Monthly Archives: febbraio 2010

What’s new

Atterrando all’Aeroporto Internazionale di Monrovia (c’è anche il City Airport, anche se credo sia anni che non lo usa nessuno a parte, forse, i Caschi Blu dell’UNMIL), la prima cosa che mi ha colpito questa volta é stata l’assenza del buio. C’erano delle luci là sotto! Credo sia questa la novità principale di questa Monrovia 2010: la corrente. Manca ancora una rete di distribuzione, ma ci sono una miriade di piccoli generatori che alimentano aziende, case, mercati. Adesso Monrovia è una città illuminata.
Quando passeggiavo per le vie di Monrovia tre anni fa, giocavo con i miei amici a “Quali sarebbero le tue priorità se fossi il sindaco di Monrovia?”. Io avevo proposto di cablare tutta la capitale e di fornire internet gratis a tutti. Nella mia ingenuità non avevo pensato alla corrente elettrica (faccio l’anestesista, mica il logista), ma vedo che qualcuno si é accorto prima di me di questa ovvietà.
La seconda cosa nuova è il mercato del centro città. Tre anni fa c’erano alcuni venditori ambulanti per le vie del centro e poi il mercato vero e proprio era a Waterside, alla foce del Mesurado. Adesso questo mercato si è espanso e ha invaso tutte le vie del centro e oltre. Le strade sono sempre piene di buche, i palazzi sullo sfondo sempre anneriti e fatiscenti, ma in primo piano ci sono i banchetti e gli ombrelloni colorati dei venditori di ogni genere di prodotto. Poco importa che il pesce venga dalla Mauritania o le uova dall’India (alla faccia del cibo a chilometro zero), c’è commercio.
Al terzo posto metto la nuova Ambasciata Americana, come simbolo di tutte le costruzioni che lentamente stanno crescendo. Beh, questa non proprio lentamente: è un cantiere imponente che forse qui non hanno mai visto, con tanto di doppia recinzione in cemento armato. Si sviluppa esattamente di fronte all’altra: se la prima occupava una quarto del centro, questa ne occupa altri due quarti. Che cosa se ne facciano non lo so, ma almeno creano posti lavoro… non credo sia sia sviluppata una vera industria dell’indotto, visto che importano tutto dagli States, ma meglio che nulla. 
Nel mio piccolo, di nuovo c’è stato l’ospedale, il tipo di missione, la mia abitazione con l’acqua corrente, la zona della città che mi ha fatto innamorare di Tubman Boulevard: non avrei mai pensato di potermi innamorare di una strada a quattro corsie. Da quando poi ho scoperto che la mia macchina digitale fa anche i filmati, ho passato tutte le mattine appiccicato al finestrino a riprendere persone, macchine, luci, suoni, colori. Mi mancano gli odori. Parlerò con Steve Jobs perché sviluppi una tecnologia adeguata.
Era nuovo il team di colleghi: le due ginecologhe, una inglese e una spagnola, e il pediatra, spagnolo. Tutti e tre professionalmente e umanamente stupendi. Una anche esteticamente, ma che missione sarebbe se non ci fosse qualcuno di cui invaghirsi un po’?!
Direi che di nuovo c’è da segnalare anche il rammollimento del Rugo, che da quando é diventato papà si lascia anche commuovere!

Di noto e rassicurante ci sono stati la birra Club e, ovviamente, voi.
Ora basta, perché devo andare a prepararmi per la mia festa d’addio.
Quando arrivo in Italia, come vuole la tradizione, ultimo post con bilanci e saluti.

P.S.: Mary, la bimba di quattro anni con una stenosi esofagea per aver ingerito soda caustica (viene nutrita con un tubicino che le spunta dalla pancia), che da qualche mese é la mascotte del nostro ospedale, ha finalmente ottenuto i documenti per andare in Germania dove una ONG si farà carico dell’intervento per rimetterle un esofago nuovo. Considerando che passa la giornata a bere bevande dolci, che poi, non essendo in grado di deglutire, sputa dove le capita, l’unica preoccupazione che ci rimane é come farle capire che sull’aereo non potrà sputare coca cola sul passeggero di fianco.

