Monthly Archives: febbraio 2008

Preparativi

Voglio mangiare un chilo di gelato. Ma qui, ora. Quando sarò a casa so già
che mi passerà la voglia, sono sicuro che fa ancora freddo. Ormai mancano
meno di 24 ore alla partenza. Il nuovo anestesista è arrivato ieri e oggi
pomeriggio ha iniziato a lavorare da solo. E io mi sono fatto un giro al
mercato. E' davvero un luogo indescrivibile. Bisogna vederlo, toccarlo,
annusarlo. E' un gran stringere le mani a sconosciuti. Volevo comprare delle
banane per i miei amici, ma non le ho trovate. In compenso nella zona degli
ortaggi e della carne c'era lo stesso odore della gamba purulenta del mio
penultimo paziente di stamattina. Non so se è un bel segno. L'ultimo
intervento invece è stato un taglio cesareo. Mamma e bimbo stanno bene,
direi un bel regalo di fine di missione.
Nel frattempo ho svolto tutte le pratiche proprie di una partenza: ho
passato le consegne al mio cambio; ho finito si scrivere il rapporto di fine
missione; ho cucinato la pasta per tutti, con grande successo (con gli
stranieri è sempre facile); ho trovato i regali per i miei nipoti; ho
ricaricato il cellulare che tra poco tornerà a mettermi in contatto con il
mondo; ho copiato le foto dei miei amici sul computer; ho recuperato i miei
documenti custoditi nella cassaforte dell'accampamento; ho pagato le birre e
le cocacole consumate in questo mese. Non ho trovato la maglia della
nazionale sudanese per il Rugo… (che ne dici di una dell'Arsenal? o di un
canottiera dei Lakers? Qui vanno alla grande!)
Domani dopo pranzo volo per Juba. Venerdì mattina Juba-Nairobi e di notte
partenza per l'Europa. Sabato mattina arriverò a Bruxelles. Per sabato
pomeriggio dovrei essere a casa.
E' sempre duro venire via. Come mi aspettavo la sensazione è quella di
essere entrato appena ora nella dimensione giusta. Ma sono anche un po'
stanco. Tante cose comunque le ho fatte. Per il resto ci penserà qualcun'
altro. E poi è meglio venire via prima che si accorgano che non sono così
bravo e simpatico come sono riuscito a far credere sino ad ora.
Per ora non mi resta che dirvi "a tra poco!". Dall'Italia pubblicherò l'
ultimo post con i pensieri conclusivi, prima di spegnere il motore anche per
questa volta.

Spazio libri: "Non tornerò col dubbio e con il vuoto. Lettere senza
frontiere", AA.VV., Il Pensiero Scientifico Editore. Non so come possiate
trovarlo, sicuramente potete provare a cercare sul sito della mia ONG. Come
si può dedurre dal titolo è una raccolta di lettere scritte da vari
volontari in giro per il mondo a svolgere le mansioni più diverse. Letto qui
ha avuto un sapore davvero particolare. Ma credo che anche in Italia possa
riservare tante emozioni.

Annunci

Storie 2

La notte sta finendo, le prime luci del mattino. Sono reperibile e, come sempre quando lo sono, ho dormito male. Dietro la mia tenda, oltre il muro di bambù, la strada, con le prime persone che vi passano chiaccherando. Sul lato opposto della strada l’ingresso dell’ospedale e il pronto soccorso. Un urlo. No, è un canto, un lamento… la nonna…!

