Monthly Archives: dicembre 2006

Brevi racconti di Natale

Breve racconto di Natale 1
Anche qui è nato Gesù bambino. Ovviamente nero. Richard, questo il nome, è il primo di due gemelli e per essere preciso non è nato a Natale ma cinque giorni prima. Me lo sono ritrovato tra le mani proprio la sera del 25. Un marmocchio di 2 chili e mezzo. A prima vista sembrava un bimbo sano (il solito problema del colore della pelle), ma poi la sua mamma ci ha raccontato che da quando era nato aveva deciso di non fare la pipì. Forse per un dispetto o magari per un segno di protesta, non so; avrei preferito che aspettasse qualche anno e che decidesse piuttosto di boicottare la Nike o la Cocacola. In ogni caso si è stabilito che dopo cinque giorni la pipì bisognasse tirargliela fuori in qualche modo. Una scena da presepe: due chirurghi nei ruoli della Madonna e di S.Giuseppe e un anestesista nei panni del bue (o dell’asino, a vostra scelta) che cerca di riscaldare il bambinello. In realtà, a causa di qualche complicanza, tre ore di sala operatoria in cui ho sudato l’impensabile e che difficilmente dimenticherò. Ma non seminerò ulteriormente sgomento e trepidazione. Che racconto di Natale sarebbe altrimenti? Richard sta bene. Il giorno dopo succhiava pacificamente il latte della sua mamma. E io sorseggiavo una Club.

Breve racconto di Natale 2
Quando ancora a novembre ho deciso di fermarmi a Monrovia fino a metà gennaio, non riuscivo a immaginarmi come sarebbe potuto essere un Natale liberiano. Credevo che sarebbe passato senza che me ne rendessi conto. Ma poi piano piano lo Spirito del Natale si è creato un suo spazio. Ed è stato avvolgente. L’assenza di eccessiva esteriorità ha lasciato posto alla genuinità.
Lo Spirito del Natale si è un po’ nascosto subito dopo la mezzanotte, quando ho realizzato che il party musicale organizzato nella casa di fronte alla mia camera non sarebbe finito in breve tempo. Non avrebbero potuto scegliere una posizione migliore dove collocare le casse acustiche. Ho potuto allietarmi di ogni brano proposto, come se fossi presente di persona, pur rimandendo nel mio letto. Fino al dolcissimo finale alle 5.50 del mattino con “We wish you a Merry Christmas”. So che a Natale si è tutti più buoni, ma se avessi incontrato i miei vicini di casa la mattina del 25 andando al lavoro, non sarei stato capace di porgergli degli auguri sinceri.
Ma lo Spirito del Natale è ricomparso quando Samuel, uno dei miei infermieri di anestesia, ha invitato me e Mario, il chirurgo cileno, a dividere con lui il risotto preparato dalla moglie, pranzo consumato sulla panchina dello spogliatoio in sala operatoria. Sarà stata la fame, sarà stato il Natale, ma a me è sembrato il riso più buono che abbia mai mangiato.

Breve racconto di Natale 3
Altezza 165 cm. Misure 90, 120, 160. Bionda, francese, simpatica, energica. E’ il regalo di Natale che ho trovato sotto l’albero proprio il 24 sera. Nata alla fine della seconda guerra mondiale, infermiera di anestesia da 34 anni, cioè da quando la Vitto e il Franco mi stavano solo progettando. E’ la mia nuova collega, il mio sospirato aiuto: con lei condividerò le fatiche del lavoro in ospedale fino alla fine della mia esperienza liberiana. La inserirei nel gruppo “non bella, ma un tipo”. Parla inglese ma non benissimo. Ogni tanto mi rimprovera che io parlo troppo veloce. Ma come direbbe il Rugo, se non ci capiamo andremo sicuramente d’accordo. A dire la verità quando mi hanno detto che mi sarebbe arrivata per aiuto un’infermiera di anestesia, notoriamente la mia categoria prediletta, ho pensato che magari avremmo potuto condividere anche qualcosa di più della sala operatoria. Ma meglio così. Concentrato sul lavoro fino alla fine.

A risentirci nel 2007. Buon anno!