P.S. 2: Ieri mi hanno chiamato per un taglio cesareo. Ho aspettato un po’ prima di andare in sala operatoria per lasciare il tempo ai mie ragazzi di organizzarsi. Quando sono arrivato avevano preparato tutto come è da tra settimane che gli dico di fare: flebo, ossigeno, aspiratore, farmaci aspirati e con le etichette sulle siringhe, laringoscopio, tubo… Mi hanno guardato con l’espressione di un bambino che apparecchia la tavola prima che la mamma torni a casa… E poi mi hanno detto soddisfatti: “Hai visto dottor Luigi che abbiamo preparato tutto?”. Poco importa che da settimana prossima torneranno a fare di testa loro, almeno parto con la sensazione che sono riuscito a cambiare qualcosa.
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Racism

Avrei voluto scrivere una dotta dissertazione sul razzismo, iniziando d “Arance insanguinate” il dossier che “DaSud” Onlus ha recentemente pubblicato per denunciare la condizione di schiavitù dei braccianti immigrati in Italia (Rosarno, tanto per capirci) . Ma non ne ho la forza. La giornata è stata dura e l’ora è tarda. Però sono contento.
Qualche tempo fa hanno commesso un furto all’interno dell’ospedale, privando le mie colleghe ginecologhe dell’ecografo.
Dalle indagine effettuate è risultato che fossero coinvolti alcuni dei guardiani, persone che normalmente fanno parte dello staff locale della mia ONG. Così è stato deciso di appaltare la sicurezza a una società esterna.
La prima mattina che sono arrivato in ospedale una guardia mi ha fermato e mi ha chiesto di ispezionare il mio zaino. Io l’ho guardato sbalordito, non comprendendo come la mia carnagione e la mia maglietta non potessero essere considerate un lasciapassare sufficiente e, ovviamente, ho tirato dritto. Adesso ormai siamo diventati amici, e ogni mattina e ogni sera dopo avergli stretto la mano alla maniera africana, con schiocco delle dita, gli faccio controllare il mio zaino con libri e computer.
Ho avuto la stessa reazione quando mi hanno detto che avrei dovuto sostenere un esame per avere il permesso di lavorare: “Allora, io sono un medico europeo, bianco, vengo qui a darvi una mano e dovete anche crearmi delle difficoltà?”.
Poi ho provato a mettermi nei loro panni: se un medico straniero vuole esercitare in Italia, deve essere iscritto all’ordine e se non fa parte dell’UE dove nella migliore delle ipotesi sostenere l’esame di stato, nella peggiore ripetere il percorso universitario.
Non c’è niente da fare. Il razzismo è dentro di noi, ce l’abbiamo nei geni un po’ tutti. Alcune volte è manifesto e dichiarato, altre volte assume forme subdole, tentatrici.
Anche quella di voler bypassare le regole perché ci si sente migliori e quindi non giudicabili. Forse il modo migliore per controllarlo è esserne consapevoli, senza negarlo
Altra considerazione. Penso alla guerra civile che c’è stata qui, alle crudeltà che sono state comesse, ai bambini soldato, agli stupri, ai 300.000 morti. Poi mi guardo introno e vedo persone sempre gentili, premurose, amichevoli, affettuose, sincere. E mi chiedo come sia possibile che in certi contesti l’uomo diventi bestia.
Poi penso alla nostra storia italiana degli ultimi cent’anni, ai campi di concentramento di Bolzano e di Trieste, alla guerra civile scoppiata dopo la seconda guerra mondiale, agli anni di piombo, alle stragi terroristiche a quelle di mafia, alla schiavitù stile Rosarno, solo per citarne qualcuna. E qui capite dove volevo andare a parare.
Ah, un paio di giorni fa è stato l’anniversario dell’uccisione di Hans e Sophie Scholl e Christoph Probst, tre tra i fondatori della Rosa Bianca. Così chiudo il cerchio!