Ieri sera prima di andare a letto ero passato a rivedere un altro piccolino ricoverato in terapia intensiva per una polmonite. Una terapia intensiva molto essenziale: un macchina per l’ossigeno, alimentata di notte con le batterie dei camion, e un pulsoossimetro, un piccolo e utilissimo dispositivo per controllare la frequenza cardiaca e la quantità di ossigeno nel sangue. Il piccolino stava ripercorrendo le tappe del suo compagno sconosciuto di qualche giorno prima. Più per tranquillizzare me che per aiutare lui avevo cercato di ventilarlo un po’ con una mascherina e un ambu, continuando a chiedermi che cosa si potesse fare di più. Una donna anziana, che mi piace credere la nonna, lo vegliava a fianco del letto. Il vestito lungo fino ai piedi, giallo e nero, una collana di legno di un sol pezzo, come usano qui, il capo rasato, segnato dalle rughe. Sommessamente e poi sempre più forte aveva intonato un canto; lo accompagnava alzando lentamente le braccia verso il cielo. Poi aveva portato le mani verso il capo del bambino, ancora verso il cielo, poi verso di me. Non capivo le parole, ma credo di aver colto il senso della preghiera. Dopo qualche minuto di ventilazione, il livello di ossigeno nel sangue era risalito un po’ ed ero andato via, pur sapendo che, girato l’angolo, i valori sarebbero tornati pericolosamente bassi.

E’ la nonna che mi sembra di risentire ora con il suo canto. Un brutto presentimento. La radio non mi lascia il tempo. “Doctor Lughi, doctor Lughi for ER”, “Yes ER, go ahead”, “Just to tell you, we lost the baby in ICU”.

Jessi ha i piedi nudi. Le dita giocano nervosamente con la sabbia. Il suo facciotto da sano e forte americano tradisce un po’ di emozione. Sta parlando. Il pubblico non è speciale, siamo noi, la famiglia dell’accampamento. Tutti, sanitari e logisti, raccolti attorno al tavolo sotto il mango. E’ il momento che è speciale. Finalmente il progetto è pronto. Quello che Jessi tiene tra le mani e sta illustrando ai presenti è la versione definitiva del nuovo ospedale di Bor. Nulla di faraonico, non sarà un nuovo monoblocco varesino. Si tratta di ristrutturare alcuni padiglioni in disuso, sistemare quelli esistenti, costruirne uno nuovo. Tutto in pochi mesi. A giugno sarà pronto. Finalmente un nuovo blocco operatorio, un reparto ben areato per i bambini della pediatria, due nuove sale travaglio che godano di una certa intimità, due sale visite per il pronto soccorso, una terapia intensiva più grande e organizzata. E poi nuove docce e nuove latrine per i pazienti e per il personale.

Così sulla carta sembra perfetto. Il principio di fondo è sempre lo stesso: via noi, l’ospedale deve poter funzionare lo stesso a pieno regime. E questo vale sia per il personale, sia per le strutture. Non è stato calato dall’alto della nostra ONG, ma è stato discusso a lungo con il Ministero della Sanità del Sud Sudan e con la gente che vi lavora. Fa una certa impressione guardarsi intorno. E’ davvero la cosa più normale del mondo stare qui, ora, con gente che arriva dalle Filippine, dal Canada, dall’Uganda, dalla Svezia, dagli Stati Uniti, dall’Australia passando per Olanda, Belgio, Italia e Francia, per gioire di un ospedale situato in un posto sperduto e sconosciuto come Bor, che ai più sembrerebbe per lo meno inadeguato, ma per chi ci lavora e ci spende tempo ed energie è davvero un bel risultato. Pochi tra i presenti lo vedranno finito, o almeno funzionante. Ma è questa la forza di un gruppo. Tutto viene fatto insieme alla gente di qui. E soprattutto per la gente di qui.