Aggiornamenti dell’ultima ora: Mario è partito e per una settimana ci sarà un solo chirurgo. Peggio, almeno per oggi nessuno, dato che l’unico chirurgo presente, il neo-acquisto Katerina da Atene, ha la gastroenterite. Con la malaria ancora ancora si può operare, ma col cagotto è proprio dura. Quindi da due chirurghi per un anestesista siamo passati a due anestesisti e basta.
Io continuo a fare una carriera strepitosa. Dopo aver conquistato il primariato del dipartimento di anestesia ora ho anche l’interim della chirurgia. Solo il giro visite, ovviamente. Ma non ho dubbi: se un paziente non sta bene dopo un intervento, non darò la colpa all’anestesia.

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Auguri

Il panettone è arrivato. Insieme alla lettera di Martina e al disegno di Lorenzo. La candela dell’avvento artigianale, iniziata il 15 di dicembre, è ferma al 19. Ma fa comunque un figurone di fianco al presepe in cartoncino. Il CD natalizio della Compagnia della Gru è il più gettonato in sala operatoria. I miei colleghi, tornati dalla gita domenicale in spiaggia, stanno preparando la cena della vigilia. Il finto albero di Natale in Sierra 3, comperato da un venditore ambulante, sa creare la giusta atmosfera. In ospedale festoni natalizi rallegrano tutti i reparti. Ogni bimbo ha ricevuto un regalo. Direi che c’è quasi tutto. Stanotte nascerà anche Gesù e sarà perfetto. Buon Natale!

P.S.: gli ultimi dieci giorni sono stati molto intensi, avrei voluto rispondere alle email e agli sms di tutti, scrivere e leggervi un po’ di più sul blog… so che ho la vostra comprensione. Grazie!

Giro di boa

E’ sera. Riposo per tutti. A parte per il chirurgo e l’anestesista reperibili. Stavolta non io. Sono sul terrazzo di Sierra 3, una delle mie due case di Monrovia. Bevo birra Club (Monrovia Breweries Inc.). I grilli cantano senza sosta. E’ incredibile quanto possano essere assordanti. Ho la pelle che brucia, un po’ per il sole di oggi pomeriggio, un po’ per l’Off. La maglietta umida. La metto pulita al mattino e tempo di arrivare in ospedale è già fradicia. Rimane bagnata tutto il giorno. Usarne più di una al giorno ha poco senso, dopo pochi minuti quella nuova è nelle stesse condizioni della precedente. In realtà la situazione è migliorata da quando sono arrivato. Forse mi sono adattato, forse sta arrivando l’inverno anche qui e la temperatura è un po’ diminuita, soprattuto di notte. Adesso si sta bene sotto il lenzuolo. Al mattino è addirittura fresco, e quando riesco a svegliarmi una decina di minuti prima, in tempo per far scaldare l’acqua sul fornello, mi concedo una doccia calda. Il clima tropicale in realtà non conosce estate e inverno, ma stagione delle piogge e stagione secca, anche se mi sembrerebbe più corretto dire stagione umida con la pioggia e stagione umida senza pioggia. In ogni caso da novembre a maggio, cioè adesso, è la stagione secca.
I miei colleghi sono occupati in varie attività: chi chiacchera, chi ascolta l’iPod, chi legge, chi fa la lezione di yoga, tenuta da Marcia, una di due medici statunitensi, internista. L’altra è Katie, ginecologa. Murray, responsabile del Pronto Soccorso, è australiano, come Olivia, la responsabile del laboratorio. I chirurghi Mario, cileno e Gerhard, tedesco, come il mio collega anestesista, Jorg, Jorg è anche il nome del direttore sanitario, che però è austriaco. Il farmacista, Tommaso, è italiano. La responsabile degli infermieri si chiama Harriet ed è ugandese. Questo lo staff internazionale al completo. Con variazioni di percorso, ovviamente. I chirurghi sono quelli che cambiano con maggior frequenza. Poi gli anestesisti. Gli altri normalmente si fermano per sei mesi. Si dovrebbe vivere tutti insieme, ma non c’è spazio per tutti. Così alcuni, tra cui io, vivono in Sierra 2 che sarebbe l’abitazione del personale logistico e amministrativo.
In sintesi dormo e faccio colazione in Sierra 2, pranzo e ceno in Sierra 3. Il tempo libero lo trascorro dove voglio io. Questo è uno dei vantaggi. L’altro è che le stanze in Sierra 2 sono più grandi e in particolare nella mia c’è un letto a due piazze e ho un bagno tutto per me. Che vuol dire anche più acqua. In ogni bagno c’è una tinozza per l’acqua che viene riempita giornalmente. Chi ha un bagno proprio ha la possibilità di fare più docce al giorno. Lo svantaggio è che devo spostarmi più volte al giorno, ma non è poi così grave. Che cosa fossero queste case prima che le occupassimo noi non mi è chiaro, ma in ogni caso abitazioni di gente benestante. Lo stato di conservazione non è dei migliori, ma sono funzionali. Dalle 6 di sera alle 6 di mattina c’è corrente. Quando si inceppa il generatore ci sono tante candele. Perchè si chiamino Sierra 2 e Sierra 3 non lo so. Per completezza posso aggiungere che Sierra 1 è il nome degli uffici, in un’altra casa un po’ più distante e Sierra 4 quello dell’ospedale. Chi si diverte con Google Earth, mi può vedere a 6°18’50” N e 10°48’50” W circa.
Prima di finire: è passato un mese. Sono contento di rimanere ancora un po’. Col gruppo dei colleghi va molto bene. In ospedale sento di essermi inserito in modo costruttivo, conosco lo staff locale, loro conoscono me e soprattutto sopportano le mie intemperanze.
Natale si avvicina.