New Hospital

Ci sono delle costanti che si ripropongono in ogni missione, perché fanno parte dello spirito della mia ONG. Tra queste c’è sempre, sullo sfondo, la presenza di un nuovo ospedale.
Ieri sono stato nel cantiere dove l’architetto svedese sta conducendo a ritmi serrati la ristrutturazione di una palazzina per convertirla in ospedale e sono rimasto piacevolmente sorpreso per la qualità dell’opera (dell’ospedale, ovviamente, non della svedese). Senza dubbio una struttura migliore di quella attuale.
È una sorta di regalo di qualche centinaio di migliaia di dollari che facciamo al Ministero della Salute liberiano prima di lasciare definitivamente il paese il prossimo giugno. Se può servire come riferimento, la Presidente, in un’intervista al NYT, ha dichiarato di guadagnare 7000 dollari al mese. 
Il piano prevede il trasferimento delle attività nella seconda metà di marzo e l’apertura ufficiale del nuovo JN Davies Jr Hospital il 2 di aprile. 
Gli operatori sanitari cambieranno contratto, per passare sotto l’amministrazione statale, con uno stipendio che sarà un terzo di quello che guadagnano ora.
Qualcuno rimarrà senza lavoro, come uno degli autisti che ci accompagnano quotidianamente in ospedale, con cui ho chiacchierato un po’ l’altra sera. Si diceva comunque contento perché in questi anni è riuscito a comperarsi una casa e l’aver lavorato per noi dovrebbe garantirgli di trovare facilmente una nuova collocazione. Una piccola soddisfazione in più.
Il vecchio ospedale verrà restituito al legittimo proprietario, un medico liberiano. Grazie ai soldi che gli abbiamo versato in questi anni per l’affitto, ci aprirà una clinica privata, in società con la moglie che di lavoro fa la funzionaria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per sostenere la gratuità delle cure in un piccolo paese dell’Africa meridionale. 
Al “Medical Board” si sono dimenticati di me e ormai non farò più alcune esame. Non che ci tenessi particolarmente. Sto preparando alcune lezioni anche per i “Physician Assistants” della pediatria, una figura professionale a metà strada tra l’infermiere e il medico, che saranno le colonne portanti dell’attività clinica nel nuovo ospedale, così come in tanti altri paesi del Sud del Mondo. Nell’attesa che, tra un po’ di anni, anche la Liberia riesca a sfornare i suoi “dottori”.
Intanto mi appresto a iniziare la mia ultima settimana. Mi sembra di essere appena arrivato, ma forse è proprio così. Buona domenica!

Politics

Sono seduto davanti all’oceano, i piedi nudi nella sabbia, il sole che tramonta all’orizzonte, il vento che giunge da ovest e che solleva onde spumeggianti. Mentre sorseggio la mia Club, quattro soldati dell’UNIMIL (United Nation Mission in Liberia) fanno jogging a petto nudo sulla spiaggia, con le loro targhette luccicanti che penzolano al collo.
Fa piacere un po’ di brezza marina, dopo una giornata iniziata con due ore di diluvio in puro stile africano e continuata con un caldo soffocante. Il Mac sopravviverà all’umidità di questo posto?
Oggi ho tenuto la prima lezione ai miei quattro valorosi infermieri di anestesia: gli ho mostrato le foto frutto della mia settimana di osservazione e anche se non approderò ad alcun cambiamento nel loro lavoro, almeno so che si sono divertiti.
È morto Patrick, uno dei bimbetti che ogni giorno medichiamo per le ustioni da acqua bollente, la prima causa di traumatismo nell’età infantile. Quando l’ho visto per la prima volta in sala operatoria, ho raccomandato alla chirurga spagnola, che si mostrava molto dolce nei suoi confronti, di non affezionarsi troppo a quel bimbo che non avremmo mai salvato: parlavo più per me che per lei. C’è sempre qualcosa di misterioso che porta ciascuno a scegliere, tra tanti, un paziente un particolare. Non c’è un motivo razionale, comunicabile. Qualche volta ci si scopre diversamente coinvolti.
La mortalità infantile nel nostro ospedale è del 10%. Prima causa di morte la malaria. Poi morbillo, infezioni varie, malnutrizione. La mortalità neonatale è del 30%, ma va considerato che siamo un centro di riferimento e quindi vengono a partorire da noi solo i casi più complessi, diciamo quelli che partono già con il piede sbagliato. A proposito di morbillo, sta per scoppiare un’epidemia, ma il governo si rifiuta di lanciare una campagna vaccinale perché per ora i morti sono troppo pochi. Ognuno ha i suoi problemi. 
La mia amata Ellen Johnson-Sirleaf rischia di essere estromessa dalla possibilità di correre per un secondo mandato presidenziale. La Commissione Nazionale per la Verità e la Riconciliazione ha suggerito che la presidente, insieme ad altre 50 personaggi di spicco, vengano banditi dai pubblici uffici per 30 anni, con il sospetto che abbiano finanziato gruppi armati durante gli anni della guerra civile.
Sembra che la Sirleaf riuscirà comunque a ricandidarsi, forte dell’appoggio che l’ha fatta eleggere nel 2005 prima presidente donna del continente africano. Dalla sua ha gli americo-liberiani e i mandingo, uno dei 16 gruppi etnici della Liberia, a prevalenza musulmana, quindi praticamente tutto il potere economico del paese: Stati Uniti e Islam in Liberia vanno a braccetto. Anche se qui non c’è petrolio.
Intanto apprendo con incredulità le ultime dichiarazioni del nostro premier sul metodo di selezione da utilizzare per il traffico di esseri umani tra l’Albania e l’Italia: mi stupisce che non abbia fornito criteri più oggettivi che non il banale “belle ragazze”, tipo l’altezza, il colore degli occhi, la taglia di reggiseno, la presenza o meno di tatuaggi o piercing. O il numero di volte che una ragazza albanese è stata stuprata prima che accettasse di venire sbarcata direttamente su uno dei nostri marciapiedi. Spero che voglia provvedere a riguardo.
Io sto bene, grazie!