Sunday

Bor. Domenica. La sveglia è fissata un'ora dopo. Il giro del reparto
chirurgico oggi inizia alle 9 anziché alle 8. Un'ora in più per dormire non
fa male. Soprattutto quando la musica martellante del sabato notte ha
avvolto tutto l'accampamento fino alle 2. Ma non ce n'è modo. Alle 6 la
musica riprende. Questa volta non sono le feste sfrenate del sabato sera, ma
gli altrettanto sfrenati riti religiosi del giorno del Signore. Siamo in
terra cristiana e tutti lo affermano con orgoglio. E così cambia l'essenza
ma non la forma: la musica ha lo stesso volume e lo stesso ritmo: 100 e più
"pum, pum, pum" al minuto. Cerco di girarmi da un lato o dall'altro, ma le
pareti della tenda non offrono protezione. A colazione la famiglia è tutta
riunita con un po' di occhiaie, ma, come sempre e a dispetto della mia
scarsa socievolezza mattutina, di buon umore. Caffe' solubile, ma gustato
con calma.
Quando torniamo dall'ospedale, verso le 11, la musica non si è ancora
interrotta. Si è rotto invece l'incanto del fresco mattutino e il sole
inizia a far capire chi è il più forte. Alle 14 la temperatura arriva a 39
gradi all'ombra. Il tempo di un riposino e poi gita in gruppo in centro.
Strade piatte e polverose, bancarelle di lamiera che vendono zucchero, olio,
pile, sigarette, spezie, patate, carne nera per le mosche, pesce riverso
sulla sabbia. La gente cammina scalza o con coloratissimi sandali di
plastica. I bambini ridono nel vederci passare, salutano e si nascondono. Le
vacche e le capre si mescolano indisturbate tra la folla. Poi si apre un
varco e compare il verde. L'acqua, il Fiume. Una barca abbandonata sulla
riva, le donne che lavano, gli uomini che si lavano. I resti di un camion.
Ci fermiamo al riparo di una tettoia per una coca cola ghiacciata. Coca cola
e caffè in polvere della Nestlè. Per sopravvivere a Bor non c'è spazio per i
boicottaggi. Di nuovo a casa, i più coraggiosi giocano a pallavolo, gli
altri leggono, scrivono, dormono, parlano. Un giro veloce in ospedale per
controllare qualche paziente critico. Finalmente il sole si fa da parte e ci
si può concedere una doccia che prima sarebbe stata sprecata. Repellente per
proteggersi dalle zanzare e cena fuori, in un ristorante etiope: terra
battuta, lamiere per tetto, drappi colorati per pareti. Tavoli di plastica,
luce fioca del generatore. Il cibo rigorosamente con le mani. Buonissimo.
Alle 20 tutti a casa. Un po' di pace, Billie Holiday, questa volta musica
scelta da me, che canta sopra i grilli, un sorso di rum, la luna che inizia
a crescere e a rivestire d'argento le forme ormai familiari dell'
accampamento. Ci voleva questa domenica. Ci voleva questa missione. A letto,
domani inizia un'altra settimana.

Diario del capitano: finalmente posso comunicare che la mia tenda si trova a
6°12.429' N e 31°33.400' E delle coordinate terrestri. Sto finalmente bene,
sono contento; ho di nuovo tutte le energie per questi ultimi 10 giorni
densi di "cose da fare": l'inserimento del nuovo, e unico, infermiere di
anestesia in sala operatoria, la preparazione della borsa per le emergenze
intraospedaliere, il controllo mensile dei farmaci di anestesia, il rapporto
di fine missione e i due giorni di consegne con il nuovo anestesista che
arriverà martedì prossimo e che sarà alla sua prima missione. E poi i regali
per le piccole pesti che mi aspettano a casa. Bor non offre granché, ma
girerò il mercato e qualcosa si troverà.
Grazie alla ciprofloxacina e alle preghiere degli infermieri della sala
operatoria…! In compenso il caldo e la polvere hanno ucciso il mio palmare e
il mio iPod. Confido nella sopravvivenza del computer.

Spazio libri: "Il giorno in più" di Fabio Volo. L'ho portato perché era
piccolo, ma senza darci troppo credito. Alla radio Volo non mi entusiasma.
Come scrittore è decisamente meglio, e anche se talvolta scade in
descrizioni gratuite di ginnastica erotica, è suggestivo e brillante. Ma in
ogni caso la lettura è stata molto divertente perché il protagonista, pur
attraverso una storia irreale e un po' scontata, vive esattamente le mie
stesse nevrosi e manie! Mi sento meno solo al mondo! Grazie Dario!

