Monthly Archives: marzo 2008

Calas!

Calas! E’ l’espressione che si usa con maggior frequenza a Bor. Significa “finito”. Vale un po’ per tutto: per tranquillizzare un bimbo che strilla per un’iniezione intramuscolo; per informare i colleghi che il turno in ospedale è finito e ci si può abbandonare sulla branda all’aperto; per avvisare che un lavoro che era stato richiesto è stato completato; per svegliare il paziente al termine dell’intervento chirurgico; per annunciare il raggiungimento di un obiettivo. E’ un misto di rassicurazione, di soddisfazione e di sollievo.
Calas, dunque!
Sono contento. Sono arrivato in fondo alla caccia al tesoro e il premio è stato generoso.
Pur non essendo stato in vacanza (non sono abbronzato e nessuno mi rimproveri per questo!), continuo a sentirmi privilegiato per quello che ho potuto vivere.
Un mio amico, prima della partenza, si dichiarava scettico rispetto all’utilità reale di interventi dall’esterno per salvare l’Africa. E poi salvare perché? Non è meglio non interferire e lasciare che questo continente possa crescere o morire da solo, secondo il principio dell’autodeterminazione?
Mi riconosco di più nella carta fondante la mia ONG, che crede nel diritto alla salute per tutti. E il mio mandato di medico è quello di curare le persone ammalate senza giudicare se ne valga la pena o no dal punto di vista sociale o economico. Chuol, 15 anni, un colpo di pistola alla testa: il proiettile è entrato dall’occhio destro e uscito sopra l’orecchio sinistro. Quando è arrivato in sala operatoria, con il cervello che colava dal foro del proiettile non ho pensato che se lo avessimo salvato, una volta guarito avrebbe ucciso qualche Murle per rubare una mucca o sarebbe comunque morto di AIDS a breve. E quando dopo una settimana ha iniziato a bere e a parlare e poi a camminare beh, sarò banale, ma considerando che non gli avevamo fatto nessuna TAC, mi sono emozionato.
Forse continuo a essere un sognatore, ma stare in missione fa bene, perché si scopre di non essere soli. Ciascuno sogna un po’ e fa la sua piccola parte. Senza fare nulla di straordinario, solo mettendoci la propria presenza. E credendoci.
L’obiettivo certo è far camminare queste persone sulle loro gambe, ma nel frattempo ci vuole qualcuno che gli permetta di sopravvivere. Continuo a pensare che se in Italia c’è un medico ogni 250 abitanti e in Sudan uno ogni 5000 (dato WHO che ovviamente non considera la diversa distribuzione tra nord e sud Sudan) non vedo perché non fare qualcosa per portare un po’ di equilibrio. E poi se è anche tutta colpa dei governi africani corrotti e dei loro eserciti sanguinari, la povera gente che male ha fatto? Ma più cerco di capirci qualcosa più mi è chiaro che violenza, povertà e malnutrizione non sono mai responsabilità di un solo governante o di un solo popolo e non esistono guerre che siano solo tribali. Siamo ormai un unico ecosistema e ovunque c’è sempre lo zampino dei ricchi abitanti del nord del mondo.
Forse è questo che mi ha spinto a Bor, il bisogno di stare un po’ più tranquillo con la mia coscienza. Ma intanto con il mio contributo qualche persona di quel mondo sconosciuto potrà vivere un po’ meglio. E magari un giorno aiutare il proprio paese.
Pensieri ancora a caldo, sulla strada del ritorno. Il mio volo per Bruxelles di venerdì è stato cancellato e quindi ho trascorso il sabato a Nairobi. Sono partito a mezzanotte e ora, domenica mattina, sono in aeroporto a Bruxelles per aspettare il mio ultimo volo: arriverò a Malpensa alle 14. Ieri per favorire un rientro soft, mi sono rinchiuso in centro commerciale di lusso. Personale nero, clienti bianchi. L’alternativa era fare un giro in qualche slum di Nairobi. Ho optato per il centro commerciale, in attesa del rito della partenza, l’”aircraft disinfestation”. E’ il momento nei voli di ritorno dall’Africa che ben rappresenta la fine del viaggio e in qualche modo il confine tra questa terra e la nostra. Dopo l’imbarco si chiudono gli sportelli dell’aereo e il personale di bordo percorre avanti e indietro la cabina con una bomboletta in ciascuna mano, spruzzando verso l’alto un getto continuo di insetticida: è meglio evitare che le pericolose zanzare africane sbarchino in Europa con la loro saliva malarica.
In volo un po’ ho dormito e mi sono svegliato in questo enorme, organizzato e pulito aeroporto di Bruxelles. Tra poco avrò il mio primo vero caffè, la mia prima doccia calda e potrò scaricare il mio intestino stando comodamente seduto su una tazza pulita. Tra meno di 24 ore starò addormentando il mio primo paziente italiano in un normale e assonnato lunedì mattina. In attesa di comperare la macchina nuova…
Anche questa volta grazie a tutti per essere stati a bordo. A risentirci per il 2009.
Calas!

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