Monthly Archives: gennaio 2009

Friday

Oggi è venerdì, quindi festa. E anziché shawarma abbiamo ordinato la pizza: per essere a Gaza City niente male! L’ospedale è chiuso per rispettare il giorno di riposo dello staff locale. E’ il primo giorno da quando sono partito che non ho nulla da fare, ma non possiamo uscire di casa. Di nascosto ho fatto un giro attorno all’isolato, ma c’è troppa gente con le bandiere di Hamas, per accorrere all’ennesima manifestazione di fanatici. C’è il sole, ma fa freddino. Sarebbe il pomeriggio ideale per addormentarsi davanti alla TV guardando un gran premio di F1. Invece ho guardato le foto dei feriti della guerra scattate da un team di chirurghi egiziani arrivati qui nei giorni dei bombardamenti. Pensavo di aver già visto tutto il peggio che si possa immaginare.

Ieri ho cambiato casa. Il gruppo degli espatriati stava diventando un po’ troppo consistente e così abbiamo affittato un nuovo appartamento vicino agli uffici e all’ospedale. A parte che ora ho un letto e non dormo più per terra, la grande novità consiste nel fatto che posso percorrere a piedi (solo di giorno, si intende) i 300 metri che mi separano dall’ospedale e dagli uffici, mentre fino ad ora mi era concesso solo di attraversare la strada per raggiungere l’ospedale e riattraversarla per tornare a casa.

Intanto ho appena letto che il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha garantito una protezione giudiziaria totale in patria e all’estero ai soldati che hanno partecipato alla recente offensiva nella Striscia di Gaza. Questo in risposta al segretario generale ONU Ban Ki-moon che aveva chiesto di punire i responsabili dei bombardamenti contro gli edifici dell’ONU. E quelli che non c’entravano nulla ma non erano in edifici ONU? Mah…

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Medical treatment crippled in Gaza

 
CNN.com  

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Potevano scegliere un bimbo che strillasse meno, ma sapete come sono ‘sti americani della CNN…

 
   
   
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http://edition.cnn.com/video/?/video/world/2009/01/28/hancocks.gaza.hospitals.cnn

CNN

Alla faccia delle televisioni e dei quotidiani italiani, oggi siamo stati intervistati e ripresi dalla CNN e da Al Arabiya. E domani passa a trovarci la BBC. Dopo che settimana scorsa la mia intervista era stata trasmessa sulle TV francesi.

Tra una telecamera e l’altra intanto il lavoro sta ingranando. Il primo giorno 3 pazienti, domani già 8. Il team chirurgico si sta affiatando sotto la guida decisa della strumentista cinese e della caposala svedese che stanno inserendo ogni giorno nel gruppo nuovi infermieri palestinesi. Stanno arrivando anche altri espatriati che vanno a rafforzare le attività che la mia ONG sta svolgendo da anni qui a Gaza nell’ambito della fisioterapia, con un ambulatorio in città e uno nella zona sud della Striscia, e della salute mentale, con un servizio gestito da due psicologi e uno psichiatra. Potete stare tranquilli, c’è chi si prende cura di me.

Sul fronte politico continua un po’ di confusione. Ieri dei palestinesi che non hanno rivendicato le azioni (qui si dice che non sia responsabilità di Hamas, ma gli israeliani dicono che siccome a Gaza governa Hamas è comunque colpa loro) hanno sparato su due jeep palestinesi che controllano i confini della Striscia, uccidendo un sergente. La risposta israeliana è stata immediata con due incursioni aeree che hanno ucciso un agricoltore e un presunto membro di Hamas che è stato colpito mentre era in strada in moto. Sempre ieri è stato lanciato un razzo da Gaza verso Israele, ma non è riuscito a scavalcare il confine ed è ricaduto sul territorio palestinese. Diciamo che la capacità offensiva dei palestinesi della Striscia sembra fortunatamente abbastanza modesta. Fortunatamente soprattutto per loro, perché la risposta israeliana sarebbe decisamente meno artigianale.