Storie

I cesarei nel mio ospedale sudanese sono diversi che nel mio ospedale
italiano. Qui la maggior parte delle volte si fanno per salvare solo la
madre: quando arriva in ospedale dopo giorni di travaglio il bambino è ormai
morto da parecchie ore. Ieri pomeriggio venivo da una serie di notti
pesanti: una lavorata in sala operatoria per un ragazzo pugnalato all'
addome, una di reperibilità con la radio accesa che sfrigola a fianco del
letto e una passata a carponi sulla latrina vomitando (lascio immaginare che
cosa illuminasse in quella posizione la lampada frontale). Alle 15, caldo
infernale, un cesareo. Bambino morto, ormai verde per la putrefazione.
Intervento, doccia, yogurt (benedizione dal cielo, il primo che mangio da
quando sono qui) tachipirina e a letto alle 20. Alle 23 la voce del logista
reperibile "Luigi, c'è un cesareo", subito seguita dai miei cinici commenti
rigorosamente in lingua italiana. Mi alzo barcollando e in un bagno di
sudore affronto i viali bui dell'ospedale. Un'altra lampada frontale si
avvicina: è la chirurga che mi avvisa eccitata: "Stanno portando la donna in
sala, il bambino è ancora vivo!".
Allora non è proprio una giornata da buttare via. La donna, come al solito,
non capisce nulla di quello che avviene attorno a lei. L'infermiere di sala,
che ci fa anche da interprete, di notte è avaro di parole e non so
esattamente che cosa riporti alla donna delle cose che io gli dico. E' una
lotta riuscire a farle l'anestesia spinale, poi l'incisione, il bimbo
immobile, non respira. Aspiriamo, ventiliamo, intubiamo, alla fine un
pianto, prima flebile, poi sempre più vigoroso. Sara, l'infermiera svedese,
si commuove. La mamma finalmente sorride.

Finale alternativo. L'infermiera svedese si commuove e mi guarda adorante:
"Sei stato bravo". Fissandola negli occhi e senza tradire emozioni rispondo:
"E' il mio lavoro. Ah, buon san Valentino!"

