Monthly Archives: novembre 2011

Tashakor

L’alba in aereo ha sempre un fascino catartico. Soprattutto mentre si sorvolano le alpi per tornare a casa. Sono sul Francoforte-Malpensa, ormai si può dire che sono tornato. Ho una fila di sedili tutta per me, mi viene il dubbio che l’efficientissimo sistema automatico di check-in della Lufthansa assegni i posti avvalendosi di un rilevatore elettronico dell’odore.

Tashakor. Ci ho messo 4 settimane a capire bene la pronuncia, ma alla fine ci sono riuscito. Significa “grazie” in Dari (o Farsi), una delle due lingue parlate in Afghanistan (l’altra è il Pashtu). I miei colleghi hanno imparato anche a dire “Come sta?”, “Ha male?”, “Dove?”, “Prego”, “Buongiorno”, e un po’ di altre cose, ma si sa che io il dono delle lingue non l’ho mai ricevuto.

Missione molto intensa, ma positiva. Torno sano a felice, ho lavorato tanto, ho conosciuto persone meravigliose, ho rispettato tutte le regole e non ho litigato con nessuno (a parte il mio direttore a Bruxelles, ma, come sa bene il mio primario, i capi devono essere stimolati).

Non mi sono ancora stancato di partire e non mi sono ancora ritrovato a dire “ma l’altra volta era meglio”. Soprattutto sto scoprendo sempre di più quanto sia importante insegnare, oltre che curare. È sicuramente la sfida più impegnativa ma anche il modo più prezioso di aiutare. Certo un mese è poco per far crescere, ma se il lavoro di squadra è ben coordinato, nulla va perduto.

Due dubbi assillanti che mi porto a casa.

1. Le mie notti sono state cullate da granate, elicotteri e muezzin, ma soprattutto da un nutrito gruppo di cani randagi che discutevano sotto la mia finestra. Ma il levriero afgano, con la sua eleganza e la sua compostezza, da dove l’hanno tirato fuori? Mai incontrato una bestia che vi ci avvicinasse anche solo lontanamente!

2. Hosseini, ma dove li ha visti gli aquiloni?

Per finire. Domanda del chirurgo filippino: “Com’è il nuovo premier italiano?”. Risposta della collega italiana: “Comunque vada, non può essere peggio del precedente”.

Premio allo sponsor (inconsapevole) dell’anno alla Ferrero, per aver esportato la Nutella fino a Kunduz: ne ho mangiata di più in queste 4 settimane che nei 38 anni precedenti.

Soprattutto però, grazie a voi, per avermi, come sempre, sostenuto. Non avete idea di quanto sia importante. Ora ho solo voglia di baciare Stefania, farmi un buon 15 minuti di doccia, dormire fino a venerdì e bere tanto vino. Poi si vedrà.

Tashakor.

Storiella senza morale

Un uomo con la barba incolta e il passo stanco si avvicina al controllo dogana dell’aeroporto di Malpensa. Addosso un chapan afgano verde. Al seguito un pesante borsone nero. “Alt”, intima un poliziotto. “Da dove viene?”, chiede, rigorosamente in italiano. “Da Francoforte”, risponde l’uomo dalla barba incolta. “Si, va beh, ma prima?”. “Da Kabul”. “Eh, da dove?”. “KABUL”. “Ok, vada pure”.

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Back to Kabul

Con un po’ di apprensione per il ritardo del volo della Croce Rossa e una sensazione di irrequietezza dovuta all’attesa all’aeroporto di Kunduz (non ci sono voli commerciali, solo militari e Croce Rossa), circondato da sacchetti di sabbia e militari tedeschi in assetto di guerra, sono riuscito a decollare e ad atterrare sano e salvo a Kabul. Il più è fatto. Era il volo che mi preoccupava di più. Domani Kabul-Dubai-Francoforte-Milano, arrivo previsto martedì in mattinata. Ho percorso ben 100 metri a piedi e stasera andrò a mangiare in un ristorante appena fuori dalla guest house. Inizio a riassaporare la libertà di movimento. Anche se l’Ambasciata continua a tartassarmi di sms consigliando di “evitare spostamenti”. Un aggiornamento sulle foto di ieri: stamattina ho vista una moto con 4 passeggeri, due adulti e due bambini. Kabul è grigia e il traffico è privo di ogni logica, ma sembra un gioiello rispetto a Kunduz. La notizia più importante è però che ho battuto ogni record: dall’atterraggio in aeroporto al primo sorso di whisky nella guest house meno di 60 minuti. Grazie all’astuzia del mio coordinatore, rientrato con me a Kabul, che ne aveva tenuta una bottiglia di scorta (qui è permesso, purché in casa).

