Monthly Archives: gennaio 2008

Bor

Da martedì sono finalmente a Bor. L'ultimo viaggio su un Cessnaqualchecosa
donato da un ricco benefattore alla mia ONG. Il motivo del dono? Ricordare
il fratello morto in un incidente aereo. Ovviamente l'aereo porta il nome
del fratello morto… Due volte alla settimana l'aereo fa una triangolazione
Juba-Pibor-Bor-Juba. Oppure Juba-Bor-Pibor-Juba. Una volta a testa. Come la
richiesta di fiducia del nostro Governo alle camere: una volta prima al
Senato della Repubblica, la volta successiva prima alla camera dei Deputati
(a proposito ce la si fa a racimolare un governo tecnico per fare la riforma
elettorale prima che torni a casa?). Pibor è un altro centro dello stato del
Jongelei, che ha Bor per capitale. Per quanto siano nello stesso stato le
etnie sono diverse: a Pibor i Murle, i Dinka a Bor. Io ho vinto la sosta a
Pibor, quindi volo doppio. I Cessnaqualchecosa sono divertentissimi. Hanno 7
posti per i passeggeri, tre ruote, due ali e un'elica davanti sul muso. Una
sola, ma a quanto pare basta per farli volare. Volano più basso di un jet, a
poco meno di 3000 metri e compatibilmente con lo sporco sui vetri si vede
benissimo tutto quanto scorre sotto.
Gli spazi qui sono vastissimi ed è difficile pensare che alla base della
doppia guerra tra nord e sud Sudan, durata in totale 40 anni, ci siano state
non solo ragioni etnico-cultural-religiose, ma anche motivi economici legati
alle spartizione delle risorse del territorio: nel periodo secco i pascoli
per le mandrie sono pochi e i buoi, come si sa, mangiano tanto (non per
nulla si dice "mangi come un bue!"); alla lotta per la terra e per l'acqua
recentemente si è aggiunta anche quella per il controllo delle zone ricche
di petrolio, situate al centro del Sudan e non per nulla ancora oggetto di
discussione, visto che CPA (l'accordo di pace) non è riuscito a stabilire
con precisione i confini tra Sudan e Sud Sudan. Vista dall'alto in questa
terra immensa dominano sempre i colori caldi: il rosso della terra e il
marrone della vegetazione riarsa; macchie di verde segnalano gli alberi
dalle radici profonde. A tratti dei villaggi: poche capanne, un sentiero,
qualche altra capanna, un altro sentiero che si perde nella terra rossa per
trasformarsi improvvisamente in pista di atterraggio. A Pibor è proprio in
mezzo alle capanne, da dove i bambini sono usciti incuriositi per vedere da
vicino l'aereo e suoi passeggeri. Un magazzino riconoscibile a distanza per
la scritta WFP sul tetto (World Food Program) segnala la pista e testimonia
il programma di aiuti umanitari più imponente che la storia ricordi.
A Bor ho ricevuto le consegne da una mia vecchia conoscenza… ricordate il
mio regalo di Natale del 2006 a Monrovia? la bionda, simpatica, energica,
cinquantenne infermiera francese di 165 cm per 90 kg? Ebbene sì, ci siamo
reincontrati, lei a fine missione io all'inizio, l'opposto della volta
scorsa. Mi ha scortato per l'ospedale scandendo ad ogni angolo una delle sue
due frasi preferite: "big problem, big problem for you" alternato con "pas
problém, no problem for you". Un po' la sua presenza ingombrante, un po' il
caldo, un po' le condizioni dell'ospedale, per i primi 15 minuti ho
vacillato. Ho visitato la sala operatoria e i vari reparti e ho pensato che
non ce l'avrei fatta. Ma alla fine ho raccolto la sfida, suggellata dopo
mezz'ora dal primo intervento in urgenza. Ma avevo voglia di lavorare. I
giorni trascorsi in viaggio tra aeroporti e uffici mi hanno fatto respirare
l'aria entusiasmante di una grande organizzazione che per funzionare ha
bisogno dell'impegno di molte persone (meccanici, idraulici, muratori,
logisti, autisti, segretari, guardie, cuochi, lavandaie, coordinatori,
radiotecnici, …) e hanno accresciuto la voglia di fare la mia parte. Che
ovviamente viene richiesta con abbondanza, complici i maschi che non
smettono di giocare con le armi da fuoco (non combattono, giocano proprio…)
e le femmine che non smettono di procreare (con tutto ciò che ruota attorno
a questo loro ruolo sociale).
Intanto sto progredendo rapidamente nel mio inserimento nello staff, grazie
anche ai miei graditi doni: il salame è stato divorato, il grana viene
centellinato come oro e la grappa, beh, spero che ne rimanga un po' anche
per la prossime sere.
A settimana prossima!

