Monthly Archives: ottobre 2011

Che cosa faccio

Appena rientrato in casa.

Ieri stavo leggendo qualche notizia online e mi sono chiesto perché ci fosse un turno di serie A infrasettimanale (Inter-Juve 1-2, per chi se lo fosse perso). Poi ho realizzato che da voi era domenica. Certo, anche da noi era domenica, almeno i giorni della settimana sono uguali: cambiano solo i numeri del mese che seguono il calendario afghano (da non confondere con quello islamico, in uso anche quello; per fortuna in ospedale usiamo quello gregoriano). Comunque, da noi era festa venerdì, ma non c’è stata differenza nei turni di lavoro. Neanche l’ora è cambiata (non c’è l’ora legale in Afghanistan così adesso siamo a 3 ore e 30 di differenza)

Quello che è cambiato è la temperatura. Di giorno fa freddo e di sera un po’ di più. Ieri sera il nostro Log Base (il responsabile tecnico dell’ospedale e della casa, un australiano con la faccia da fumetto che parla un inglese incomprensibile di cui capisco una parola su tre) si è presentato a cena con una stufetta a gas e ha fatto tutti contenti, così almeno in soggiorno stiamo al calduccio. In stanza da letto tante coperte e in ospedale c’è il riscaldamento.

È una struttura del tempo sovietico, in decadenza, attorno alla quale abbiamo costruito un villaggio di prefabbricati con reparti di degenza, sala operatoria, pronto soccorso, laboratorio analisi, radiologia e spazio per il triage in caso di maxiemergenza (mass casualty, come si dice qui), cioè uno spazio dove dividere i pazienti in base alla gravità.

Il progetto definitivo è quello di ristrutturare il vecchio ospedale e renderlo operativo per la primavera prossima, in modo da essere pronti per la ripresa degli scontri: in genere in inverno anche le forze in campo (governative e antigovernative, come si dice in stile molto politically correct, cioè USA-NATO-Karzai contro il mullah Omar e i suoi Talebani) tendono a rimanere al caldo.

Nel frattempo di occupiamo di sparati, accoltellati e incidenti stradali (molti). Siamo un Trauma Center, quindi niente patologie mediche e niente ostetricia. La struttura è funzionale, l’attrezzatura buona (il migliore ospedale in cui abbia lavorato in una missione), lo staff internazionale ottimo: due chirurghi, un medico di pronto soccorso, uno strumentista, tre infermieri, una fisioterapista, una tecnica di laboratorio, una coordinatrice del team medico e io; a questi vanno aggiunti tre logisti e un coordinatore. Provenienza: Italia, Filippine, Francia, Svezia, Australia, Malesia, Belgio e Inghilterra. Poi c’è lo staff locale, di medici e infermieri. Gli infermieri sono mediamente bravi, i medici dipende, anche perché la qualità della formazione in Afghanistan è mediocre e in più alcuni professionisti semplicemente comprano il diploma o la laurea.

Io sono l’unico anestesista, ma ho un infermiere tutto mio, strepitoso che sa fare l’anestesista meglio di molti colleghi medici incontrati nella mia vita. Il problema è la mancanza di formazione di base, quindi la gestione dell’imprevisto. L’impegno maggiore è però la Terapia Intensiva, di cui responsabile con 4 medici afghani che si alternano 24 ore su 24. Non c’è tempo per fare una formazione formale, ma cerco di essere presente più che posso e di discutere con loro per cercare di farli crescere. Per quanto ne sappia, visto che alcune situazioni non so neanch’io come affrontarle: per quanto attrezzati non siamo certo in grado di gestire tutto. La nostra filosofia infatti è sempre stata quella di privilegiare la capillarità alla intensità di cure.

Io sto bene, mangio ed evacuo con regolarità (anche troppo, considerata la mole di verdure speziate che mangio), dormo a sufficienza e sto ben coperto.

L’unico problema è che per il maltempo ieri e per un viaggio di Karzai oggi, l’aeroporto di Kabul è bloccato e non può arrivare l’aereo con i rinforzi umani, con i medicinali ma, soprattutto, con il caffè, che qui non si trova.

