Monthly Archives: febbraio 2009

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(Per chi nel weekend si è perso la puntata precedente, è consigliata prima la lettura di “Erez” del 7 febbraio 2009)

Prima di accedere alla rampa di accesso alle partenze dell’aeroporto di Tel Aviv c’è un check point. Ci fermano. “Passaporto e biglietto… Da dove viene?” “Gerusalemme”. “Dove è diretto?” (hai il biglietto il mano, no…?) “Milano, Italia” “Quanto si è fermato in Israele?” (c’è scritto sul visto quando sono entrato…) “Quattro settimane” “E’ stato sempre a Gerusalemme?” (lo vedi quel timbro di Erez?…) “No”. “Dove è stato?” “Gaza”. “Ok, accostate la macchina, scenda e scarichi i bagagli. Mi dia il suo telefono cellulare, glielo restituirò dopo i controlli”. Ogni pezzo contenuto della valigia viene esaminato singolarmente ai raggi x. Mezz’ora dopo mi viene restituito il cellulare. Sul passaporto e sui bagagli un adesivo fucsia. In mano in volantino dove c’è scritto che si scusano per il contrattempo, ma che i controlli effettuati mi permetteranno di risparmiare tempo in aeroporto…

Aeroporto, in coda per il check-in. Una poliziotta controlla preventivamente passaporti e biglietti. Arriva il mio turno. “Come si chiama?” (c’è scritto sul mio passaporto…) “Luigi”. “Dove è diretto?” (ma il tipo di prima non l’ha chiamata?) “Milano, Italia”. “Quanto si è fermato in Israele?” (mi hanno già messo il bollino fucsia!) “Quattro settimane”. “Dove è stato oltre a Gerusalemme?” (Amman, Cairo, Mar Morto) “Gaza”. “Che cosa è andato a fare a Gaza?” (vacanza, c’erano delle offerte interessanti in questo periodo…) “Lavoro per un’ONG… sono un medico”.  “Può aspettare un attimo qui?” (no, pensavo di scappare lasciando a lei il mio passaporto…) “Certo”. La signora dietro di me mi sorride.

Ero stato informato in anticipo: a ogni viaggiatore viene assegnato un codice numerico tra 1 e 6: 1 vuol dire ok, 6 vuol dire pericoloso. La poliziotta torna e mi appiccica addosso un adesivo col numero 6. Tra i privilegi c’è anche un esame fisico speciale in un settore protetto dell’aeroporto. Ma mi ero preparato e per esprimere la mia piccola protesta personale indosso gli stessi calzini da tre giorni. Dopo due ore il verdetto è che posso partire. Solo due elementi destano sospetti: il mouse del PC viaggerà in una scatola speciale, perché è colpevole di cospirazione (qualcuno deve averlo usato senza il mio permesso per scrivere volantini antisemiti); il caricabatterie dell’iPod, molto più pericoloso, necessità invece di un interrogatorio a parte, con interpreti speciali. Se deciderà di collaborare lo imbarcheranno domani e mi raggiungerà a casa, se no ne comprerò uno nuovo. Complessivamente sono stati gentili, mi hanno offerto un caffè (io ho rilanciato chiedendo anche il latte), mi hanno scortato fino al gate e mi hanno anche fatto saltare i normali controlli di sicurezza!

All’imbarco un volto noto, la signora del check in. “E’ un dottore vero?” Sorrido. “Posso immaginare da dove viene… sarà molto stanco…”. Talvolta basta poco per ritornare in pace con gli esseri umani…

Volo Swiss Air LX255. Gin tonic, birra, “Bianco e nero” e “High School Musical 3”. Nella fila davanti alla mia è seduto un bambino israeliano: avrà pressappoco due anni. Chissà che ne sarà di lui tra vent’anni e che posizione prenderà sulla questione mediorientale. Ma le sue scelte, diversamente dai suoi coetanei della Striscia, non verranno condizionate dalle cicatrici rimaste sul corpo o da quelle nascoste nella mente.

Molta della gente che ha votato Hamas nel 2006 si è pentita. Sperava di liberarsi della corruzione e dalla frammentazione di Al Fatah, ma ha scoperto che Hamas non è per nulla meglio. Prima delle prossime elezioni c’è ancora un po’ di tempo. Chissà se intanto Israele capirà che con le bombe si può sì decapitare Hamas, ma si corre il rischio di spingere la gente tra le braccia di frange ancora più estremiste?

Missione bella, ma dura. Grazie per avermi seguito!