Foto del giorno: manifesto bianco. Il disegno di una zanzara enorme occupa tutta la parte centrale. Sulla sua destra l’Africa, colorata di rosso sangue, è l’ospite da cui la zanzare si sta nutrendo. Nella parte superiore una scritta: “Ecco un’arma di distruzione di massa che non interessa a nessuno”. E’ la campagna della mia ONG contro la malaria. Mortalità nel mondo superiore a un milione di persone all’anno.

Aggiornamenti dell’ultima ora: Jorg, il mio collega anestesista, ammalato da qualche giorno, oggi è tornato a casa. Mi dispiace perchè era un entusiasta della missione e un valido collega. Per me significa una semplificazione dei turni: guardia e reperibilità tutti i giorni. Fino all’arrivo di un sostituto. Spero in Babbo Natale. Nel frattempo collegamenti internet più difficili.

La Presidente

Dalla spiaggia arrivano ritmi africani: un dialogo cantato tra una voce femminile e un gruppo di voci maschili, che ne ripetono la stessa melodia, accompagnati da un tamburo. Una variazione musicale apprezzata, dopo aver trascorso la giornata in sala operatoria ascoltando “Pussy Cat”, l’ultima pop-rap-hit dei Great Ghana Golden, il pezzo più ballato in tutta la Liberia negli ultimi mesi.
La Liberia. Poco più di 3 milioni di abitanti. Molte risorse naturali. Poche infrastrutture e tecnologie. Pochissimi soldi in relazione alle necessità reali del paese. Nessuna banca liberiana compare nella classifica delle cento migliori banche africane pubblicata sull’ultimo numero di African Business (1).
Il presidente Ellen Johnson-Sirleaf, primo presidente donna in Africa nonché ex economista della Banca Mondiale, ha il suo bel da fare.
Già all’opposizione, e poi in esilio, durante la dittatura di Taylor (l’ex presidente liberiano fuggito nel 2003 e attualmente sotto processo in Olanda per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella vicina Sierra Leone), non è sicuramente neppure ora in una posizione facile. Se fossi al suo posto sinceramente non saprei da che parte iniziare. Il governo ha una maggioranza risicata e in parlamento deve trattare con esponenti ancora legati a Taylor e con membri dell’ex governo di transizione, che ha condotto il paese fino alle elezioni dello scorso anno, alcuni dei quali sono stati arrestati nei giorni scorsi per corruzione.
La ricostruzione è nell’aria. Ma in città si vede soprattutto sui giornali. Ellen J. Sirleaf, vanga alla mano, visita una nuova azienda agricola fuori Monrovia. Tira un calcio di rigore circondata dai ragazzi della nazionale di calcio. Preme l’interruttore per accendere le nuove luci in una via del centro della capitale. Incementa il primo mattone per la ricostruzione del nuovo Campidoglio. Parla in occasione della settimana per la lotta contro lo Sfuttamento e gli Abusi Sessuali (campagna di cui anch’io porto orgogliosamente il braccialetto di gomma arancione) (2). Decreta l’abbattimento delle baracche