Sudan

Già mi sembra difficile parlare dell'Italia con i miei amici di qui:
nonostante sia il paese in cui vivo da più di 30 anni è talmente disomogeneo
per tanti aspetti socio-culturali da non permettere facili generalizzazioni.
Impresa a questo punto ben più ardua è cercare di raccontare qualcosa del
Sudan, che conosco da pochi giorni. Solo per citare l'aspetto linguistico ci
sono 117 diverse lingue, esclusi i dialetti.
C'è però un elemento che accomuna tutte le etnie, almeno nel Sud Sudan: è la
vacca, il cuore dell'economia sudsudanese e come tale anche la principale
causa di lotta tra gruppi confinanti. Una vacca è l'equivalente di 1000
dollari: chi ha un salario fisso accettabile prende 150 dollari al mese. Una
donna vale diverse vacche. Chi ha figlie femmine è fortunato, perché gli
verranno pagate dal futuro genero tante vacche per ogni figlia sposata. Chi
ha solo figli maschi è rovinato. Le vacche però non si mangiano, si
accumulano, si pascolano e si mungono: dalle mammelle il latte, dal collo il
sangue, l'urina per curare le infezioni. Girano indisturbate per le strade,
con le loro corna lunghissime che fanno risaltare ancora di più la magrezza
del corpo.
Magre come sono magri i Dinka, l'etnia dominante in Sud Sudan. Dinka era
John Garang, eroe e leggendario comandante dell'SPLA, l'esercito del Sud
Sudan. Magri e alti. Scarificazioni a forma di V in fronte li distinguono
dai Murle, che invece hanno cicatrici orizzontali. Amano avere i denti
anteriori distanziati e sporgenti e per ottenere questo effetto rimuovono i
canini da ragazzi. La natura dandogli gambe lunghe li ha facilitati per
percorrere velocemente a piedi le distanze immense di questa terra.
Camminano senza fermarsi, un passo dopo l'altro per ore. Le donne, dalle
gambe lunghissime e dai capelli rasati, facilmente superano il metro e 80 di
altezza. Diritte e fiere quando attraversano la città con le loro mercanzie
in testa, piegate ad angolo retto quando scopano via la polvere dalla terra
della strada con uno scopino di rametti.
Tutti qui camminano, si muovono, si spostano. Oltre ai normali spostamenti
legati alle transumanze, la gente si sta spostando per tornare nelle proprie
terre dopo la guerra. Soprattutto le comunità urbane cambiano in
continuazione. Dopo anni di guerra ci sono migliaia di sfollati e di
rifugiati. Molti continuano a vivere lontani dai luoghi di provenienza,
altri cercano di ritornarvi, da soli, organizzati in gruppi o con l'aiuto
delle associazioni umanitarie. I più "fortunati" sono i rifugiati, cioè
coloro che hanno trovato riparo in un paese confinante, perché di loro si fa
carico l'UNHCR, che provvede al loro mantenimento per i primi mesi dal
reinsediamento. Chi non può acceder a programmi di protezione si organizza
come può, a piedi, in carovane o su barconi: il Nilo, che corre da sud a
nord si presta perfettamente a questo scopo, costituendo l'equivalente
fluviale del mediterraneo per le nostre "carrette del mare". Sappiamo che
una grossa chiatta è partita settimana scorsa da nord alla volta di Bor,
navigando il Nilo contro corrente. Ci vorranno due-tre settimane perché
arrivi. Nel frattempo nessuno sa esattamente quanta gente vi sia a bordo e
soprattutto non è possibile sapere in che condizioni arriveranno i suoi
passeggeri, anche se è facile immaginarlo. Il problema è che qui il Nilo qui
non ha un unico letto, ma si divide in diversi corsi e canali paludosi per
qualche chilometro di larghezza. Per attraversarlo bisogna risalire alcune
ore di cammino a nord e aspettare il traghetto che parte solo quando è
pieno, cosa che può richiedere diverse ore. Poi il tragitto vero e proprio,
un altro paio di ore, percorrendo un labirinto che cambia di continuo tra
una stagione e l'altra e che solo gli esperti conoscono.
A Bor erano stimate 80000 persone prima della guerra. Scese a 4000 sarebbero
ora 40000, con la prospettiva di arrivare a 100000 nei prossimi mesi.
Nelle aree rurali la conta è ancora più azzardata: nella contea di Pibor ci
sono 250 mila persone secondo il GoSS, circa 50 mila, un quinto, secondo i
dati degli operatori umanitari della zona.
Nel 2011 il CPA (l'accordo di pace) prevede che si tenga il referendum per
sancire (almeno nelle attese del partito dominante, l'SPLM) la definitiva
autonomia di queste terre dal resto del Sudan. Il problema sarà sapere
quanti saranno gli aventi diritto al voto, quanto i votanti e quanti i voti:
dalla veridicità di questi dati dipenderà non solo il successo o meno del
referendum ma anche la credibilità internazionale premessa di finanziamenti
e investimenti.
Intanto, qui come ovunque, la vita e la morte continuano a rincorrersi fuori
e dentro l'ospedale. Ieri è morto in bimbo di un mese per una polmonite; era
arrivato tre giorni prima. Ho cercato inizialmente di starci lontano perché
non potevo fare nulla di più di quanto stesse già facendo il bravo Charles,
l'internista ugandese, e sapendo che sarebbe potuto morire non volevo farmi
coinvolgere. Poi mi ci sono affezionato e non sono riuscito a non seguire il
caso insieme a Charles. La solita sensazione di impotenza per una situazione
che in Italia avremmo gestito con ben altri mezzi e molto probabilmente con
ben altri risultati.
In compenso il ragazzo con la sospetta febbre emorragica sta bene e la donna
con 2.5 di emoglobina è tornata a casa lodando Dio. I primi dati sulla
meningite sembrano escludere per fortuna un'epidemia, anche se ogni tanto si
presenta qualche bambino infetto in Pronto Soccorso.
Per concludere, stasera durante la riunione dello staff medico ho criticato
una scelta che non condividevo. Mi sembrava di averlo fatto con sufficiente
riguardo di forma e contenuti. Ma gli algidi nordeuropei sono comunque
rimasti per cinque minuti senza fiato. Visto che continuavano a sostenere
che dall'aspetto fisico non sembro italiano, adesso ne hanno avuto la prova
dal carattere mediterraneo…