Commenti e conclusioni al prossimo (e ultimo) post.

Foto

Ho finito di scrivere il mio rapporto di fine missione, ho finito di dare consegne alla mia collega, ho ricevuto la mia valutazione e ho preparato la valigia. Più o meno ho fatto tutto. Ho solo il rammarico di aver scattato poche foto. Ho pensato così di stilare una lista.

Le foto che non ho potuto scattare (perché non avevo la macchina fotografica pronta, perché non era tecnicamente possibile o perché proibito o sconveniente).

1. La mia chirurga ortopedica filippina, con la faccia da cartone animato, mentre mangia la nutella con il pane.

2. Un ape-taxi carico di sei donne col burqa.

3. La faccia entusiasta del mio medico più giovane mentre, palpando il torace di un paziente, capisce che cosa sia un enfisema sottocutaneo (dopo 5 cinque giorni che il paziente era in Terapia Intensiva per un trauma toracico).

4. La mia faccia di fronte allo stupore del mio medico più giovane, che dopo cinque giorni dal ricovero del paziente con il trauma toracico, non aveva ancora capito che cosa fosse un enfisema sottocutaneo.

5. In tre sulla moto senza casco (e probabilmente anche senza patente).

6. La mia coordinatrice medica mentre si asciuga i capelli coricata per terra davanti alla stufetta a gas mentre nel resto della casa ci sono 8 gradi (prima che arrivasse il mitico elettricista).

7. Noi mentre giochiamo a palle di neve.

8. I cinque cuccioli di cane che hanno trovato alloggio nel cortile dell’ospedale.

9. I muratori sul tetto della casa in costruzione di fronte alla nostra, che cementano mattoni indossando solo tunica e turbante.

10. Il mercato all’aperto in centro.

11. La famiglia del bimbo in morte cerebrale, con il padre in silenzio dietro le spalle del nonno, che con pacatezza prende le decisioni per tutti.

12. L’abbigliamento aggressivo della nostra tecnica di laboratorio afgana quando, superato il cancello dell’ospedale, si toglie il burqa.

13. I miei occhietti quando stasera i miei colleghi mi hanno regalato un chapan (era solo dal secondo giorno che sono qui che dicevo a tutti che ne volevo uno).

14. Il mio chapan, verde.

15. Il sorriso della mia paziente numero uno, una bimba di 5 anni, ricoverata con un brutto trauma cranico, che abbiamo mandato a casa bella come il sole.

Domani volo per Kabul, Inshallah. Non si sa mai, arrivi e partenze sono sempre un’incognita. Vi terrò aggiornati (soprattutto il mio primario che mi attende per lunedì 28).

Pensieri sparsi

Giorni di tensione. Personale per la stanchezza che inevitabilmente si accumula e di gruppo per alcune incomprensioni con il personale locale. Basta un niente per essere additati con antiislamici e per mettere in gioco mesi di lavoro e la sicurezza di tutti.

Poi ci si mettono anche i pro-governativi che cannoneggiano di sera. Con le inevitabili reazioni. Tra ieri e oggi due bimbi, una arrivata in fin di vita, ora sta bene, un altro con una mano maciullata.

I traumi della strada invece continuano ad essere all’ordine del giorno. Pochi giorni fa abbiamo fatto la prima gita in centro. Due turni per consentire a tutti di andare a visitare un centro commerciale, unico luogo consentito. I negozi una tristezza: abbigliamento made in China ispirato alla moda occidentale. Ma attraversare le strade è stato spettacolare. Non solo ho capito da dove arrivino tutti gli incidenti che riceviamo, ma mi sono stupito che non ne arrivino di più! Buoi, camioncini, galline, motociclette, bancarelle, pedoni, carriole, negozi, biciclette, cani, bambini, ape-taxi, burqua (da cui spuntano scarpe col tacco) tutto su strade di fango e nella totale assenza di qualsiasi codice della strada.

