Monthly Archives: gennaio 2007

Ronchetto

Un altro viaggio è finito, sono di nuovo al Ronchetto (Castelveccana, ndr). Il mio double-decker per ora si ferma qui. E’ stata un’esperienza intensa, di cui mi ritengo soddisfatto.
Tante sono le sensazioni e i ricordi che mi sono portato a casa. Il tempo ne selezionerà un po’ e sono certo che rimarranno i migliori. Per intanto una consapevolezza: non ho fatto nulla di straordinario. Semplicemente il mio lavoro. Quello che ciascuno ha continuato a fare comunque in questi due mesi. Sono un privilegiato perché ho potuto fare ciò che mi piace. E di farlo in un posto stimolante, collaborando e convivendo con un gruppo di persone meravigliose e sperimentando intensamente la sensazione di essere utile. La previsione iniziale di tornare più ricco è quindi ora una constatazione. Ripartirò? Sì, non so quando, ma sicuramente sì.
Per intanto grazie per l’affetto e la stima che mi avete manifestato, anche solo con poche parole. E grazie anche a chi non ha mai scritto nulla, ma della cui fedeltà sono ugualmente certo. La vostra presenza è stata davvero importante, perché mi ha spinto a cercare di fare sempre del mio meglio.
Ho messo in campo molte energie, ma non mi è costato usarle a fondo, perché attorno a me c’erano professionisti che ugualmente davano ogni giorno tanto: colleghi che hanno contratti permanenti con ONG, altri che “partono” una volta sola nella vita, altri ancora ogni anno per un breve periodo, magari utilizzando le proprie ferie. Chi ha iniziato da giovane neospecialista, chi a metà della carriera e chi investendo gli anni della pensione. Fidanzati, sposati e single. Tutti con la stessa passione e lo stesso entusiasmo.
Ma soprattutto attorno a me c’eravate voi.
Ora non vi stordirò con CD di musica africana, dettagli dei miei casi clinici e soprattutto con le 2400 fotografie collezionate salvando nel mio laptop gli scatti di tutti i miei colleghi. Il mio viaggio è già tutto in questi posts, non perfetti ma intensi. Se vi incontrerò vorrò invece sapere di voi, perché la vita fuori Monrovia non si è certamente fermata per due mesi per aspettarmi.
E sarò lieto di bere con voi una birra, anche se non sarà una “Club”!

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Parigi 2

Non è ancora il post conclusivo del viaggio, ma solo un rapido aggiornamento: ieri partenza da Monrovia, questa mattina regolare arrivo a Parigi, dove mi fermerò fino a domani pomeriggio. Domani sera sarò a Castelveccana. Buonanotte.

In partenza

Tutto è tornato alla normalità. Ci sono due chirurghi, due anestesisti e due turni. Tutto come all’inizio. Salvo che nello staff dei due anestesisti non ci sono più io. A sorpresa il mio sostituto è di nuovo George, tornato guarito e pieno di energie. Fortunatamente non hanno confermato la diagnosi temuta quando se ne partì all’improvviso un mese fa, e così ora può completare la sua missione. Per me significa ritrovare un amico, ma anche avere un compito più facile e più divertente nel passaggio delle consegne. Abbiamo iniziato ieri notte, statistiche della sala operatoria in una mano (è l’unico ospedale in cui ho lavorato in cui la raccolta dati abbia un riscontro immediato e un’utilità tangibile) e bicchiere di grappa, portata appositamente da George, nell’altra.
Di anormale ora resta solo il periodo che l’ospedale si appresta ad attraversare: la chiusura del progetto, che avverrà a giugno. Missione conclusa, si torna a casa. Può sembrare un dramma ma è invece una notizia molto positiva e stimolante. Significa che la mia ONG, che normalmente opera in constesti di emergenza, ritiene che in Liberia ci siano le condizioni di garanzia per ritirarsi e per riaffidare la gestione della sanità nel paese alle strutture govenative deputate. E così dopo diversi incontri con il Ministro della Salute e con i dirigenti del JFK, l’ospedale pubblico di Monrovia, a breve inizierà il trasferimento del primo contingente di pazienti, con il progressivo alleggerimeto del carico di lavoro del mio ospedale.
Non sono in grado di valutare se sia questo il momento adatto per chiudere un progetto, ma Isaac, il caposala del blocco operatorio, mi ha suggerito una risposta la settimana scorsa: “Credo che se vi fermaste per altri due anni potreste fare ancora tanto bene, ma in ogni caso tra due anni ci sentiremmo ancora nella stessa condizione di ora, spaventati e impreparati. Fino a che non ci proviamo non potremo mai sapere se siamo in grado di farcela da soli o no.”
Dopo che l’ONU ha ritenuto che debba essere la Polizia Nazionale a girare con la pistola per garantire la sicurezza nel paese e non più l’UNIMIL (i caschi blu), mi piace pensare che a questo punto anche i chirurghi liberiani possano riappropriarsi del loro bisturi.
“Liberia will rise again”, promette la faccia sorridente della Presidente Ellen Johnson-Sirleaf sui manifesti appesi per la città. Io ci credo.
A risentirci dall’Italia.