dei venditori abusivi nel centro della città. Sul fronte internazionale firma accordi con la Nigeria che dal primo dicembre scorso, con la revoca dell’embargo ONU, ha potuto fornire alla Liberia le pistole per armare la Polizia Nazionale. Con il Senegal per ripristinare i collegamenti aerei tra Monrovia e Dakar, per permettere così ai liberiani di viaggiare per tutta l’Africa. Con la Cina per l’esportazione di riso. Con la Sierra Leone per la riapertura delle frontiere. E poi… e poi ovviamente ci sono gli Stati Uniti. La loro ambasciata a Monrovia è una vera città nella città. Meno male, visto che nei nostri piani di emergenza in caso di evacuazione dovremmo rifugiarci tutti là! Però talvolta con loro il problema è il contrario, non allacciare rapporti, ma scinderli. Il governo di transizione ha concesso per 25 anni lo sfruttamento privilegiato delle miniere di ferro della Liberia a una multinazionale americana e ora il governo Sirleaf vorrebbe tornare a trattare condizioni più favorevoli per il paese. Ma la bandiera liberiana (righe orizzontali bianche e rosse, un riquadro blu nell’angolo superiore sinistro con al centro una stella bianca) significherà anche un po’ riconoscenza, no? “The love of Liberty brought us here (ci ha portato qui l’amore per la libertà)”, cita il motto scelto dagli ex-schiavi americani liberati che nel 1847 proclamarono la Repubblica di Liberia. Il 3% della popolazione di allora. Il resto credo di averlo già raccontato.

(1) Nella classifica delle migliori 100 banche africane figurano soprattutto istituti di Sud Africa e Nigeria: mentre sul Sud Africa non avevo dubbi, la presenza della Nigeria mi ha sorpreso. Senza nulla togliere alle grandi banche che alimentano i mercati e portano prosperità e benessere, vorrei capire come questa ricchezza sia ripartita tra i 90 milioni di nigeriani. Di microcredito alla Yunus African Business non ne fa cenno.

(2) A proposito di campagna contro lo Sfruttamento e gli Abusi Sessuali, Kofi Annan ha recentemente ribadito che non ci saranno sconti per i membri dei contingenti di pace ONU colpevoli di stupro, pedofilia e traffico di esseri umani ad Haiti e in Liberia. Ci mancherebbe! In ogni caso per essere dei peacekeepers niente male.

Foto del giorno: un furgoncino bianco dell’UNICEF attraversa lentamente la strada polverosa davanti all’ospedale. Sulla fiancata una scritta “Chi educa una bambina, educa una nazione”. Non ho visto l’altro lato del furgoncino. Spero si siano ricordati anche dei maschietti!

Aggiornamenti clinici: zecca rimossa con movimento a torsione come appreso nel corso di Medicina Tropicale e Salute Internazionale di Brescia. Nessun segno di infezione, ne locale ne sistemica. Tre mesi e 1800 euro spesi bene!

Da Maria Chiara

A proposito del 1 Dicembre ho ricevuto una email di Maria Chiara Cremona che lavora per la Caritas in Kenia. Col suo permesso ne pubblico una parte.