Per chiudere il cerchio e tornare al calendario, mentre voi vi apprestate a celebrare il ponte dei Santi (o Halloween, come preferite), qui ci si prepara alla festa di Id ul-Adha (o Eid al-Adha): quattro giorni di sagra del montone, per ricordare quello che Dio fornì ad Abramo per risparmiare la vita del figlio Ismaele dopo averne saggiato la fede (Ismaele secondo la tradizione islamica; in quella cristiana è Isacco ad essere stato sul punto di venire sacrificato).

Bene, vado a letto, buonanotte!

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Aerei e pecore

Questa mattina mi sono svegliato con il rumore degli aerei. Sono andati avanti e indietro trascinandosi la loro scia di baccano supersonico per quasi due ore, rimanendo invisibili dietro le nuvole. Ho pensato che se io abitassi qui, essendo oggi venerdì e quindi festa, sarei alquanto scocciato per questi occidentali che vengono qui a rovinare il mio riposo settimanale. Ma credo che i problemi degli afgani siano ben altri. Poi, attraversando la strada di fango che porta all’ospedale (perché per me non era festa), ho incontrato un ragazzino con un camicione lacero e un bastone in mano che guidava sorridente le sue pecore e tre donne con il burqa blu con dei sacchi della spesa in mano. E mi sono chiesto: ma che guerra è mai questa dove le forze in campo sono aerei supersonici contro pastori e dove il grande successo tanto pubblicizzato, quello di aver liberato le donne dal burqa, è in realtà una bufala? O forse il problema è solo che non sempre quello che noi pensiamo sia il giusto per noi lo sia davvero anche per gli altri? Lo so che il Rugo dirà che la guerra non è contro i pastorelli ma contro i terroristi, ma il ragazzino che mi è arrivato in sala con una pallottola in testa e che probabilmente morirà stanotte non è sicuramente un terrorista. La cosa più dura però non è stata il ragazzino in sè, ma il volto del padre quando gli ho detto, rispondendo a una sua domanda, che da nessuna parte in Afganistan possono fare per suo figlio nulla di più di quanto stiamo facendo noi. Non preoccupatevi, io sto abbastanza bene. Se non mettessi in conto anche questo, non potrei stare qui. Buona serata!

Kunduz

Giornata di emozioni, iniziata con il volo sopra la coda occidentale dell’Hindukush (mozzafiato) e finita in sala operatoria con il mio primo intervento. E sì, sono arrivato a destinazione, Kunduz. Ma chi attendeva con ansia la descrizione di questa città rimarrà deluso. A parte l’aeroporto (vorrei sapere chi l’ha chiamato “Pax Terminal”…) circondato da sacchi di sabbia e filo spinato e addobbato dai resti arrugginiti di un paio di elicotteri bruciati e tolta la strada malconcia su cui corrono i blindati delle forze NATO alleate al governo, non ho visto e probabilmente non vedrò altro. Il mio alloggio è di fonte all’ospedale. Attorno il nulla. Per le prossime settimane, salvo sorprese, la mia vita si giocherà in meno di un ettaro.
A proposito di forze NATO alleate al governo (anche se in realtà è il governo che è stato scelto alleato alle forze NATO…), Kunduz è stata due anni fa teatro di un grave incidente, frutto di una valutazione frettolosa fatta da un ufficiale tedesco del contingente ISAF e costato la vita a decine di civili: vennero bombardate due autobotti rubate cariche di carburante nella convinzione che le persone li circondavano fossero talebani. In realtà erano soprattutto civili che stavano riempiendo le loro taniche di benzina (www.guardian.co.uk/world/2009/sep/04/afghanistan-taliban).
Vi do i compiti. Se avete letto qualcosa di Hosseini (quello degli aquiloni) e vi siete appassionati dell’Afghanistan, dovete leggere anche Massimo Fini e il suo “Il mullah Omar” (grazie Annalisa!). Lasciarsi inoculare il sospetto che forse non tutto quello che ci hanno raccontato sia sempre corretto, non fa mai male.
Per la cronaca, qui siamo 2 ore e 30 minuti avanti rispetto all’Italia. Dal prossimo fine settimana la differenza diventerà di 3 ore e 30 minuti (non c’è l’ora legale). Di giorno è tiepido, di notte freddo. Con questo vi auguro la buonanotte!