Decalogo

Terzultima puntata.
Ieri ho trovato alcune fotografie sul tavolo di Sierra 3, spedite insieme agli auguri di Natale da qualche volontario tornato a casa. L’ambiente era quello familiare di Monrovia, ma i volti erano sconosciuti. Ho provato a chiedere informazioni ai presenti, ma nessuno sapeva chi le avesse spedite ne riconosceva le persone inquadrate. Medici che hanno lavorato qui, magari per più tempo di me, ma ora solo comparse. Mi sono un po’ rattristato al pensiero che accadrà lo stesso anche a me: nessuno tra pochi mesi saprà più chi fosse è che cosa facesse a Monrovia quel tipo pelatino e sorridente. Ho pensato inevitabilmente alla mia prossima partenza e a perché me ne vado proprio ora. Sarà il momento giusto per farlo? Non dovrei forse fermarmi per sempre, per sfidare in un duello impari l’oblio? Dopo alcune birre meditative ho concluso che sia giusto tornare a casa quando:
1. credi che senza di te tutto andrà in rovina;
2. scendi a patti con lo scarafaggio del turno serale e metti lo zucchero nel caffè anche se invaso dalle formiche perchè tanto sono piccole;
3. inizi a pensare che la collega che incontri a colazione appena svegliata e ancora stropicciata sia in fondo attraente;
4. cerchi l’Ikea più vicina perchè vorresti personalizzare un po’ la tua camera;
5. la guardia al cancello che ogni giorno ti chiede il brufen per l’emicrania (che regolarmente rivende al mercato nero) inizia a chiederti il viagra;
6. pensi che se anche la tua collega ha lavorato tutta la notte può comunque fermarsi anche al mattino per aiutarti perchè tanto è appena arrivata;
7. desideri una doccia vera più di qualunque altra cosa al mondo;
8. durante il giro visite al mattino la capo sala ti richiama all’ordine perchè giochi col cellulare mentre ti stanno aggiornando sulle condizioni dei pazienti;
9. sei disposto a pagare 10 dollari per una birra perchè il bar di fronte a casa non ha da darti il resto e tu non hai in tasca tagli più piccoli;
10. di pomeriggio ti addormenti sul terrazzo mentre il chirurgo ti sta aspettando in sala operatoria per iniziare un intervento.
Visto che ho ottenuto un punteggio di 10/10 al test, torno a casa.

Ulteriore conferma 1: ieri al domenicale beach party i giovani del posto hanno fatto fanno cerchio attorno a me per vedermi ballare, battendo le mani al ritmo della mia canzone preferita (“Pussy Cat”): a questo punto chiunque concorderà che qualche strano fenomeno sta avvenendo e che forse è ora di fermarsi prima che il processso sia irreversibile.

Ulteriore conferma 2: stamattina è morto un bimbetto di 3 mesi che abbiamo operato settimana scorsa; ero seduto sul suo letto quando il cuoricino ha smesso di battere. In Italia non sarei rimasto seduto sul letto senza fare nulla. Ma qui… in questi due mesi non avevo mai provato in modo così opprimente il senso di impotenza legato alla mancanza di attrezzature da nord del mondo. Ho sentito che qualcosa si stava rompendo dentro e sono uscito dalla stanza perchè stavo per piangere (sono pur sempre un medico bianco). Non è il primo bambino che mi muore, ma, non so perchè, qualcuno pesa di più di altri.
Questa è la vita, a Monrovia come ovunque. A volte si vince. A volte no.