Churches

Adesso, almeno voi capitemi!
Nella mia Job Description c’è scritto che dal punto di vista gerarchico devo riferirmi al Coordinatore del Progetto (Field Coordinator, FieldCo) ma dal punto di vista funzionale devo riferirmi al Capogruppo Medico (Medical Team Leader, MTL) e al Coordinatore Medico (Medical Coordinator, MedCo).
Premetto che, in questa missione, il MedCo svolge anche il ruolo di Capo Missione (Head of Mission, HoM), che è la massima autorità presente sul campo, che il MTL ricopre anche il ruolo di FieldCo e che, come se non bastasse, i due (HoM/MedCo e FieldCo/MTL) sono marito e moglie.
I due warnings (per tranquillizzare Mirco) sono che nella prima riunione mi sono rivolto alla FieldCo come se fosse la MedCo, dopo che ero stato a colloquio sia con lei sia con l’HoM e che poi, per far fronte a una questione che mi premeva, ho sorpassato tutti e ho mandato direttamente una email agli headquarters di Atene, senza informare la FieldCo. 
Detto questo, il lavoro procede. Ho passato la settimana ad osservare i miei anestesisti e a scattare fotografie che mi serviranno da settimana prossima a mostrargli che cosa fanno bene e che cosa devono perfezionare. Ieri mattina (venerdì, non so quando leggerete questo post perché internet non funziona) però ho avuto un attacco di nevrosi ossessiva autistica e ho ribaltato tutto l’armadio con il materiale anestesiologico per fare pulizia e mettere ordine. I miei “ragazzi” mi guardavano come se fossi in preda a furore mistico e non hanno commentato, salvo dire, alla fine del lavoro, che era bello avere un armadio tutto in ordine. Beh, avreste potuto farlo anche voi, my friends…
Intanto, per festeggiare degnamente i Santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa, ho pensato di cercare una chiesa lungo Tubman Boulevard. Il risultato è stato sorprendente, non tanto per le chiese, quanto per le Chiese: Chiesa Battista, Chiesa Cattolica, Chiesa Luterana, Chiesa Presbiteriana, Chiesa Metodista, Chiesa Avventista del Settimo giorno, Chiesa dei Testimoni di Geova, Chiesa di Antiochia, Chiesa di Betlemme, Chiesa Apostolica del Tempio di Betlemme, Chiesa della Grazia del Calvario, Chiesa delle Scienze Cristiane, Chiesa dei Soldati di Cristo, Chiesa della Rivelazione, Chiesa della Congregazione della Fede, Chiesa della Missione di Dio, Chiesa della Comunità della Grazia, Chiesa di Dio, Chiesa Israelita, Chiesa di Cristo Re, Chiesa di Gesù Signore, Chiesa Battista del Nuovo Inizio, Chiesa della Nuova Creazione, Chiesa Episcopale, Chiesa di Dio in Cristo, Chiesa Metodista Africana di Sion, Chiesa dell’Alleanza Internazionale, Chiesa Cattedrale della Fede e della Parola Santificata, Chiesa del Tempio della Fede, Chiesa della Vittoria, Chiesa del Trionfo di Dio, Chiesa di Gesù Cristo e degli Ultimi Santi, Chiesa Biblica della Generazione della Speranza, Chiesa del Meraviglioso Tempio Apostolico, Chiesa della Vita di Fede, Chiesa dei Ministri della Vita di Cristo, Chiesa per una Migliore Strada di Vita, Chiesa del Rifugio Celeste, Chiesa della Gloria, Chiesa della Salvezza, Chiesa del Fuoco e Chiesa della Voce della Pentecoste.
Mi sarei aspettato una “Chiesa dei bevitori di birra Club”, ma non l’ho trovata…
Per completezza d’indagine, su qualcuna delle insegne poste fuori dai luoghi di culto è specificato “Inc.”, che è la stessa abbreviazione che si usa per la Nike o per la Apple. Mi viene qualche dubbio che queste Chiese non siano proprio tutte gestite da disinteressati uomini di fede…