In ogni caso gli israeliani hanno richiuso tutti i transiti e la notte scorsa hanno ribombardato il confine con l’Egitto per distruggere un po’ dei famosi tunnels.

Di positivo c’è che intanto nella strade sono comparsi scolari e studenti e stanno scomparendo i cumuli di macerie e di spazzatura. A vederla ora Gaza sembra un’altra città rispetto a 10 giorni fa. Anche il traffico sta diventando degno di una città e nel suo piccolo ricorda un po’ il Cairo. E intanto ho trovato i contatti giusti che dovrebbero riuscire a procurarmi di nascosto una bottiglia di roba buona.

Shawarma

H., 4 anni, femmina. Appena mi ha visto è scoppiata a piangere. Non le risultavo simpatico. Questa è stata la prima paziente del nostro nuovo ospedale. Due settimane fa un’esplosione le ha fratturato e ustionato il braccio. Ha già subito un primo intervento in un ospedale di Gaza, ma la ferita si è infettata e così l’abbiamo presa in cura per ripulire la pelle in attesa di farle una plastica. L’abbiamo mandata a casa questo pomeriggio, tornerà nei prossimi giorni. Questo grande risultato risana un po’ e mie statistiche personali che fino ad ora registravano due interventi e due pazienti morti. Ma come ha detto ieri il direttore del laboratorio di analisi a cui ci appoggiamo per la nostra attività clinica, i morti sono morti. Ci dobbiamo concentrare sulle persone che hanno bisogno di cure ora e ogni risultato, anche piccolo, è un grande risultato.

Oggi insieme al nostro direttore sanitario e all’interprete abbiamo completato il giro delle convenzioni con la banca del sangue, che ci fornirà sangue in caso di necessità di trasfusioni e con un’altra clinica che ci garantirà le prestazioni radiologiche. Al di là degli aspetti organizzativi e clinici, gli incontri di questi due giorni sono stati significativi perché i vari responsabili delle strutture sanitarie che abbiamo incontrato ci hanno raccontato qualche particolare dei giorni della guerra. Il direttore di una di queste strutture lavorava di notte come volontario sulle ambulanze. Ha visto morire 18 persone a poche decine di metri di distanza senza la possibilità di soccorrerle perché i soldati israeliani non davano il permesso di avvicinarsi a soccorrere i feriti. Gli è capitato di dover attendere fino a 8 ore prima di poter soccorrere una persona. Un altro responsabile ci ha raccontato delle donazioni di farmaci in scadenza arrivate dall’Europa, che sono inutilizzabili. O delle centinaia di sacche di sangue inviate dall’Egitto senza un mezzo di trasporto appropriato che sono giunte inutilizzabili (ho visto personalmente una decina di ceste piene di queste sacche impilate fuori da un pronto soccorso). In compenso i palestinesi sono molto generosi e quindi la Banca del sangue di Gaza è riuscita a far fronte alle richieste consegnando agli ospedali della Striscia nei giorni dei bombardamenti 3117 unità di sangue e 1095 unità di plasma.

A proposito di donazioni di farmaci, le autorità e le ONG stanno lanciando proclami per avvisare di non inviare più medicine: Gaza ha bisogno di cibo, coperte e materiali da costruzione, basta farmaci.

Per quanto riguarda la politica, ieri Hamas ha proposto il cessate il fuoco per un anno in cambio dell’apertura del terminal di Rafa, alla frontiera con l’Egitto, per facilitare l’ingresso di merci e dell’arrivo di osservatori europei che controllino i movimenti al confine. Intanto continuano i regolamenti di colpi da parte dei membri di Hamas con diverse persone uccise o ferite alle gambe per la presunta collaborazione con gli israeliani. Ieri mattina abbiamo anche vissuto un paio ora di incertezza quando è circolata la voce, in concomitanza con lo scadere del primo cessate il fuoco di una settimana, che ci sarebbe stato una raid aereo per bombardare la sede di un ministero. Ma per fortuna non è successo nulla.