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Erez

La macchina si ferma a un chilometro di distanza dal terminal di Erez. Una sbarra blocca la strada e impedisce di avvicinarsi ulteriormente. Il nostro accompagnatore (siamo in due, io e il chirurgo di Hong Kong) ci accompagna fino a un container trasformato in ufficio approntato di fianco alla sbarra. La polizia palestinese controlla i nostri passaporti e verifica che i nostri nomi siano sulla lista delle persone che quel giorno possono lasciare la Striscia. Saluto il nostro accompagnatore. “Sei contento che torni a casa?” mi chiede. “No, sono un po’ triste.” “Perché?” “Vorrei fermarmi qui ancora un po’…”. Ride. “Io sono triste perché vorrei potermene andare ma né io né la mia famiglia possiamo uscire di qui.” Ci abbracciamo.

Carichiamo gli zaini sulle spalle e iniziamo a percorrere il chilometro sulla strada che un giorno era probabilmente asfaltata. Attorno la devastazione totale, delle case non rimane più neanche la sagoma. Davanti a noi il muro di 12 metri. Arriviamo a un passaggio formato da due pareti di cemento armato. Un primo cancello automatico con un citofono. Suoniamo. Dopo qualche minuto il cancello si apre e procediamo. Un secondo passaggio, questa volta protetto da reti metalliche. A metà un tornello di ferro. Arriviamo proprio di fonte al muro. Una porta di ferro con delle telecamere. Le istruzioni sono di farci vedere dalle telecamere, salutando i nostri osservatori. Dopo quindici minuti la porta di ferro si apre. Entriamo nel terminal.

Un corridoio con tre tornelli di ferro. Su ciascuno una luce rossa e una verde. Sono accese solo quelle rosse. Aspettiamo che una delle lucine diventi verde e passiamo. Entriamo in una stanza dove finalmente incontriamo una persona. Lavora per gli israeliani, ma è palestinese. Nessun israeliano in carne e ossa si farebbe trovare qui. Appoggiamo i nostri bagagli su di un tavolo e li apriamo. Un telecamera sul soffitto li esamina. Ok. Continuiamo. Entriamo in un corridoio. Ci sono dei bagni. La nostra responsabile ci aveva suggerito di approfittarne. Cogliamo l’occasione. In fondo al corridoio nuovo tornello di ferro. Citofono. Luce rossa. Luce verde. Un altro assistente ci fornisce due vassoi quadrati di 80 cm per lato. In uno tutti i dispositivi elettronici ed elettrici che abbiamo, carta di credito compresa, nell’altro i bagagli e tutti gli accessori metallici. Aspettiamo 15 minuti che la macchina in cui vengono inseriti i vassoi se li mangi. Uno alla volta entriamo in una cabina cilindrica. Una voce attraverso un altoparlante ci avvisa di tenere le mani alzate. Davanti a noi, in alto, attraverso i vetri si intravvedono i funzionari israeliani che controllano le procedure. La cabina si chiude, uno scanner ruota attorno al corpo. Si riapre la cabina dal lato opposto da cui siamo entrati. Cancelletto. Luce rossa, luce verde. Ritroviamo i nostri oggetti elettronici. Li raccogliamo e procediamo. Ultimo cancelletto. Entriamo in una stanza. I nostri bagagli sono su di un tavolo, completamente aperti. Un funzionario con i guanti li esamina. Sorride quando vede i biscotti palestinesi nella scatola di cartone. “Lo sa che non potrebbe portarli?” “No, non lo sapevo…”. “Si ricordi in aeroporto di metterli in stiva. “Ok, grazie.” Fino a questo punto è passata più di un’ora.

Controllo passaporti. La funzionaria è una ragazzina. Siede nella sua cabina di vetro. Io le sto davanti in piedi. Inizia a sfogliare il passaporto. Le solite domande. “Chi è? Che cosa fa? Perché è stato a Gaza? Dove è diretto? Dove alloggerà a Gerusalemme? Quando riparte per l’Italia? La sua email? Il suo numero di cellulare? (Rugo non fare commenti cretini che il momento è drammatico!). Questo timbro sul passaporto?” “Sud Sudan. L’anno scorso. Missione. Sa, il Sudan è diviso in nord e sud, io sono stato nella parte cristiana…”. Sorride. Consulta la collega. Telefona. “Ho la lettera della mia ONG che certifica che sono stato in Sudan per motivi umanitari”. Si consulta di nuovo. Dopo 20 minuti. “Scusi, ma il problema è il Sudan?”. “Sì!”. “Guardi, avevo lo stesso timbro anche quando sono arrivato a Tel Aviv e quando sono rientrato in Israele da Taba tre settimane fa e non ho avuto problemi” (falso: la prima volta bloccato per due ore, la seconda per cinque). Sorride e mi dice “Sì, ma adesso è stato anche a Gaza e sa… Sudan più Gaza…”, Certo, che stupido… “Si sieda là”. Dopo 30 minuti mi richiama. Ok, posso passare! Visto per due mesi. “Posso tornare in Israele in futuro?” “Certo!”, risponde. Magari però cambio passaporto…

Dall’inizio del gioco dell’oca sono passate due ore e mezza. C’è da dire che nessuno è maleducato. Sono minuziosi, ma seguono solo le procedure. Si può ben comprendere, hanno il diritto di proteggersi. Non discuto questo. Dico solo che un luogo da cui solo alcuni possono uscire, e neanche troppo agilmente, a casa mia si chiama prigione.

