, le riserve petrolifere, già scarse, crolleranno entro il 2016, l’industria è assente e l’agricoltura è stata abbandonata a causa dagli spostamenti interni della popolazione.
La disoccupazione è al 30% e non si mai più risollevata dopo la prima guerra del Golfo, quando, come ritorsione per l’appoggio dato dallo Yemen all’Iraq ai tempi dell’invasione del Kuwait, i fondi dei donatori esteri vennero sospesi; la sola Arabia Saudita espulse immediatamente un milione di lavoratori yemeniti e cancellò il permesso speciale di residenza a 700.000 yemeniti e alle loro famiglie.
A questo si aggiungono gli sfollati interni spinti dalle diverse ondate di violenza (nella sola Aden si calcola che ai 600.000 residenti si siano aggiunti 100.000 sfollati) e il problema dei rifugiati dal Corno d’Africa (sì, c’è sempre chi sta peggio di chi sta male): conflitti, siccità, povertà e violazione dei diritti umani muovono in continuazione persone soprattutto dalla Somalia, ma anche da Eritrea ed Etiopia. L’attenzione verso questi rifugiati, stimati in più di 200.000, è ovviamente nulla da parte delle autorità, ma anche della società.
All’inizio del mese di ottobre, un’ONG ha denunciato la firma di un “accordo di sicurezza” tra il governo eritreo e quello yemenita finalizzato alla deportazione di migliaia di rifugiati eritrei, per lo più pescatori di etnia Afar, che avevano cercato di ottenere asilo politico nel paese arabo. La fuga dal paese, in Eritrea, è considerato reato di tradimento. I rifugiati costretti al rimpatrio sono sottoposti a torture, persecuzioni e imprigionamento a vita.
Tornando all’economia, c’è una notizia positiva. Essendo un’economia basata sui contanti, lo Yemen ha risentito meno di altri paesi della crisi finanziaria globale. Evviva!
A parte questo dato, l’accesso alle cure mediche rimane un miraggio per la maggior parte della popolazione. La mortalità infantile è di 77:1000 (in Italia 4). Ci sono 3 medici ogni 10000 abitanti (in Italia 35) e tra questi pochissimi psichiatri (Rugo facci un pensiero). La mortalità materna è di 200:100000 (in Italia 4:100000).
In generale trovare in Yemen chi offra cure mediche che siano allo stesso tempo di qualità e gratuite non è un gioco da ragazzi. È per questo che ci siamo noi.

GSW – Aden Hospital

Come se le siano procurate non lo diranno mai. Le GSW, come scriviamo sulle cartelle cliniche, ovvero le ferite d’arma da fuoco (Gunshot Wound), sono la nostra specialità. D’altronde come sorprendersi in un paese dove i kalashnikov sono comuni come da noi i telefoni cellulari e hanno soppiantato nell’espressione dello status symbol i tradizionali jambiya, i coltelli ricurvi da portare appesi alla cintura?
La versione ufficiale che forniscono i nostri pazienti (quasi tutti giovani maschi) è sempre che si è trattato di un incidente, ma alcune volte crederci è davvero difficile.
Ieri sembrava una normale mattina di interventi programmati (revisione di ferite e di fratture già trattate) quando è arrivata la notizia di uno scontro a fuoco al mercato. In pochi minuti avevamo cinque pazienti in pronto soccorso. Tre se la caveranno, uno è morto subito, il più giovane, 17 anni, è morto in sala operatoria dopo averci fatto sudare per più di cinque ore.
In ospedale possiamo fare molto, ma dipende dalle condizioni iniziali di un ferito e dal tempo che ci mette ad arrivare da noi. Il soccorso sul territorio (il PTC, come diciamo nei paesi del nord del mondo) qui è sicuramente il punto debole della catena.
Nel nostro ospedale abbiamo un pronto soccorso, una sala operatoria, una PACU (senza porte…), una Terapia Intensiva, 5 reparti (tre maschili, uno femminile e uno di riabilitazione) per un totale di 40 posti letto e un ambulatorio per le medicazioni dei pazienti già dimessi. Servizio psicologico, palestra, laboratorio, radiologia e farmacia. Indubbiamente l’ospedale più bello dal punto di vista della struttura, meglio organizzato ed equipaggiato di tutte le missioni fatte fino ad ora.
Non ho ancora capito chi lo abbia costruito, ma quello che è certo è che nessuno lo ha mai utilizzato. Non ho ancora finito di girarlo tutto, c’è sempre qualche ala inesplorata e disabitata.
È il tetto però che riserva le sorprese migliori. È un terrazzo che ne occupa l’intera superficie e che consente di gustare la città a 360 gradi. È una visione abbastanza squallida, a dire il vero, ma è reale. Sul tetto si è liberi di volare con il pensiero, di osservare la vita, di immaginare che cosa accada nelle strade, gustandosi il volo dei gabbiani di giorno e le stelle di sera. Ci si lascia cullare dal vento e dai suoni: il lamento degli imam (ne ho contati fino a quattro in contemporanea!) che giunge dai minareti, bianchi ed eleganti disseminati in mezzo a palazzine anonime, il clacson delle auto, i colpi dei fuochi d’artificio, vera passione di questa gente e il vento.
Al tramonto, poi, il rosso che colora l’orizzonte rende giustizia di un paese tutt’altro che inospitale. È un piccolo mondo a parte, che aiuta a non sentirsi troppo ostaggi di questo ospedale. E a riconciliarsi con sé stessi quando qualcosa non va come si vorrebbe.