Per chi ha chiesto spiegazioni: lo shawarma è una specie di piadina arrotolata, fatta con carne, verdure e quant’altro. Molto buono. E a proposito di cibo, dal mangiare al bere il passo è breve. Ai miei lettori più attenti non sarà sfuggito che quest’anno non ho dedicato alcuno spazio alla birra locale. Non ci sarà, perché non c’è birra. Come non c’è vino, whisky e quant’altro. Oggi hanno riaperto il supermarket che c’è in fondo alla strada dell’ospedale: sono entrato che stavano ancora finendo di riempire gli scaffali. Ma ahimè, nessuna traccia di alcolici, sotto nessuna forma. La grappa della zia Nena è già finita da un bel po’ e ormai vi avvicino alla mia prima settimana senza alcol da 30 anni a questa parte. Ovviamente questo non è frutto di embargo ma di scelte culturali locali…

P.S.: chiedo scusa a Rugo e a Claudia, di cui ho dovuto cancellare due post. Dirò solo che già all’ingresso in Israele ho dovuto dare il mio numero di cellulare e il mio indirizzo di posta elettronica e al rientro da Gaza mi aspetta un timbro sul passaporto con l’ingiunzione di lasciare Israele entro tre giorni. Da questa parte del muro sparano in testa e nelle gambe alla gente sospettata di collaborazionismo. Insomma, se devo finire nei guai preferisco sia colpa mia!

Tunnels

Navigando sul sito della BBC (visto che i siti italiani ormai non dicono più nulla della situazione a Gaza), ho trovato un filmato molto interessante sulla ricostruzione dei tunnel tra Gaza e l’Egitto che sono la boccata d’ossigeno per l’economia nella Striscia. Segno tangibile della ripresa delle attività di contrabbando è la discesa dei prezzi, primo tra tutti quello della benzina. C’è anche qualcuno più contento degli altri e sono le famiglie coinvolte in prima persona nel traffico sotterraneo che stanno facendo grossi affari.

L’ospedale è quasi pronto. Oggi abbiamo messo in funzione la centrale di sterilizzazione e abbiamo completato la farmacia; domani mattina gli ultimi collaudi e arredi e nel pomeriggio arriveranno i primi pazienti; lunedì mattina i primi interventi.

E’ un’esperienza decisamente entusiasmante, anche perché si lavora tutti insieme ma allo stesso tempo ciascuno è responsabile della sua parte. Non c’è chi ti dice che cosa devi fare, sta a te capire che cosa serve e provvedere. Ovviamente i tempi sono un po’ più lunghi del previsto perché non c’è più una situazione di emergenza e conviene iniziare le attività con tutte le strutture completate. I chirurghi che stanno già da qualche giorno visitando i pazienti negli ambulatori (uno in centro città e l’altro in periferia) hanno già selezionato diversi casi che richiedono la revisione degli interventi eseguiti in condizioni disperate durante i giorni dei bombardamenti.

Intanto intorno a noi la città sembra risvegliarsi: c’è molta più gente per le strade, molti negozi stanno riaprendo e nella pausa pranzo di mezzogiorno c’è solo l’imbarazzo della scelta per trovare lo shawarma più buono.

No name hospital

Cercasi disperatamente nome per nuovo ospedale di campo!