Intanto è arrivata la nuova anestesista norvegese, il mio cambio. Tra una consegna e l’altra sto riuscendo a dedicarmi un po’ di più alla formazione dei miei medici in Terapia Intensiva e a mettere a punto alcuni progetti che ho iniziato.

Mi servirebbero più giorni, come sempre. Ma è giusto così, saper apprezzare l’incompiuto: ho imparato a prendere in consegna senza criticare, metterci qualcosa di mio e riconsegnare con la piena fiducia che chi viene dopo farà del suo meglio.

Visto che sono stanco e non riesco a scrivervi di più, per leggere qualcosa di più interessante, vi consiglio questo sito: www.urbansurvivors.org/en

Tutti in cerchio

I momenti più importanti della mia giornata si svolgono in cerchio.

In cerchio durante il morning meeting, seduti a piedi nudi per terra attorno a un termos di tè, sul tappeto nella stanza che durante il giorno verrà utilizzata per la preghiera dallo staff locale, per comunicarsi la situazione dei vari reparti e i problemi da risolvere prima di iniziare le attività quotidiane.

In cerchio attorno al letto dei pazienti per il giro visite mattutino e pomeridiano.

In cerchio attorno al tavolo, per i pasti, non sempre tutti insieme perché c’è sempre qualcuno che si attarda in ospedale (la maggior parte delle volte il medico di Pronto Soccorso o il chirurgo e io, ma non sempre).

In cerchio attorno al tavolo da pranzo durante l’expat meeting, per aggiornarsi sulla situazione politica e sociale e ricevere le disposizioni concernenti la sicurezza.

In cerchio attorno al tavolo della stanza dei logisti per il medical meeting settimanale, per prendere le decisioni più importanti e confrontarsi sui casi clinici più complessi.

In cerchio durante le comunicazioni ai parenti dei pazienti più critici ricoverati in Terapia Intensiva, a gambe incrociate su dei cuscini, alla presenza dei nostri medical interpreters, un gruppo di quattro giovani che lavorano sempre al nostro fianco per aiutarci nelle comunicazioni con i pazienti e le famiglie, ma anche con il personale locale che non sempre conosce in modo sufficiente la lingua inglese.

In cerchio attorno alla scrivania del medical office, per il mortality meeting, per analizzare che cosa è stato fatto bene e che cosa si sarebbe potuto fare meglio di fronte alla morte di un paziente.

In cerchio dopo cena a parlare di quanto successo durante il giorno e altro, chattare, a giocare a dadi, a leggere, a guardare un film, tutti stretti intorno alla stufetta a gas della sala da pranzo.

Questo è uno dei motivi principali che mi fa star bene in missione, saper spendere le prime e le ultime energie della giornata per discutere di lavoro con uno stile di confronto che nei nostri ospedali (mi permetto di parlare al plurale visto che ho lavorato in più di uno) non è neanche immaginabile.

E coloro che hanno avuto un brivido nella schiena sapendomi a capo di una terapia intensiva, si rilassino: ho dato vita al primo Comitato Etico Internazionale di Kunduz, per vigilare su me stesso, un gruppo misto di medici espatriati e afghani, per parlare di vita, morte e accanimento terapeutico. Ovviamente in cerchio.

Ci sono cose…

… che non si possono comprare… Come alzarsi alle otto e presentarsi in pigiama alla riunione del mattino trascinando i piedi e stropicciandosi gli occhi e dire: “Sorry, sono andato a letto alle cinque” e intrattenere tutti presenti con la narrazione delle prodezze compiute in ospedale mentre l’infermiera neozelandese ti porta una tazza di caffè bollente (PS 1: so che New Zeland non era nell’elenco iniziale delle nazionalità ma è arrivata dopo! PS 2: Stefania, non ci parlo neanche con l’infermiera neozelandese, ma vuoi mettere che effetto che fa dal punto di vista stilistico?) Nel frattempo ieri abbiamo avuto una scossa di terremoto (lieve) e una tempesta di sabbia (avevamo messo il bucato ad asciugare, vi lascio immaginare…). Stamattina aspettavamo l’invasione delle cavallette e invece abbiamo trovato la neve. Ha nevicato tutto il giorno e ne ha messi giù un buon dieci centimetri, bella fitta e asciutta. Ma la novità veramente speciale è che dopo una settimana di lavori l’elettricista francese ha portato un cavo lunghissimo dall’ospedale (dove abbiamo fior fiore di generatori) alla casa e finalmente c’è luce anche di notte e soprattutto abbiamo il riscaldamento! La temperatura della mia stanza è balzata da 10 a 30 gradi in un pomeriggio e anche l’asciugamano della doccia si è finalmente asciugato. Certo del fatto che ora siete tutti più tranquilli, vado a letto sperando di trovare domattina anche le dimissioni del nostro amato premier.