Kabul 2

Il buio sta comprendo la città. Nell’aria l’odore del fumo delle stufe a carbonella. In cielo ancora un elicottero militare che rientra dalle sue esplorazioni. All’orizzonte la sagoma del dirigibile che sorveglia ogni movimento aereo mentre ovunque risuona il canto lamentoso del muezzin. È stata una giornata intensa, penalizzata dalle poche ore di sonno che sono riuscito a difendere in aereo. I briefings sono stati molto interessanti (a parte quello con il medico responsabile della mia salute, che ha voluto trascrivere a mano tutte le date delle mie vaccinazioni dal ’73 ad oggi sul suo modulo, rifiutando di allegare alla mia scheda il mio modulo, identico al suo, già compilato e stampato al computer: non sono strano solo io…). Comunque, che la situazione in questo paese fosse complessa lo sospettavo. Quello che non avevo colto appieno è la difficoltà con cui la mia ONG sta operando, volendo difendere neutralità e imparzialità. I comunicati stampa riguardo alla nostra attività devono arrivare alla popolazione locale per informarli della possibilità di essere curati gratuitamente (i pochi medici che ci sono cercano di portarsi i pazienti nelle loro cliniche private), al mondo esterno per far sapere che cosa succede, ai donors (in questo progetto nessuno governativo) per raccogliere i finanziamenti necessari e tutto questo senza compromettere ne l’assistenza ai pazienti ne la sicurezza degli operatori. Capite facilmente perché ho dovuto ricorrere a questo nuovo sistema del blog protetto da password. Certo è una limitazione dell’idea stessa di blog, come spazio accessibile da chiunque, ma prima che un dovere contrattuale con la mia ONG, è un scelta di responsabilità. Vorrei raccontarvi di più, ma ho fame e il cibo ha la priorità su tutto. Domani volo con un aereo della Croce Rossa (temevo il Tupolev degli anni cinquanta) su Kunduz e scoprirò la faccia del mio nuovo ospedale. Buona serata!

Kabul

Un po’ di fretta, giusto per dire che sono appena arrivato nella guest house a Kabul. Viaggio lunghetto. Il tempo di una doccia e un caffè e passano a prendermi per iniziare i briefings (mi spiegheranno che cosa devo fare, a che cosa stare attento e soprattutto ribadiranno niente relazioni sessuali con i locali, uomini o donne che siano).
Il sole splende su Kabul ma lo smog oscura le montagne. Prima impressione: grande caos. Vale comunque un viaggio anche solo per la fase di atterraggio con l’aereo, che sfiora la cima di montagne rocciose sporche di neve e poi si getta nella piana trafficata della capitale.

Afghanistan

E finalmente si va in Afghanistan. Sì, finalmente. Se mi avessero dato la possibilità di scegliere dove andare in missione, avrei indicato proprio questo paese. È da tempo che lo desidero, anche se non so bene da che cosa derivi questa passione. Di certo sono tante le immagini sull’Afghanistan che negli anni ho conservato nel cuore.

La prima è sepolta nella mia memoria: insieme alla morte di Aldo Moro e i funerali di Paolo VI, tra i miei ricordi di bambino c’è la notizia dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Era il 1979 e dai nostri telegiornali filo-atlantici trasudava sdegno per la prepotenza del capo del PCUS Breznev. Allo sdegno si accompagnava la preoccupazione e alla preoccupazione seguì la decisione di fornire armi ai mujaheddin. Ma questo l’ho scoperto dopo.