Tubman Boulevard

Congo Town. Si chiama così perché molti degli schiavi liberati provenienti dai Caraibi erano originari del Congo e si trasferirono qui una volta giunti a Monrovia. 
Il cielo è coperto, come ogni mattina, l’aria già afosa.
Prendete una distesa di terra rossa, disegnateci sopra una lunga striscia d’asfalto, 4 corsie, due per ogni senso di marcia, ma all’occasione anche tre in senso e una in quello opposto. Aggiungeteci le macchine: taxi gialli scassati, tanti, l’importante è che suonino il claxon il più possibile, che ci siano almeno sette persone a bordo e che si fermino all’improvviso al lato della carreggiata per caricare un passeggero in più; camion mastodontici con gli scarichi che sembrano ciminiere; autobus dismessi vent’anni fa da qualche società sudamericana; fuoristrada delle Nazioni Unite e di ogni ONG che possiate immaginare; qualche bicicletta e tante moto (ci si può stare fino in tre, l’importante è non mettere il casco).
Poi metteteci ai bordi gli alberi e le costruzioni. 
Quattro tipi: baracche col tetto in lamiera, piccole case in muratura, tra le quali alcuni internet caffè che non si capisce da dove prendano la connessione, palazzi moderni, in genere sedi di banche e di compagnie di telefonia mobile, e scheletri di edifici, per lo più opere iniziate e mai terminate, ormai ricoperte dalla vegetazione.
Disseminateci una miriade di esercizi commerciali, alcuni in cortili all’aperto, altri forniti di  malconci scaffali di legno e di un ombrellone scolorito, che vendono di tutto: tessere telefoniche, barattoli di benzina, cibo, caricatori per cellulari, divani in similpelle, cerchi e pneumatici per automobili (in genere non più di una decina di pneumatici di dimensioni diverse e altrettanti cerchioni), borse, pane, cesti in vimini, banane e agrumi, dentifrici, spiedini di carne, materassi, taniche d’acqua, infradito di plastica, borse di stoffa, magliette colorate (no Rugo, non della nazionale di calcio liberiana…).
Ora aggiungeteci la gente: bambini che si lavano nelle tinozze, uomini che camminano ai lati o nel mezzo della carreggiata, carriole, carrette, donne con le pentole in testa, studenti con le loro divise azzurre o gialle, molti in attesa vana fuori dalle scuole perché sono arrivati in ritardo e non possono entrare, lavoratori in attesa di un passaggio in macchina, barbieri all’aperto e lavamacchine. 
Manca sicuramente qualcosa, ma il grosso c’è tutto.
Questa è Tubman Boulevard, il viale che collega la mia casa all’ospedale. Una specie di lunga passeggiata lungo la Liberia di oggi, piena di contrasti indescrivibili ma sempre più attiva, che ogni mattina mi tiene appiccicato al finestrino della macchina. Sì, ahimè, macchina: le “security guidelines” non consentono di percorrere questo tratto di strada a piedi. E visto che in una settimana ho già ricevuto due richiami, aspetterò l’ultimo giorno prima di infrangere questa regola. Non posso non godermi un pezzo di Tubman Boulevard dal vivo!