P.S.: I più informati dicono che il bello arriverà domani, quando dovrò prendere il volo da Tel Aviv per tornare in Italia…! Arrivo previsto in serata a Malpensa.

Leaving

Cari amici di Gaza,

ho appena ricevuto conferma che domattina partirò per Gerusalemme per rientrare domenica in Italia.

Mi dispiace tantissimo perchè non avrò l’opportunità di salutarvi e ringraziarvi uno ad uno, come avrei voluto.

E’ stato un onore potervi aiutare, anche solo per pochi giorni, a risollevare le condizioni in cui questa città è precipitata a causa della guerra e dell’isolamento che dovete sopportare.

La mia missione come anestesista in questa splendida terra finisce qui, ma ora inizia una nuova missione, come uomo e come membro di MSF: quella di raccontare a tutti le sofferenze che state patendo.

Vi porterò nel cuore con la speranza che un nuovo sole possa presto illuminare la vostra città.

Che dio vi benedica

 

My dear brothers and sisters of Gaza,

I’ve just received confirmation that tomorrow morning I’ll leave from Gaza to start my trip back to Italy.

I’m reall sorry because tomorrow it’s Friday and I won’t be able to thank you and to say good bye to everyone.

It has been an honour to share these few weeks with you and to help you raise again your city, after the war and the isolation you are still facing.

My mission as anesthetist in this wonderful country is finished, but now I’m starting a new one, as man and member of MSF: tell the people the situation you are living and what you are suffering.

I’ll keep you close to my heart, with the hope that a new sun could soon rise again above Gaza.

God bless you!

Sincerely yours

 

Luigi

Confusion

La situazione è piuttosto confusa. Nelle ultime ore ho chiacchierato un po’ con la nostra coordinatrice, con un medico egiziano e con un palestinese di Gaza (Gaziano? Gazianese?) del nostro ufficio amministrativo per cercare di capirci qualcosa ma tutto mi sembra illogico. Negli ultimi due giorni gli aerei israeliani hanno ripreso a sfrecciare sopra le nostre teste, con esplosioni che si sentono a ogni ora, ma sembra senza conseguenze in termini di vittime. Anche perché gli israeliani, educatamente, telefonano preventivamente alle famiglie per avvisarle che stanno per tirargli giù la casa. Da Gaza continuano a essere sparati 2-3 razzi al giorno al di là del muro. Ma intanto ci si aspetta per giovedì la firma del cessate il fuoco definitivo. Hamas chiede la riapertura dei valichi, soprattutto di Rafah, al confine con l’Egitto, ma gli Egiziani da parte loro hanno fatto sapere che domani chiuderanno la frontiera, in questi giorni valico privilegiato per giornalisti e aiuti umanitari, per un periodo imprecisato. Visto che la regola è che si esca da Gaza dallo stesso terminal da dove si è entrati, domani partiranno tre tra medici e infermieri del nostro gruppo per evitare di rimanere bloccati, nell’attesa che da Erez arrivi il nuovo team (tra cui l’anestesista che mi dovrà dare il cambio).

Il primo ministro israeliano promette reazioni terribili e smisurate se continuano i lanci di razzi palestinesi, ma intanto il ministro della difesa del suo governo annuncia il progetto di un tunnel di 48 km che colleghi il nord della striscia di Gaza al sud del West Bank, i territori palestinesi della Cisgiordania sotto il controllo di Al Fatah. Il quale Al Fatah continua a ostacolare il governo di Hamas nella Striscia di Gaza aumentando l’esasperazione della gente: aveva già contribuito al tracollo economico di questa fetta di Palestina e quindi al rafforzarsi di Hamas stesso, bloccando gli investimenti nella Striscia, soprattutto sanitari, e ora litiga per la gestione dei bilioni di dollari che arriveranno per la ricostruzione. Un esempio eloquente: la farmacia centrale di Gaza prima della guerra era rimasta senza molti farmaci essenziali e gli ospedali già da diversi mesi non eseguivano più interventi in elezioni (programmati), per mancanza di risorse, prima tra tutte la corrente elettrica. Ora con la guerra la situazione è paradossalmente migliorata, perché con gli aiuti umanitari sono tornati farmaci e generi di prima necessità.