Le due tende (una con due sale operatorie, una con nove letti per i pazienti, di cui tre attrezzati da terapia intensiva) sono pronte. Oggi abbiamo lavorato tutto il giorno all’allestimento dei materiali. Grazie a una lunga esperienza con il meccano prima e con i mobili dell’Ikea poi ho partecipato attivamente anch’io. Mentre gli operai montavano farmacia, centrale di sterilizzazione, impianto elettrico, impianto idraulico, bagni, e scarichi vari, io ho montato una scialitica, cinque tavoli portastrumenti, uno sgabello girevole e due ventilatori, completi di vaporizzatori ed evacuazione elettrica dei gas, nonché l’annesso monitoraggio con tanto di EtCO2. Confesso che sull’impianto di evacuazione ho faticato un po’, le istruzioni non erano proprio chiarissime, ma sembra funzionare. Abbiamo anche un defibrillatore! Pensare che le tende sono identiche a quelle dello scorso anno a Bor, ma dentro è proprio tutta un’altra cosa! Intanto sono arrivati un chirurgo svedese, un anestesista francese, una strumentista da Hong Kong (cinese mi suona male) e qualcun altro che non ho ancora ben inquadrato. In compenso se ne è andato il mio amico infermiere italiano e domani partiranno il chirurgo ceco e la chirurgo norvegese. Inizio a diventare uno dei più longevi del gruppo. A parte lo staff locale, che sono tutte persone eccezionali. Inutile aggiungere che oggi mi sono proprio divertito. Ci voleva.

Giusto per ricordare dove mi trovo, stamattina continuavano a sentirsi spari e colpi di cannone. Dicono che sia la marina che spara a salve per spaventare i pescatori. Non ho capito se mi prendono in giro o che cosa…

Irish

Anche oggi, nell’attesa dell’ospedale nuovo, mi sono aggregato al “rapid health assesment” team. Abbiamo continuato il nostro percorso per la striscia di Gaza verso sud, visitando le scuole in cui si sono riparate le persone durante i bombardamenti. Per le strade soprattutto carretti trainati da asini o cavalli. Qua e là case distrutte.

Io non amo molto fare domande, mi sembra sempre troppo intimo, ma le persone che vivono in questi rifugi hanno tanta voglia di raccontare e di sfogarsi. Quando capiscono poi che io sono un medico iniziano a portarmi i bambini per presentarmi i casi più assurdi, e per fortuna più banali, a cui ovviamente non ho risposte da dare se non “Non si preoccupi, sta bene, è tutto a posto”. Il caso più curioso è quello di due ragazzine, probabilmente con qualche antenato irlandese, entrambe con i capelli rossi e abbondanti lentiggini. La madre preoccupata chiede se non si possa fare nulla per dare loro una pelle normale come le loro amiche. L’ho rassicurata dicendole che in Europa le rosse con le lentiggini sono le più ricercate.