P.S.: la mia amica Anita sta partendo in questi giorni per curare un po' di
bambini in Malawi: buon viaggio Anita!

Bor Inn Hotel

Come dicono qui "Welcome to the Bor Inn Hotel!". E' un accampamento di venti
tende. Ciascuno ha la propria, la mia è la numero 14: è spaziosa, c'è un
letto, un tavolino e un baule dove riporre il vestiario. Di giorno è
caldissima, ma non c'è comunque tempo per usarla. E' molto meglio dopo
pranzo, quando la temperatura si fa soffocante, schiacciare un pisolino
sulle brande all'aperto, all'ombra dei manghi. Di notte invece è
confortevole, anzi, si dorme bene con una coperta.
Ho vinto la paura di cadere nella latrina (sarebbe stata una fine
decisamente poco eroica) e mi sono abituato al fastidio della sabbia che si
appiccica tra la pianta del piede appena lavato e le ciabatte umide, dopo la
doccia.
Non si trovano verdura e frutta fresche (mi sognavo le banane piccoline e
gli ananas) ma la birra non può mancare! Il nome non è molto originale,
Pilsner Lager, ma è buona. Ovviamente è importata, dall'Uganda.
Di giorno si cerca di fare colazione e di pranzare tutti insieme (c'è chi
cucina per noi, opportunamente addestrato sulla preparazione del cibo e
sulla pulizia delle stoviglie dopo che qualche mese fa l'intero staff fu
travolto dalla diarrea). Quasi ogni sera c'è una riunione (a ciclo
settimanale: espatriati, staff medico, sala operatoria, clinical officers
dell'ospedale), in un clima di grande essenzialità ed efficienza: quello che
si decide dal giorno dopo si fa.
Alle otto di sera c'è il coprifuoco, imposto dopo "the incident", ma cambia
poco perché le attività serali all'esterno dell'accampamento sono scarse. Le
linee guida sulla sicurezza sono peraltro molto precise e severe. Non mi è
possibile fare fotografie in città e ogni movimento fuori dal percorso
accampamento-ospedale deve essere autorizzato. Ho sempre con me una radio
che sto imparando a non dimenticare in giro e un po' anche ad usare: per lo
meno ho capito che quando cerco qualcuno devo dire prima il suo nome e poi
il mio. Dovrei conoscere anche l'alfabeto dei radioperatori, ma per ora sono
fermo ad Alpha, Bravo e Charlie.
Abbiamo una veranda coperta e un tavolo all'aperto, musica, DVD libri e
buona compagnia. Il generatore ci da corrente fino alle 23. Poi il buio.
Assoluto. Venerdì abbiamo visto "The costant gardener". Fa strano rivederlo
qui (è ambientato tra Kenia e Sudan) sapendo che le scene che si vedono
sullo schermo sono appena oltre il recinto di bambù. Un recinto sottile, ma
presente. Separa inevitabilmente due mondi che per quanto legati non possono
che rimanere distinti.
Alla sera, dopo la doccia, camminando sulla sabbia con la brezza tiepida, il
canto dei grilli, gli ultimi raggi del sole ormai innocuo e la birra
ghiacciata che mi aspetta…, beh, ringrazio il muro di bambù. Ma sento già
che tutti e due questi mondi mi mancheranno!