The Guardian

È lungo, è in inglese, ma, soprattutto, è terribile. Per chi se la sente di leggerlo fino alla fine, può essere di aiuto a capire qualcosa di più (o forse di meno) di questo paese, dove le donne muoiono per le complicanze degli aborti clandestini.

My project

Stamattina ho finalmente recuperato il mio bagaglio. Sono stato nell’ufficio della Brussels Airlines a Mamba Point, Monrovia centro (dove abitavo la prima volta, questa volta sono in periferia, in un posto chiamato Congo Town), e ho potuto cogliere due differenze interessanti rispetto a tre anni fa: ci sono molte più macchine e molte più banche. Non so se si possano proprio definire segnali di miglioramento, ma vi dirò quando mi sarò fatto un’idea un po’ più precisa della situazione. Una delle strade era chiusa perché la stavano riasfaltando e l’autista mi ha assicurato che la presidente in persona (che come qualcuno ricorderà si chiama Ellen Johnson-Sirleaf) si sta occupando del progetto, con lo stesso orgoglio con cui qualcuno da noi parlerebbe di mister B. e del ponte sullo Stretto. A proposito di mister B.: ieri sera, bevendo la mia amata birra Club (Monrovia Brewery Inc.) sotto il meraviglioso cielo stellato africano, un mio collega keniota mi ha chiesto come procedono gli scandali sessuali del nostro premier. Evviva!
Intanto ho capito un po’ di più il senso della mia missione.
Premessa: la mia ONG ha diverse sezioni e negli ultimi anni ciascuna di queste ha realizzato un progetto a Monrovia. La prima volta che sono venuto ho lavorato in un ospedale gestito dalla sezione francese, che svolgeva ogni tipo di attività chirurgica e che è stato chiuso poco dopo la mia partenza in coincidenza con la ripresa delle attività del principale ospedale governativo di Monrovia, il JFK Memorial Hospital. 
Rimangono due problemi: da un lato il JFK non è sufficiente per affrontare tutte le necessità del milione e più di persone che vivono a Monrovia, dall’altro continuano a non esserci medici. Il rapporto è sempre un medico ogni 100000 abitanti: trenta medici, uno più uno meno, in tutta la Liberia. Non esistono ancora percorsi formativi per una nuova classe di medici e chi riesce ad andare a studiare all’estero non ritorna poi a lavorare in Liberia. Diverse ONG quindi, e tra queste anche la sezione spagnola della mia, hanno prolungato la loro presenza per cercare di dare un po’ di respiro alle strutture statali. Dopo diversi rinvii, adesso anche il mio attuale ospedale, il Benson Hospital, sta progressivamente riducendo le sue attività, dedicandosi prevalentemente alla formazione del personale locale che tra pochi mesi inizierà a lavorare in autonomia in un ospedale nuovo, costruito in collaborazione tra il Ministero della Salute liberiano e la mia ONG. La data per il trasferimento delle attività e per la chiusura definitiva del progetto è prevista per giugno.
Il servizio di anestesia è stata gestito negli ultimi mesi da 4 infermieri, di età compresa tra i 55 e i 63 anni, che se la cavano discretamente bene (qualcuno potrebbe a questo punto chiedersi a che cosa serve aver studiato per dieci anni se lo stesso lavoro può essere svolto anche da chi ne ha spesi meno della metà, ma qui si aprirebbe un capitolo sullo sviluppo dell’anestesiologia e sul ruolo dell’anestesista nei paesi del nord del mondo che esula dagli obiettivi di questa scampagnata liberiana). Qualche volta però incontrano qualche problema, soprattutto nella gestione di pazienti delicati e nelle emergenze, così è stato deciso un programma in due stadi: un primo anestesista è venuto qui a novembre e si è occupato di fare un po’ di formazione teorica, rinfrescando gli studi che i 4 infermieri hanno affrontato ormai diversi anni fa. A me spetta di completare il percorso facendo un po’ di supervisione e individuando e intervenendo sulle carenze principali di ciascuno di loro, per consentirgli di migliorare. Detto così è molto interessante, ma dal punto di vista concreto non so che cosa si possa fare realmente in tre settimane (erano quattro, ma la prima ormai se ne è andata tra Atene, viaggio, colloqui e quant’altro). Sempre che non mi rimandino a casa prima, perché la burocrazia liberiana si è sviluppata almeno quanto il traffico di Mamba Point e ora, per poter lavorare qui, dovrò anche affrontare un esame di Stato di fronte a un’apposita commissione del Ministero della Salute. Vi farò sapere quando sarà, così mamma Vitto potrà accendere una candelina come era solita fare prima dei miei esami universitari!