Nella terza scuola che visitiamo nei giorni dei bombardamenti si erano riparate più di 3000 persone. La maggior parte è tornata nelle loro case, ritrovandole integre, così come le famiglie dei nostri collaboratori palestinesi che hanno lasciato ieri i nostri uffici dove alloggiavano. In questa scuola sono rimaste ancora 700-900 persone, ma domattina anche loro dovranno andarsene. Sono le famiglie che non sono potute tornare nella loro casa perché è stata distrutta. Un’agenzia dell’ONU presterà loro dei soldi per affittare delle case. A parte che il concetto di famiglia qui è un po’ diverso che da noi (un uomo ci racconta che la sua famiglia occupa da sola un intero piano della scuola perché sono in 150), il problema è che le case da affittare non ci sono perché le costruzioni sono ferme da anni. Non ci sono materiali da costruzione perché non si possono importare. Così come non ci sono pentole per cuocere il cibo, condimenti, coperte, pannolini per i bambini, soldi contanti. “Sì, anche l’ingresso della moneta, che è lo shekel israeliano, dipende dai permessi che Israele concede alle banche palestinesi. Viene concesso un flusso di denaro sempre inferiore alle necessità, per impedire che l’economia possa crescere”, ci spiega un funzionario dell’ONU. “Una bomba distrugge i vetri delle case in un raggio di 300-400 metri. Ogni bomba rompe centinaia di vetri. Ma non ci sono i vetri da sostituire, non esistono vetri per finestre nella striscia di Gaza. Qualcuno cerca di adattare i teli di plastica che si usano normalmente per coprire i prodotti agricoli, ma non ne rimarranno più per questo utilizzo. I vetri sono tanto importanti quanto le medicine. I tunnel distrutti dall’aviazione israeliana al confine con l’Egitto servivano soprattutto al contrabbando delle merci. C’è chi ci faceva passare addirittura le mucche. Ora questa gente non ha nulla, neanche le sementi. Hanno bombardato anche le coltivazioni e molti contadini sono morti nel tentativo di mettere al riparo il loro raccolto.” Continua il funzionario dell’ONU: “Hanno colpito un nostro deposito in cui c’erano 22 tonnellate di biscotti ad alto contenuto proteico: pochi biscotti forniscono supporto calorico sufficiente per un giorno per una persona. Hanno distrutto 11000 materassi. Non potevano non sapere che quelli fossero depositi dell’ONU. Il problema non è ricomprare quella merce, il problema che quelle scorte erano già qui; importarle, anche per l’ONU, non è semplice. Soprattutto dopo che hanno sparato agli autisti dei nostri convogli.” Conclude il funzionario: “Israele ha voluto creare il problema degli sfollati deliberatamente. Ha lanciato volantini informando che avrebbe bombardato e avvisando di spostarsi, ma senza specificare in che zona avrebbe colpito né indicando quale area sarebbe stata sicura. Ha voluto creato panico e confusione”.

H. ha 40 anni. Da una decina lavora per una ONG a Gaza. E’ un fortunato perché grazie al suo lavoro riesce a uscire dalla Striscia, anche se è da un anno che va solo fino a Gerusalemme dove c’è la sede della sua ONG (ricordo che la Striscia di Gaza misura 40 km in lunghezza e 10-15 in larghezza; la Val d’Aosta è grande nove volte tanto ma con meno di un decimo degli abitanti). Gli chiedo dove si siano concentrati maggiormente gli attacchi. Mi risponde: “Ovunque; i giornali hanno scritto che sono state colpite maggiormente le zone dove vivono gli uomini di Hamas, ma non è vero. Noi sappiamo chi è di Hamas e chi no. Posso dirti che le case di Hamas sono state le meno colpite. In questa zona della Striscia (siamo vicino al confine israeliano, al centro-sud della striscia) gli abitanti si trovano sotto i colpi dell’artiglieria israeliana da 3 anni. Noi vogliamo la pace, ma questo è un carcere. Ci stanno soffocando lentamente. Gli israeliani non si rendono conto che stanno creando dei mostri. I nostri bambini sono terrorizzati e cresceranno più radicali di noi.”

Non vi riporto i miei pensieri ma quello che le persone mi raccontano. A voi decidere se crederci o meno.

P.S.: grazie per quello che mi scrivete!

Ikea

Immaginate di andare all’Ikea. Ma anziché comprare una candela, un servizio di piatti, un letto o una cucina, comprate un ospedale. Dai tempi dell’esame della patente il mio problema è ricordare la differenza tra autotreni, autoarticolati e autosnodati. Credo si tratti di autotreni, tre per l’esattezza: tir con dietro attaccato un altro pezzo, senza la motrice, ovviamente. Ecco, andate all’Ikea con questi mezzi e ci caricate un ospedale. 21 tonnellate di merce. La “nostra” Ikea si trova a Bordeaux, dove tutto è già pronto, inscatolato ed etichettato. I tre mezzi sono partiti settimana scorsa e sono arrivati ieri sera. Una notte intera per scaricare. Stamattina i nostri operai sotto la vigile guida del logista giapponese hanno iniziato a spianare la terra e stasera le due tende che costituiscono l’ospedale sono pronte. Domani le riempiremo e poi si vedrà. I programmi infatti stanno cambiando strada facendo, e visto che da ieri ci sono più medici che pazienti e si fanno più interviste che interventi (buon segno, significa che il cessate il fuoco è reale), si sta pensando ad un programma di chirurgia ricostruttiva e riabilitativa. Per conto nostro. Un po’ perché abbiamo la puzza sotto il naso, un po’ perché lavorare con i colleghi mediorientali sta mettendo un po’ alla prova la pazienza di tutti (va ricordato che l’embargo degli ultimi anni qui è stato pesante e anche nelle formazione dei medici ha purtroppo prodotto i suoi risultati)