P.S. 1: ho realizzato che grazie a questa vacanza riuscirò a perdermi in un
colpo solo san Valentino, il carnevale e il Festival di Sanremo. Invece mi
spiace non aver vissuto il "big Tuesday". Jesse, logista della California,
ma non ne sa nulla, neanche che si sarebbe votato martedì. Ma dopo averlo
visto schiacciare sulla stessa fetta di pane burro di arachidi, uova e
marmellata, ho capito che non potevo pretendere granchè…
P.S. 2: qualcuno mi faccia sapere qualcosa di Fiammetta e di Dario!

Vita d’ospedale

I love you all! Sono riuscito a leggere i commenti sul blog, grazie! Sabato
sono andato a trovare una ONG ricca che ha la connessione satellitare flat
con tanto di rete wireless. Sono messi peggio di noi in quanto a strutture
(noi un paio di stanze in muratura le abbiamo, loro solo tende e capanne),
ma si possono permettere una connessione internet vera. Secondo me perché
sono sponsorizzatti dall'UNHCR (l'ufficio dell'ONU per i rifugiati). Volere
essere sempre indipendenti, come noi, non ha però sempre solo svantaggi. Il
GoSS (il Governo del Sud Sudan) ha deciso di spostare tutte le ONG che
operano a Bor fuori dal centro della città. Noi siamo gli unici che potranno
rimanere nel centro della città, dove più serve. Abbiamo in gestione l'
ospedale governativo e oltre all'attività clinica ci stiamo facendo carico
anche della ristrutturazione delle strutture e della formazione del
personale. E' la situazione opposta rispetto a Monrovia: lì stavamo per
riconsegnare l'attività clinica nelle mani del Governo, che l'avrebbe
gestita nel suo proprio ospedale; qui siamo presenti dal 2006, ma solo ora
si inizia a essere a pieno regime e si potrà andare oltre la gestione della
sola emergenza. Anche la nostra squadra si sta rimpolpando. Siamo 3 medici
(chirurgo femmina filippina, internista maschio keniano e io), 2 infermieri
(maschio belga e femmina svedese, con funzioni di coordinatrice medica), una
ostetrica (belga) e 4 logisti (due maschi belgi, un maschio canadese e una
femmina norvegese), ma altri sono in arrivo. Lo staff infermieristico e
tecnico è locale.
Complessivamente l'ospedale ha circa 100 posti letto divisi tra Medicina,
Chirurgia, Pediatria, Ostetricia, Pronto Soccorso e Ambulatorio, per
pazienti esterni. Come sempre crediamo nella gratuità delle cure mediche e
quindi donate soldi, ricchi opulenti uomini e donne del nord del mondo, per
permettere di curare 'sta povera gente.
E' un vero ospedale africano, cioè attorno ai padiglioni in muratura c'è
gente accampata che cucina, lava, dorme, gioca. Anche nei reparti talvolta
non si capisce quale sia il paziente e quale il parente. In genere il
paziente è sul letto e il parente dorme accanto sdraiato su una stuoia a
terra. Il blocco operatorio funziona bene: è davvero una tenda gonfiabile,
ma molto grande. Ha due sale operatorie e spazio a sufficienza per lo
stoccaggio di farmaci e attrezzature. Accanto vi è una seconda tenda
identica, vuota, pronta per le "maxiemergenze" (Dario, sei fiero di noi?).
Anche se non è facile gestire interventi di una certa rilevanza, come le
laparotomie, con la ketamina (per i non addetti, è come suonare il
pianoforte con le muffole), faccio del mio meglio e per ora è andato quasi
tutto bene. Il chirurgo, nonostante la giovane età, se la cava con onore in
tutte le procedure e i tre infermieri che ci assistono sono in gamba
(tecnicamente sono surgical assistants, un po' più che infermieri: possono
eseguire da soli procedure chirurgiche minori).
Stiamo identificando un quarto uomo da formare nelle procedure