Monrovia City

Inizia il conto alla rovescia. Ho in tasca il biglietto per Parigi datato 14 gennaio. Non ho ancora quello per l’Italia ma una volta là non saranno poche centinaia di chilometri a fermarmi. Sono felice e triste. Messi in rigoroso ordine alfabetico.
Tra le cose positive del viaggio di ritorno c’è che farò il percorso fino all’aeroporto di Monrovia di pomeriggio, con la luce del sole: quando sono arrivato era già notte e la notte africana è veramente buia. L’aeroporto si trova a 60 chilometri dal centro città, una distanza che non permette di sorvolare la città a bassa quota durante l’atterraggio, per me il modo migliore di entrare in contatto con un posto, nuovo o familiare che sia. Attraversarla in auto sarà quindi un’alternativa interessante.
Quando durante il viaggio di andata abbiamo fatto scalo a Dakar, sono riuscito a cogliere alcuni particolari della città, almeno della zona dell’aeroporto, che è densamente popolata. Mi sono rimaste impresse le “case grigie”, costruzioni abitate ma non finite, talvolta solo perché non imbiancate, più spesso perché mancanti di infissi e tetto.
A Monrovia le case sono nella fase opposta, quella discendente, della loro vita. Erano finite, adesso sono distrutte o cadenti, un po’ per la guerra, un po’ per la povertà, un po’ per l’incuria. Mancano sempre di infissi e di tetto, ma si capisce che in tempi migliori possedevano entrambi. In fondo ci si può vivere lo stesso. Anzi forse è meglio una casa diroccata di muratura che un rifugio improvvisato con le lamiere. Una casa che un tempo era abitazione di una sola famiglia ricca, una volta abbandonata può accogliere diverse famiglie povere. Basta trovare lo spazio per dormirci: le altre attività possono essere svolte tranquillamente per strada. Per questo anche la cabina elettrica di New Port Street va benissimo come abitazione e nessuno si fa spaventare dal cartello “Attenzione alta tensione”, perché si sa che di corrente elettrica dentro non ce n’è più da tempo.
Ho cercato di percorrere Monrovia a piedi in ogni direzione (ieri anche cadendo in uno dei mille tombini aperti che ci sono a lato delle strade) e da tempo ho oltrepassato i confini consigliati agli stranieri. Parlando con le persone del posto con cui lavoro ogni giorno ho capito che le zone pericolose sono al di fuori della raggiungibilità a piedi e che quando c’è criminalità non esiste differenza tra bianchi e neri: ci sono infermieri del mio ospedale che il giorno di paga devono cambiare 3-4 taxi su un percorso diverso dall’ordinario e dividere i soldi nascondendoli nei vestiti e nelle scarpe, per non essere derubati di tutto.
Sono certo che Monrovia sia una città, ne ha le caratteristiche: persone, case, strade, attività commerciali e artigianali, servizi (dire essenziali è un eufemismo, ma comunque ci sono), automobili, traffico,… esistono cioè tanti uomini (più della metà dei liberiani) che risiedono in uno spazio fisico ben definito e una rete che li collega tra loro. Non so se sociologi e architetti me la passano, ma credo che questo basti a definire una città. Nonostante il mio girovagare però sento che ancora non la possiedo: non ne ho la forma e la dimensione nella testa, ma soprattutto non ne conosco bene la composizione umana. Non mi sento sufficientemente informato per parlarne e per questo riesco a raccontare sono solo alcuni particolari.
Sono tornato all’hotel abbandonato in cima alla collina, questa volta con alcuni colleghi e un gruppo di ragazzini che ci hanno guidato all’interno e accompagnato lungo le scale buie (“Se schiacci qualcosa, ma non senti urlare, puoi stare tranquillo: non è un bambino”, è stato il passaparola). Arrivati alla fine delle scale i ragazzini ci hanno salutato e una guardia ci ha fatto accedere alla terrazza sul tetto. Oltre che uno splendido punto panoramico il tetto è infatti uno spazio strategico da proteggere: ci sono antenne e ripetitori di tutti i tipi e le misure, e probabilmente gli abitanti abusivi del posto sono considerati categoria a rischio. A noi comunque nessuno ha chiesto i documenti, è bastato che uno del gruppo indossasse la maglietta dell’ONG per cui lavoriamo. Nonostante un po’ di foschia impedisse di seguire la città fino all’orizzonte, la vista straordinaria mi ha aiutato a capire dove finisce la terra e inizia il mare e dove finiscono i quartieri e iniziano gli slum.
Sentirsi un privilegiato, perchè bianco, a volte è spiacevole. Quando cammino per strada, per quanto cerchi di passare inosservato, sento di essere fuori posto, di calpestare un territorio che non è mio, di invadere uno spazio altrui. La maggior parte delle volte incontro persone accoglienti e gentili, ma ogni tanto ho la sensazione di essere sopportato e che molto mi venga concesso, anche senza dover chiedere, perchè “bianco”.
Per fortuna ci sono sempre i bambini che rasserenano l’animo: tra di loro è una gara a salutarti e a correrti incontro per non chiederti altro che di stringerti la mano.
Confesso che ogni tanto mi domando quante varietà di batteri ci possano stare su quelle manine…
Giusto per concludere: sto bene!