Nel frattempo oggi ho lasciato l’ospedale e mi sono unito al team dei “rapid health assessor”. Con macchina e interpreti andiamo in giro per i campi di accoglienza degli sfollati (che non sono i rifugiati, cioè quel milione di persone che già vivono in Gaza Strip ammassati in campi specifici) per valutare lo stato di salute e le priorità di intervento per questa gente senza più casa: secondo i dati dell’ONU ci sono 4000 case distrutte, 20000 danneggiate e 400000 senza acqua corrente per un totale di 50000 sfollati.

La gente scappata per paura o perché senza casa è stata accolta nelle scuole, molte delle quali sono state costruite negli anni passati dall’UNRWA, un’apposita agenzia dell’ONU. Una di queste scuole è stata colpita dai bombardamenti, mentre le gente si trovava all’interno per ripararsi. Le condizioni di vita di queste persone sono comprensibilmente drammatiche, sia per la mancanza di servizi igienici, acqua corrente, materassi, coperte, cibo a sufficienza, sia per gli aspetti psicologici legati alla mancanza di una casa, al senso si smarrimento per il futuro, al fatto di aver visto morire (e questo è vero soprattutto per i bambini) parenti e vicini davanti agli occhi. Il governo vorrebbe riaprire le scuole da settimana prossima, per cercare quanto prima di riportare la situazione alla normalità, ma non si sa dove mettere queste persone. L’UNRWA, che abbiamo incontrato nella persona di una splendida ragazza olandese, ci sta pensando, ma le case non compaiono dal nulla.

Insomma, niente anestesia per oggi, ma un contatto sul terreno con la disperazione di donne, uomini, bambini, vecchi, che lasciatemi dire non ha nulla di poetico, è una miseria che puzza di sporco. In attesa di aprire il nostro piccolo ospedale europeo. Dimenticavo. Attraversando la città grigia (le case sono di mattoni di cemento, e quasi mai sono intonacate), passando accanto ai palazzi distrutti e a quelli lasciati a metà da anni perché non arrivano i materiali da costruzione e circolando sulle strade arate dai mezzi blindati abbiamo incontrato una manifestazione di gente felice che sventolava bandiere verdi: Hamas celebrava la sua vittoria. Povera gente: prima bombardata dai nemici e poi presa per il culo dagli amici.

P.S.: abbiamo problemi con internet, mi sono alzato un po’ prima per spedire il blog e scaricare la posta e nel silenzio del mattino si sentono ancora spari in lontananza…

 

 

My new job

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro all’ospedale di Shifa, Gaza.

Due pensieri. Il primo è che i palestinesi non sono abbandonati: diversi stati, arabi e non, sono loro amici e hanno inviato medici e infermieri per soccorrere i fratelli palestinesi. Ho lavorato con palestinesi ma anche egiziani, siriani, sudanesi, indonesiani… Diciamo, per essere politically correct, che gli stili mediorientali e il mio (anche per rispondere a Betty che mi stuzzica col mio background giapponese) differiscono significativamente, e quindi non è stata una giornata facile. Senza mancare di rispetto ai discendenti di Avicenna e Averroè che sicuramente sanno il fatto loro, quantomeno in medicina di guerra.