P.S.: come preannunciato da Bruxelles, non c'è copertura per il cellulare;
possiamo spedire email ma non navigare in internet: mi divertirò con i
vostri commenti e scoprirò il nostro nuovo premier al ritorno!

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Juba

Sto giocando a una grande caccia al tesoro. Ad ogni tappa trovo le
istruzioni per raggiungere quella successiva. Puntuali e precise. E dire che
l'inizio non era stato promettente. Sabato mattina a Bruxelles appuntamento
alle 7.15 con il taxi sotto il mio alloggio. Taxista: "Dove andiamo?"; io:
"All'aeroporto, grazie"; taxista: "Sì lo so, intendevo dire, lei sa dove
devo andare?".
L'aereo, a quanto pare, conosceva meglio la strada. Sono arrivato a Nairobi
sabato notte, dopo un'interminabile scalo a Kigali, Ruanda (il solo sostarci
in aeroporto mi ha fatto venire i brividi). Lo scalo era previsto, che fosse
interminabile no. Un passeggero registrato per Nairobi è sceso a Kigali,
mandando in tilt il personale di cabina che ha dovuto identificare uno ad
uno tutti i passeggeri a bordo.
A Nairobi solo il tempo di una notte. Avrei voluto capire di persona
qualcosa di più di quello che sta succedendo lì, ma non c'è stato modo. Sono
riuscito a chiacchierare solo con l'autista che mi ha accompagnato dall'
aeroporto alla guesthouse. A suo giudizio sembra che la situazione in quest'
ultima settimana sia migliorata.
Alla guesthouse ho trovato la mia busta per la tappa successiva: "Hi Luigi,
welcome to Nairobi. Domani alle 11 qualcuno verrà a prenderti per portarti
in aeroporto. Volo per Juba alla 14. In allegato biglietto aereo e visto d'
ingresso." E così è stato.
Ora sono a Juba, capitale del Sud Sudan. Dopo gli accordi di pace del 2005
tra nord e sud (CPA, Comprehensive Peace Agreement), il Sud Sudan gode di
autonomia politica e amministrativa. Ha un suo presidente che è anche il
vice presidente del Sudan, di etnia Dinka come John Garang. Ovviamente non
ha nulla a che vedere con le capitali occidentali, ma neanche con le grandi
capitali africane, come Nairobi. Le strade sono tutte in terra battuta.
Rossa. Arrivando in aereo colline rocciose, terra rossa e scarsa
vegetazione. E' la stagione secca e tutto è brullo. Il rosso vince sul
verde, almeno per ora. All'orizzonte una strisce di alberi verdi onora il
passaggio de Nilo.
E sì, bisogna aggiornare il Trivial Pursuit: il Nilo passa per tre capitali,
Cairo, Khartoum e Juba. Se nel 2011 ci sarà il referendum previsto dal CPA
il Sud Sudan potrebbe diventare uno stato a sé a tutti gli effetti.
Per noi Juba è solo una base logistica, non c'è attività clinica. C'è in
città un ospedale governativo che sembra funzionare autonomamente. Oggi
(lunedì) ho gli ultimi incontri preparatori e finalmente domani mattina l'
ultima tappa, Juba-Bor.
Ieri pomeriggio la prima botta di caldo mi ha provato. Sono andato a letto
presto, con la testa un po' pesante anche per la babilonia di accenti
inglesi diversi… ma so che tra pochi giorni mi adatterò sia al caldo sia
alle pronunce. Non mi adatterò mai invece agli autisti africani. Il viaggio
guesthouse-aeroporto a Nairobi mi ha terrorizzato. Sarà che guidano a
sinistra, sarà che le strade sono quello che sono, sarà che la principale
causa di morte e/o rimpatrio dei volontari in missione sono gli incidenti
stradali… ma il mio autista era veramente incosciente.

Spazio foto. In volo sopra l'Africa. Da un lato dell'aereo il rosso, dall'
altro il blu. Sta tornando la notte che uniforma tutto. Sotto di noi ore di
deserto, identico ma mai monotono.