Il mio chirurgo

È un ortopedico. Tedesco. Quando facciamo il giro del reparto insieme mi chiede sempre suggerimenti su ciò che non è strettamente di sua pertinenza, perché dice “sono solo un un chirurgo e di medicina so poco”. Oggi però sono arrivato quattro feriti d’arma da fuoco tutti insieme e non si è fatto ingannare da quelli che urlavano di più. In pochi minuti il paziente più grave, un ragazzino di 15 anni, era in sala operatoria. Il mio chirurgo gli ha aperto il torace, gli ha ricucito il polmone lacerato da una pallottola e gli ha salvato la vita. Alla faccia dell’ortopedico.

P.S.
Nel bel mezzo dell’intervento il mio collega anestesista yemenita mi ha chiesto se poteva assentarsi per andare a pregare; vi lascio immaginare che espressione possa avere assunto, anche solo per una frazione di secondo; mi sono ricomposto subito, cercando di ricordarmi che l’ospite sono io, e per di più in un paese dove la religione è cosa seria.

Yemen for (politicians) dummies

Ho lasciato in sospeso la seconda domanda iniziale, “Che cosa succede in Yemen?”. Iniziamo dalla politica.
Si sa poco di questo paese e non per nulla nei rapporti annuali pubblicati dalla mia ONG lo Yemen era entrato nella top ten delle “Crisi dimenticate” del 2009: 54 notizie sullo Yemen in tutto l’anno nei TG delle principali emittenti televisive italiane (RAI 1, 2, 3, Rete 4, Canale 5, Italia 1), concentrate in occasione del rapimento di alcuni turisti a giugno e per la presenza di cellule di al-Qaeda nel paese a dicembre.
Poi basta. Su chi sia Tawakkul Karman e perché abbia vinto il premio Nobel per la Pace 2011 (insieme alla nostra amata Ellen Johnson Sirleaf, ndr), lo hanno raccontato in pochi.
Ci provo. Nello Yemen (24 milioni di abitanti, mica briciole) ci sono instabilità e violenza a vari livelli: scontri tribali (prima viene il clan, poi la nazionalità), religiosi (sono tutti musulmani ma di “famiglie” diverse), sociali (la primavera araba è passata anche di qui), amministrativi (la corruzione è a ogni livello), civili (paese riunificato nel 1990, dopo un passato di influenze ottomane, egiziane, inglesi, russe, solo per citarne le principali), transnazionali (con il supporto dell’Arabia Saudita e dell’Iran alle diverse fazioni religiose) e internazionali (con l’immancabile intervento US contro al-Qaeda nella Guerra al Terrore).
Dal 2001 infatti il governo yemenita ha aderito alla politica US contro il terrorismo, e azioni di repressione mirata, con l’utilizzo di droni, sono state condotte direttamente dalle forze armate US, con l’inevitabili effetto collaterale di uccidere qualche civile.
Nonostante questo sforzi, i militanti di al-Queda hanno attaccato diversi obbiettivi governativi nel sud, soprattutto nelle città più piccole, usando attentatori suicidi e provocando a loro volta morti e feriti tra i civili; anche se allo stato attuale non sono numerosissimi, sono in ogni caso possibile fonte di instabilità, soprattutto nelle regioni del sud-est.
Dal punto di vista della politica interna, come in Tunisia, Egitto e Siria, all’inizio del 2011 anche in Yemen sono nati movimenti di protesta per chiedere un sistema politico più democratico e come negli altri paesi della “primavera araba” i dimostranti sono stati brutalmente repressi, causando almeno 800 di morti. Il supporto al movimento dato delle fazioni politiche contrarie al presidente Saleh ha però ottenuto le dimissioni di quest’ultimo in carica dal 1968 (prima come presidente della Repubblica Araba dello Yemen nel nord e poi capo dello stato anche dopo l’unificazione).
Attualmente vi è un presidente designato, Hadi, che sta guidando il paese verso una serie di riforme e preparando le elezioni che si terranno nel 2014, cercando di abbassare il livello della tensione sui fronti interni, primo tra tutti quello dei rapporti tra nord e sud: facendo leva sulle scarse concessioni ottenute dal governo centrale dopo l’unificazione, i leaders più estremisti del sud cercano di fomentare la popolazione con episodi di violenza locale. Allo stato attuale non ci sono veri e propri scontri armati, ma piuttosto piccole scaramucce e regolamenti di conti tra clan. Per fortuna però non ci sono segnali di una ripresa della guerra di secessione (già un paio di guerre civili dal 1990 ad oggi) e probabilmente il frammentato movimento politico del sud punterà a ottenere una forma di stato federale piuttosto che una vera e propria indipendenza.
Chi è Tawakkul Karman? Classe 1979, è stata una una delle protagoniste della Primavera yemenita, dopo che negli anni precedenti, sfidando il regime, aveva già fondato le “Giornaliste senza catene”, gruppo di difesa della libertà di stampa, togliendosi pubblicamente il niqab per portare solo l’hijab (all’abbigliamento locale verrà dedicato un apposito post!). La motivazione del Nobel: per la “battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace”.
That’s it.