L’occupazione dell’armata rossa durò dieci anni. Dieci anni come quelli che ci separano dal 2001, anno in cui gli Stati Uniti scatenarono la “guerra al terrore” in risposta all’attentato al World Trade Center. Dal 2001 a oggi sono stati riversati quasi 500 miliardi di dollari in bombe e affini per portare la democrazia in Afghanistan (http://costofwar.com/en). Per raggiungere lo stesso scopo nelle Filippine, padre Fausto Tentorio, il missionario ucciso settimana scorsa, aveva pensato di costruire delle scuole.

Dall’altra parte della barricata c’è la barbarie. L’immagine più eloquente è il volto sfigurato di Aisha, la giovane donna con il naso tagliato, o meglio senza naso, che è stata sulla copertina del Time nel 2010: “Il simbolo del prezzo che le donne afghane devono pagare per un’ideologia repressiva”, come ha commentato il direttore della rivista spiegando la scelta editoriale.

Nel mezzo gli afghani. Trenta milioni più o meno. Molte donne, per l’appunto, e molti bambini. A proposito della salute di donne e bambini, tra le altre immagini che vi cito ci sono le mappe dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (www.who.int/gho/map_gallery/en/index.html). Sono rappresentazioni grafiche della diffusione delle principali malattie nei vari paesi del mondo: in rosso, colore che contraddistingue le zone del globo con le situazioni sanitarie più devastate, ci sono da anni l’Africa subsahariana e, un po’ più a destra e in alto, l’Afghanistan. Come sempre succede quando c’è di mezzo una guerra, negli ultimi tempi la condizione di salute degli afghani è ulteriormente peggiorata.

L’ultima immagine che vi riporto sono delle fotografie esposte nei nostri uffici a Bruxelles. Cinque fotografie per la precisione. Sono le facce di Besmillah, Egil, Fasil, Hélène e Willem, i nostri cinque operatori uccisi a sangue freddo in Afghanistan nel giugno del 2004. Vado a Kunduz anche perché il loro sacrifico non rimanga vano.

Passiamo alle note di metodo. Le regole di sicurezza consentono di scrivere un blog solo se dotato di accesso protetto da password. So che complica la possibilità di seguirmi,  ma i rischi sono reali. Quindi il viaggio continuerà su questa nuova piattaforma.

Informazioni tecniche. Parto lunedì 24 ottobre, torno (credo) il 23 novembre (al lavoro il 28, non facciamo scherzi!). La meta è Kunduz, a nord dell’Afghanistan, vicino al confine con il Tagikistan.

Ho solo due preoccupazioni. La prima è che è vietato portare alcol, quindi dovrò lasciare a casa la bottiglia di grappa che mi ha sempre accompagnato in ogni missione. Lascio a voi il compito di bere per me, magari brindando all’indipendenza del Sud Sudan, al Premio Nobel per la pace assegnato alla presidentessa della Liberia Ellen Johnson Sirleaf o alla liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit (in cambio di qualche centinaio di prigionieri palestinesi, più o meno colpevoli), giusto per ricordarsi del passato.

A proposito di pace, una precisazione. La mia non è una missione di pace. È una missione umanitaria. Come ONG non ci interessa dire chi abbia ragione. Non pensiamo alla stabilità politica o al futuro economico di uno stato. Non spetta a noi stabilire quali strade percorrere per raggiungere obiettivi a lungo termine. La nostra preoccupazione è curare chi ha bisogno, adesso. Senza tacere di fronte alle sopraffazioni, da qualsiasi parte giungano.

La seconda preoccupazione è che la Safi Airlines, la compagnia afghana che mi porterà da Dubai a Kabul (che raggiungerò via Francoforte con Lufthansa) possiede solo due aeromobili: mi auguro che la scarsità di mezzi sia a vantaggio della qualità nella manutenzione.

Un ringraziamento. In genere si fanno alla fine del viaggio, ma questa volta come non mai i miei colleghi di Varese contribuiranno a questo viaggio, affrontando un mese di novembre che si preannuncia molto impegnativo. Grazie!

A risentirci dall’Afghanistan!