Spazio libri. "Metafisica dei tubi", di Amelie Nothomb, delizioso. Grazie
Francy e Luca. "E lasciamole cadere queste stelle", di Filippo Timi.
Deprimente. Mi dispiace Eugi. Mi conforta un po' sapere che l'ha scritto un
uomo, che delle donne (come ogni uomo) non capirà mai tutto.

Bruxelles

Qui Bruxelles.
Non posso lasciavi soli un attimo. Appena abbandono il patrio suolo cade il governo… E’ che non posso neache pensare di chiedere asilo al Sudan, credo che anche Silvio e Clemente riescano ad essere meglio dei dirigenti di Khartoum!
Oggi giornata di briefing: Jennifer, Nathalie (!!), Joanna e Cecilia.
Ho imparato tante cose sul mio nuovo lavoro: la sala operatoria è in una tenda gonfiabile; ha l’aria condizionata; non ha il ventilatore (quello di anestesia, ndr); è scomparsa la lama del 4 (del laringoscopio) e non hanno fatto a tempo a ripristinarla. (sperano quanto prima); il team è ridotto della metà, perchè dopo problemi sorti lo scorso dicembre (5 pazienti uccisi in ospedale dall’etnia avversaria), gli espatriati (cioè quelli come me) possono essere al massimo 12: in caso di evacuazione ci devono stare su un paio di voli (mi sembra di capire che l’aereo destinato a tale scopo abbia 6 posti); c’è un’epidemia di meningite.
Domani parto alle 10.40 per Nairobi, arrivo alle 23.20, giusto in tempo per godermi la vivace vita notturna di questa tranquilla capitale. Domenica da lì per Juba e poi per Bor.
Scoperta sensazionale: Bor, la mia città, sembra priva di connessioni internet (per non parlare di copertura GSM).
Le comunicazioni avverranno, salvo diverse precisazioni successive, in questo modo: i miei genitori hanno l’indirizzo email satellitare della mia ONG. Chi di voi abbia comunicazioni urgenti e senza allegati da inviarmi, può scrivere a loro a franco.montagnini@gmail.com. Ovviamente non risponderò. Stesso discorso per chi vorrà scrivermi al mio indirizzo di posta elettronica.
Io sfrutterò la possibilità di inviare email spedendole al server del mio blog, per essere regolarmente pubblicate. Ovviamente non so quando potrò leggere i commenti che scriverete copiosi, ma voi non desistete dal farlo, me li godrò tutti al mio ritorno.
Credo per ora sia tutto.
Ah, giusto per inziare ad entrare nel tema: Bor è la città natale di John Garang, capo storico dell’SPLA, l’esercito del Sud Sudan.
Trovo la cosa molto stimolante.
A presto!

Bruumm!!!

E’ passato esattamente un anno dall’ultimo post pubblicato su questo blog.
E finalmente il double-decker riparte. Ne sono felice. Destinazione Sudan.
La superficie più grande dell’Africa (quasi dieci volte l’Italia), 40
milioni di abitanti, una guerra civile che si trascina dagli anni ’50 tra il
nord del paese prevalentemente arabo ed un sud cristiano animista.
Per la precisione sarò a Bor, capitale dello stato del Jonglei, lungo il
Nilo Bianco, sud del Sudan, quasi al confine con il Kenya.
Partirò il 24 gennaio per Bruxelles, da lì il 26 per Nairobi. Con un altro
paio di voli dovrei essere a Bor per il 28. Rientro previsto il 29 febbraio.
Un mese solo stavolta. Ma sono cambiate le condizioni di partenza. Anzitutto
la base non è più Londra ma Varese. E poi non sono più un libero
professionista: questa volta non ho avuto un mese di tempo per prepararmi e
soprattutto non avrò al ritorno un mese di vacanza per rientrare nei ritmi
di vita quotidiani. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante, il
far diventare una normalità anche ciò potrebbe sembrare eccezionale.
Parto con le mie ferie (come qualcuno saprà la mia gloriosa Stilo si è data
fuoco sull’A8 qualche giorno fa e non posso permettermi aspettative non
retribuite…) ma in realtà è come se non ci fosse interruzione tra Varese e
Bor. Sarà come lavorare in due ospedali diversi, farò sempre l’anestesista e
sempre con lo stesso entusiasmo. Tra un’operazione e l’altra spero di
potervi raccontare qualcosa di interessante e di farmi un po’ di risate con
voi.
Le regole sono sempre le stesse: non citare mai l’ONG per cui lavoro (è la
condizione che mi consente di dire quello che voglio); tenere al fresco la
birra per quando rientro; non insultare il Rugo.
Buon viaggio a tutti!