anestesiologiche di base e nella gestione dei materiali anestesiologici,
anche per garantire una maggiore continuità a fronte del continuo ricambio
di anestesisti (da parte mia non è facile rispettare quanto viene svolto
cercando di migliorarlo senza frustrare nessuno).
Non abbiamo una banca del sangue e quando si rende necessaria una
trasfusione bisogna cercare un donatore sano tra i parenti. Se non lo si
trova, come nel caso della gravidanza extrauterina di 4 giorni fa che è
arrivata a 2.5 di emoglobina (per i non addetti, è davvero poco), si aspetta
e si spera.
Sabato pomeriggio c'è stata un po' di agitazione perché è arrivato un
ragazzo col sospetto di una febbre emorragica (tipo quella di "virus
letale") e abbiamo dovuto approntare una tenda di isolamento con tanto di
personale in tuta "spaziale". Però non ditelo a nessuno se no arrivano gli
americani, rubano il virus e ci bombardano tutti.
E' finalmente operativa anche l'equipe per l'emergenza meningite. In
collaborazione con il GoSS e con la WHO (l'OMS) bisogna stabilire se i casi
di meningite che si presentano fanno purtroppo parte della normale endemia
presente in queste zone (siamo nel pieno della cosiddetta "cintura della
meningite") o se si tratti invece di un'epidemia che richiederebbe misure
profilattiche e terapeutiche più capillari sul territorio. L'identificazione
dei casi sospetti e la raccolta dei dati non è semplice mancando una rete di
assistenza sanitaria di base per i villaggi, e così la nostra equipe si
muove col fuoristrada attorno a Bor e cerca di capirci qualcosa.
Insomma, tutto sta ripartendo con entusiasmo dopo il brusco stop di fine
novembre 2007, dovuto a "the incident", come viene chiamato qui. I continui
soprusi e le conseguenti ritorsioni tra etnie avevano suscitato una caccia
all'uomo diretta verso i Murle (di Pibor) da parte dei Dinka (di Bor). In
ospedale erano stati ricoverati, in accordo con le autorità locali, alcuni
pazienti Murle che non era possibile curare a Pibor. Quando la situazione in
città è precipitata si è deciso di evacuare i pazienti con nostre auto,
trasferendoli temporaneamente nella nostra sede di fronte all'ospedale. La
gente dall'esterno, forzando i cancelli e violando la neutralità delle
nostre strutture, ha invaso la sede e ha linciato quattro pazienti. L'equipe
internazionale di 17 persone è stata subito rimpatriata e solo dopo attente
valutazioni si è deciso di ritornare e continuare il progetto. Il clima ora
è molto più disteso, ma nessuno degli operatori presenti allora è stato
fatto tornare sul campo.
Pochi giorni fa tre colleghi della mia ONG sono morti invece in Somalia, per
lo scoppio di una bomba. Si parla di attentato organizzato. Anche lì tutti
gli 87 operatori internazionali operanti nei 14 progetti sanitari in Somalia
sono stati evacuati. Un po' di tristezza.
Finisco dicendo che io sto bene. L'umore è ottimo, il fisico sano. Sono
reperibile una notte ogni quattro per l'ospedale e ogni notte per la sala
operatoria, ma fino ad ora sta andando bene. Il Lariam inizia un po' a farsi
sentire e un fiume ininterrotto di sogni mi intrattiene ogni notte: mai
particolarmente drammatici, si incentrano soprattutto su donne e automobili…
chissà perché…

Spazio libri: "La casa di Dio", di Samuel Shem; credevo fosse un romanzo
divertente sui primi anni di tirocinio di un gruppo di giovani medici e
invece si è rivelato un'acuta riflessione sulla medicina nelle sue tre
componenti essenziali: la vita, la morte e l'amore. Fantastico. Grazie Giò!