Remember, remember…

“Remember, remember the Fifth of November, / The Gunpowder Treason and Plot, / I know of no reason / Why Gunpowder Treason / Should ever be forgot. / Guy Fawkes, Guy Fawkes, t’was his intent / To blow up King and Parli’ment.”

È la fireworks night e in tutta l’Inghilterra si festeggia con fuochi d’artificio lo scampato pericolo di quando nel 1605 Guy Fawkes tentò di far saltare in aria Westminster con il Re dentro.

Ho proposto al nostro coordinatore inglese di organizzare qualcosa, ma dopo che ieri sera siamo stati per un ora in allerta dopo aver sentito un’esplosione in città (per fortuna senza feriti), non se l’è sentita.

A proposito di Inghilterra, qui riceviamo la BBC. Se avete modo ve la consiglio, fa bene al nostro amor di patria: è a dir poco sconfortante sentire quello che dicono di noi e del nostro premier. Ma non so se avete tempo di vedere la TV, mi par di capire che siate tutti al ristorante…

Landed!

Finalmente l’aereo è arrivato. Con un carico di caffè per il team, il TPS e il perfalgan per la sala operatoria (per variare un po’ dal mix ketamina-morfina), e soprattutto con un elettricista francese che metterà a punto l’impianto elettrico della casa per poter finalmente accendere il riscaldamento. Il vantaggio per ora è che quando si esce non serve mettersi addosso nulla, perché la temperatura dentro e fuori è uguale.

Intanto ho terminato la prima settimana e mi sono fatto un’idea di dove mettere le mani. Ovviamente, da tradizione, comincerò col fare ordine nei due armadi di mia competenza. Sto allestendo anche un nuovo carrello di anestesia pediatrica e organizzando meglio la postazione di anestesia. Se tutto procede come spero (cioè se non avrò troppe urgenze), da settimana prossima le due sale dovrebbero poter funzionare come si deve per gestire al meglio ogni situazione, anche imprevista. Poi devo fare un colloquio per un nuovo anestesista locale (il curriculum non è brillante, ma si merita una possibilità) e tra una settimana dovrebbe arrivare anche un nuovo anestesista dello staff internazionale e potrò dedicarmi con più tempo alla Terapia Intensiva.

Talvolta mi dimentico di essere in un paese in guerra. Poi, come stasera, quando facciamo la riunione per valutare i piani di sicurezza e di evacuazione e accendendo il cellulare italiano ricevo gli sms dell’ambasciata italiana di Kabul, che mi informa quotidianamente sui possibili obiettivi di attentati in capitale, capisco che la situazione non è normale (lo so che non passa giorno che non ci sia un attentato da qualche parte in Afghanistan, anche se quello che sappiamo noi è solo se i talebani si fanno esplodere contro un autobus di statunitensi, ma non se questi ultimi radono al suolo un villaggio di civili per stanare un talebano).

Max mi ha mandato una frase di Primo Levi: “Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso.”

I messaggini dell’ambasciata finiscono sempre con la frase “evitare spostamenti”. Visto che comunque il cibo non mi manca, e che non posso muovermi, pur avendo le scarpe, l’ambasciata sarà contenta.

In ogni caso sto scoprendo ogni giorno di più il fascino di questi dieci metri (in larghezza) di fango che attraverso un po’ di volte al giorno. Ogni volta è una sorpresa. Uomini a piedi da soli (è incredibile come assomiglino tutti al mullah Omar…), uomini a piedi che accompagnano gli asini stracarichi, ragazzini in bici più grandi di loro, macchine scassate senza targa, ragazzini che pascolano pecore, cani randagi, carovane di cammelli, mandrie di buoi, ma soprattutto le api-taxi. Prendete un’ape, il motocarro a tre ruote, non l’imenottero. Sul pianale metteteci due file di sedili, un tettuccio sopra, decorate tutto con motivi colorati ed ecco un’ape-taxi. Se poi ci caricate sei donne col burqa alla volta, la scena è spettacolare.