Il secondo pensiero è che si dice che le prime vittime di questa guerra (anche se probabilmente di tutte) siano le donne e i bambini: non sarà un dato statisticamente significativo, ma i miei primi due pazienti sono stati per l’appunto una ragazzina di 10 anni e la sua mamma. La ragazzina, con le gambe esplose, è morta in sala operatoria; alla mamma abbiamo dovuto amputare una gamba e ora è in condizioni molto critiche. Nonostante il cessate il fuoco unilaterale, l’aviazione israeliana ha infatti risposto al lancio di nuovi razzi di questa mattina da parte di Hamas e queste due donne ne hanno pagato il conto. Oggi pomeriggio comunque anche Hamas ha annunciato la tregua per una settimana, a condizione che i soldati israeliani lascino Gaza.

InshAllah.

Gaza City

“We are happy to have you here!”. Il sorriso e gli abbracci commossi dei nostri operatori palestinesi. E tutto intorno bambini saltellanti che si sono trasferiti qui nella nostra sede, con le loro famiglie, dopo che le loro case sono state distrutte dai combattimenti.

E’ bastato questo saluto a farmi stare meglio e a cancellare la stanchezza del viaggio e la depressione nata dell’impatto con questa terra. Sono a Gaza City, finalmente.

Ieri vi avevo lasciato raccontando di un probabile ingresso dall’Egitto, che durante il nostro viaggio dal Cairo verso il confine è sfumato per questioni di sicurezza. Così alle due di notte, dopo 6 ore di deserto, siamo stati depositati dal nostro autista e dalla scorta armata della polizia egiziana, al confine con Israele a Taba, in cima al mar Rosso. L’obiettivo era a quel punto tornare a Gerusalemme per entrare da Erez in mattinata, insieme a un convoglio della Croce Rossa. Ma a Taba siamo stati trattenuti e interrogati per 5 ore dalla polizia israeliana, fatto che ci ha costretto a rinviare i nostri piani. Ci siamo fermati a quel punto scoraggiati e pensierosi a pucciare i piedi nel Mar Morto, quando una telefonata ci ha informato che la tregua di oggi sarebbe iniziata alle 13. Dopo una corsa in autostrada, alle 12.30 eravamo a Erez e alle 16, dopo i soliti controlli e le solite domande degli israeliani, un po’ paranoici, entravamo nella striscia di Gaza.

Un chirurgo vascolare argentino, un chirurgo ortopedico ceco, un infermiere italiano, un logista giapponese, il nostro capo missione francese e io, anestesista italiano per completezza.

Il cielo era lo stesso che in Israele, il colore della terra anche, il resto no. L’impatto è stato desolante, un paesaggio martoriato e grigio. Qualche colpo in lontananza, un aereo da ricognizione che tuttora ronza costantemente sopra le nostre teste. Nel cielo due elicotteri e la scia infuocata di tre colpi di mortaio. E tutto attorno il muro di 10 metri che sigilla la Striscia; un varco irregolare vicino al cancello e le tracce sulla terra battuta segnano il recente passaggio dei carri armati. Ogni casa lungo il percorso porta i segni dei combattimenti così come in ogni via si incontrano le foto scolorite di Arafat.

Il tempo di appoggiare i bagagli e subito in ospedale per incontrare i dirigenti e i medici con cui ci troveremo a lavorare da domattina. “Ognuno di noi ha sperimentato in questi giorni la morte di una famigliare o di un amico. A questo si è aggiunta la fatica psicologica di vedere morire persone che con maggiori forze avremmo potuto salvare” è stato il discorso di benvenuto. Magari condito da un po’ di retorica araba, ma che gli oltre 1200 morti rendono credibile.

Sperando che il moderato ottimismo che si avverte per un cessate il fuoco israeliano sia ben fondato. E che nel frattempo nessuno nella Striscia si rimetta a lanciare razzi di là dal muro. Anche perché già devo dividere la stanza con altre 6 persone e vorrei dormire tranquillo…