Oggi pomeriggio ho fatto un giro al nord di Gaza, attraversando la zona più pesantemente colpita dall’aviazione e dalla marina israeliana. Gli attacchi verso Israele infatti, per una questione geografica, partivano soprattutto da qui, senza che la popolazione locale ne avesse responsabilità. La situazione di case e strade è devastante, ma soprattutto colpisce vedere i terreni agricoli arati dal passaggio dei carri armati. Hanno bombardato anche un centro sportivo, tutte le scuole e l’unico parco divertimenti di Gaza: la ruota panoramica distrutta (già prima era una miseria rispetto al London Eye) è un’immagine emblematica della miopia che affligge tutte le guerre, ma forse questa un po’ di più della altre.

Il 5 febbraio si capirà se tutto quello che sta avvenendo nelle ultime ore fa parte dei giochi politici per fare pressione su Hamas e chiudere la partita diplomaticamente, o se, come in molti chiedono in Israele, si finisca una volta per tutte militarmente quello che si è lasciato a metà.

Noi siamo abbastanza ottimisti, ma intanto, nel dubbio, abbiamo messo la nostra bandiera sul tetto dell’ospedale, dell’ufficio e dell’appartamento, illuminandole di giorno e di notte, perché non si sa mai. Con questo, muezzin delle 4.30 a parte, dormo tranquillo. 

Sunday

1. Italia.

Le notizie dei quotidiani italiani sono sempre deprimenti. Soprattutto mi disgusta la propaganda dell’establishment massonico-industricale-radical-chic milanese che vuole fare credere che la Juve abbia perso per due volte di seguito in campionato. Addirittura in casa 2-3 contro il Cagliari… La verità, che nessuno mai vi dirà, è che siamo saldamente in testa alla classifica e l’Inter arranca per inseguirci…

2. Ospedale.

Qui tutto scorre abbastanza bene. Ormai l’ospedale è testato e ben funzionante e domani inizieremo ad aprire un ambulatorio dedicato alla consulenze chirurgiche, che si aspettano numerose, per ampliare il numero di interventi giornalieri che fino ad ora è stato di 4-5 al giorno. In settimana arriverà un chirurgo plastico e inizieremo gli innesti cutanei e le revisioni estetiche delle ferite soprattutto al volto: abbiamo già visto diversi casi di ustioni alla faccia che sono esitate in cicatrici devastanti. Intanto continuiamo le revisioni delle ferite infette e dei monconi post amputazioni.

3. Guerra.

La situazione politico-militare vede una tregua che regge, nonostante continuino a essere sparati alcuni razzi dalla Striscia verso Israele. Il governo israeliano da parte sua ha annunciato una nuova operazione che si chiamerà “Picking the red rose”. L’idea è di colpire le persone ritenute pericolose una a una, come già fatto in passato, con un attacco aereo mirato alla persona fisica, anziché ad una zona geografica. Cioè anziché tirare giù un paio di palazzi si fanno esplodere solo un paio di macchine. Settimana scorsa con questo giochetto sono rimasti feriti 8 bambini che andavano a scuola. Un tribunale spagnolo intanto vorrebbe rinviare a giudizio per crimini di guerra i responsabili israeliani dell’omicidio mirato di Salah Shehadeh, estremista palestinese tra i fondatori di Hamas, assassinato nel 2002: i ragazzi dell’IDF, insieme al bersaglio, uccisero 14 persone innocenti. Segnalo anche la dichiarazione di Tony Blair, capo delegazione del quartetto per il percorso di pace, che vorrebbe Hamas al tavolo delle trattative insieme ad Al Fatah, adottando la strategia usata 10 anni fa per l’Irlanda, purché ovviamente rinunci alla violenza. Hamas ha già fatto sapere che Tony Blair è deficiente e non capisce niente. Lo stesso Hamas ha anche precisato che qui non c’è stato nessun regolamento di conti dopo la guerra: sono solo 21 morti e 115 feriti.

4. Diversivi.

Se non ricordo male era “L’aereo più pazzo del mondo”. I passeggeri di un aereo assistevano durante un volo alla proiezione di un film su una serie di disastri aerei. Qui, per distrarci, abbiamo visto “Paradise now”: storia delle ultime 48 ore del kamikaze palestinese Said e del suo amico Khaled, nella loro “missione santa” contro Israele. Un film che fa pensare. Bello.

5. Divieto di segnalazione.

Come qualcuno ha già fatto tramite Facebook ed email, aderisco anch’io a questa campagna, di cui vi allego il link:

http://www.divietodisegnalazione.medicisenzafrontiere.it

6. Per il Rugo.

Mi vedo già all’aeroporto di Tel Aviv durante il controllo dei bagagli, quando mi troveranno nello zaino la bandiera di Hamas a mo’ di souvenir…