P.S.: Anche la connessione internet non fa parte delle certezze di questo paese e questo post viene pubblicato con almeno 24 ore di ritardo. La leggenda racconta che lo scorso mese non ci sia stata connessione per diversi giorni consecutivi, fino a quando qualcuno ha realizzato che non era stata pagata la bolletta del telefono! Nel dubbio fate qualche donazione, che anche internet ha la sua importanza per gli espatriati.

Aden

Arrivare in un posto nuovo nel cuore della notte ha pregi e svantaggi. Sicuramente i controlli alla dogana, sono più snelli e svogliati. Così una bottiglia di grappa può entrare in Yemen senza incorrere in farraginose procedure burocratiche.
Le strade deserte e il buio però non consentono di godere di quelle colorate immagini della città che sono certo animano queste strade di giorno e che non solo mancheranno in questa puntata, ma rischiano di mancare anche nelle prossime.
Mi avevano detto che il nostro ufficio è in una splendida posizione sull’oceano, ma l’autista che è venuto a prendermi in aeroporto mi ha rassicurato sul fatto che mi avrebbe accompagnato direttamente in ospedale dove era già pronta la mia stanza.
Così è stato e questa mattina alle 5, accompagnato dalle preghiere degli imam sparate a tutto volume dagli altoparlanti dei minareti, ho fatto l’ingresso nella mia prigione: un’enorme ospedale da poco costruito e abbandonato (da noi la Gabanelli ci avrebbe dedicato un’intera puntata di Report) che abbiamo chiesto e ottenuto in gestione. Al piano terra reparti e sale operatorie, al primo piano le nostre stanze, in un clima un po’ spettrale. Una rampa di scale per andare al lavoro. Volete mettere che comodità?
Oggi giornata di colloqui, alcuni molto interessanti, conclusa con le consegne del collega anestesista austriaco che sostituirò a tutti gli effetti da giovedì. Fa caldo, ma ventilato. Il silenzio avvolge tutto. In lontananza il rumore delle macchine e qualche sparo, ma mi dicono che è solo per festeggiare qualche lieto evento. Auguri!

Il bacio mancato

“Dov’è lo Yemen?”, ma ancor più “Che cosa succede in Yemen?”, sono state le due domande più gettonate degli ultimi giorni.
La prima ha una risposta semplice: estremità meridionale della penisola arabica, a sud dell’Arabia Saudita, a mollo tra il mar Rosso e l’oceano Indiano. A voler essere più completi (e romantici) si può aggiungere che lo Yemen sembra voler baciare l’Eritrea, Gibuti e la Somalia, quelle coste del corno d’Africa che qualche milione d’anni fa erano probabilmente un tutt’uno con quelle della penisola arabica (non ci vuole un geologo per capirlo: i profili di Africa e Asia in quel punto si incastrano in modo tale da destare ben più di un sospetto). Proprio la supposta separazione di Africa e Asia da il nome allo stretto che separa il mar Rosso e il golfo di Aden: Bab el-Mandeb, la porta delle lacrime, perché le separazioni sono (quasi) sempre dolorose.
Ora mi rimane poco tempo per rispondere alla seconda domanda, molto più sottile e intrigante: “Che cosa succede in Yemen?”. Sì sottile, perché ormai si dà per scontato che se vado nello Yemen qualche cosa di anomalo in quel paese ci deve pur essere.
Eppure, anche dando fondo ai nostri ricordi sullo Yemen, più in là di qualche notizia sul rapimento di qualche comitiva di turisti imprudenti, non ci viene in mente altro. Meglio così. Almeno avrò qualcosa di nuovo da raccontarvi nelle prossime quattro settimane.
Note di viaggio: destinazione Aden (Yemen del sud, sul mare), partenza il 5 novembre da Malpensa con scalo a Istanbul, ritorno il 2 dicembre.
Veniamo alle regole, che chi è salito sul Double-decker da tempo già conosce, ma è sempre meglio ripetere.
1. Vado in missione con un’ONG che tutti conoscono ma che non si può citare per evitare che le mie personali opinioni possano venire confuse con le posizioni ufficiali della mia organizzazione.
2. I commenti sono sempre benvenuti, ma se, a insindacabile giudizio dell’amministratore del blog (cioè io), fossero ritenuti pericolosi per la sicurezza di chi lavora con me, verranno cancellati.
A risentirci da Aden, per ora buona domenica e soprattutto buon martedì elettorale a tutti!