Monrovia

Arrivato! Per motivi che mi sfuggono il mio bagaglio si rifiuta di collaborare e si è fermato a Bruxelles. Dovrebbe arrivare sabato. Ho lo spazzolino e le mutande di cambio, per il resto dovrei sopravvivere. Semmai il problema è di chi mi sta accanto, non mio. Spero solo che il salame di Felino che ho messo in valigia giunga ancora commestibile.
Le prime impressioni sono di grande emozione, anche se con una buona dose di disillusione.
Questa mattina un po’ di burocrazia (permessi di lavoro, security guidelines, aspetti logistici e culturali, briefing, …). Nel pomeriggio visiterò l’ospedale e inizierò a capire se il progetto che mi affidano (formazione e supervisione di infermieri di anestesia liberiani che, a causa di carenza di medici, svolgono attività di anestesisti) sia realistico o no. Ora vado a fare il colloquio con il capo missione.

Atene 2

Ho finito i colloqui per la partenza: il progetto si fa sempre più interessante, ma lo illustrerò nei prossimi giorni. Anticipo solo che lavorerò al Benson Hospital di Monrovia, un ospedale ostetrico-ginecologico, giusto per non sentirmi troppo in difficoltà.
Oggi pomeriggio ho girato un po’ Atene che, contrariamente ai giudizi raccolti prima della partenza, ho trovato affascinante. Un po’ un ponte tra l’occidente e l’oriente, molto ospitale, sporca quanto basta per renderla una città viva. Il nuovo museo dell’Acropoli è una struttura architettonicamente sensazionale, anche se il terzo piano, dedicato al Partenone, è praticamente vuoto, in attesa che il mio amato British Museum si decida a restituire i marmi portati via da Lord Elgin nell’800. Giustificarsi dicendo che i greci non sono in grado di conservarli degnamente sarà adesso molto dura. 

Segnalo la pubblicazione di due rapporti interessanti.

Il primo è a opera dell’autorevole sito britannico “Forget Dinner” (sottotitolo “and go straight to bed”), che attraverso un’accurata indagine tra le sue utenti ha collocato al primo posto del “lavoro piu’ sexy” dell’immaginario erotico femminile il vigile del fuoco. I medici al secondo posto. Meglio che niente.

Il secondo è a cura di MSF Italia (www.medicisenzafrontiere.it) ed è intitolato “Al di là del muro. Viaggio tra i centri per migranti in Italia”.
È la fotografia della realtà che si vive all’interno dei luoghi di detenzione per i migranti privi di permesso di soggiorno e di transito per i richiedenti asilo in Italia: CIE (Centri di identificazione ed espulsione), CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e CDA (Centri di accoglienza). Il rapporto indaga gli aspetti socio-sanitari e le condizioni di vita all’interno di queste strutture. MSF è, fino ad ora, l’unica organizzazione indipendente che ha scritto un rapporto su questi Centri. Basta leggere l’abstract per farsi un’idea.

Che altro dire? Domattina partenza per Bruxelles, da lì volo per Monrovia, dove arriverò in serata. A risentirci dalla Liberia!