“Un’altra giornata mondiale dell’AIDS. E cosa è cambiato dall’anno scorso? […]
Il gruppo di Kangemi è andato a Korogocho per un festival, a Kivuli hanno fatto una festa di quartiere, per la strada processioni, tante persone con il nastro rosso di solidarietà, metà delle pagine del Nation, il quotidiano principale del Kenya, sull’AIDS: grandi titoli, di battaglie vinte, di più accesso ai farmaci, grandi messaggi del ministro, dell’assistente del ministro, del direttore del centro nazionale sull’aids. Persino al benzinaio tutti i lavoratori indossavano una visiera con un messaggio sull’aids. Si può dire che la consapevolezza di un tale anniversario a Nairobi sia abbastanza diffusa.
Poi guardo i dati del nuovo rapporto dell’UNAIDS uscito qualche settimana fa; non c’è molta differenza con quelli dell’anno scorso. E se penso ai progetti sul campo ho la stessa impressione, che cambi poco: cambia il numero delle persone che si presentano per essere aiutate, aumenta. I farmaci sono più diffusi, ma rimane il problema del monitoraggio di coloro che prendono i farmaci perchè li assumano in modo corretto, perchè curino l’aspetto della nutrizione altrimenti il farmaco può risultare più dannoso che utile; aumenta la conoscenza sull’aids, almeno apparentemente (perchè quando ho partecipato a un seminario di awareness creation in una piccola comunità di kangemi sono rimasta sconvolta da quanto poco la gente conosce sull’aids e soprattutto quante informazioni sbagliate…) ma i counsellors continuano a ricevere decine di persone per settimana, perchè ancora le persone hanno paura a confidarsi in famiglia o con gli amici…
Non so, forse manca un passaggio: dal sapere che l’aids esiste e “celebrare una giornata mondiale” a fare dell’aids qualcosa che ci riguarda. E parlarne, e cambiare la nostra visione del problema e delle cause.
Qualche volta penso che sarà bello quando la giornata mondiale dell’aids non esisterà più, perchè allora vorrebbe dire che non c’è bisogno di ricordare a nessuno che l’aids esiste e che chi ne è infetto o affetto ha gli stessi diritti delle altre persone….
Non sono pessimista, vedo anche cose che cambiano, nel piccolo: vedo il sorriso della piccola Stella la cui madre ha ricominciato a lavorare e può mandarla a scuola, vedo l’entusiasmo del gruppo di Kangemi che ora si è messo a fare il sapone liquido come attività generante reddito, l’entusiasta partecipazione dei giovani del Training Centre di Kangemi ai seminari sull’AIDS.
Non posso più augurarvi buona giornata mondiale dell’AIDS, ma posso augurarci che la giornata mondiale dell’AIDS sia tutti i giorni.”

1 Dicembre

Ieri era il primo dicembre.
Giornata mondiale per la lotta contro l’AIDS. La prevalenza in Liberia é del 2-5%. Dei malati in terapia non esiste una stima ufficiale, ma sono comunque una quota irrisoria.
Lorenzo e Carolina hanno aperto la prima casella del calendario dell’Avvento.
La radio ha iniziato a trasmettere canzoni natalizie. “I’m dreaming a white Christmas” è destinata a rimanere un sogno. Non credo che arriverá alcun fiocco di neve. Non verranno neanche appese luci natalizie per le strade del centro. Per il traffico invece non c’é bisogno della caccia frenetica all’ultimo regalo. Basta giá quello quotidiano fatto di pedoni, macchine e carriole che si contendono lo spazio per circolare. Le macchine sono soprattutto taxi gialli, che sostituiscono l’inesistente trasporto pubblico. C’è sempre un posto per chi a lato della strada fa segno a un taxi di fermarsi. Chi è giá a bordo si stringe un po’ e fino a tre passeggeri davanti e cinque dietro ci si puó stare. Le carriole sono quelle per lo piú utilizzate per la vendita ambulante di ogni genere di prodotto, ma prevalentemente di vestiti e stoffe. I pedoni invece devono affrontare diversi ostacoli lungo il cammino. I marciapiedi, dove esistono, sono infatti occupati da varie attivitá commerciali e artigianali o sfruttati per il normale svolgimento dei riti della vita quotidiana. Un barbiere rasa un cliente seduto su una sedia, mentre altri uomini seduti per terra attendono il loro turno. Il lustrascarpe allinea spazzole e scatole di metallo di varie forme. Il tabaccaio espone le sue sigarette su di un banchetto, mentre a fianco si vendono schede telefoniche per i cellulari. Il cesto di banane, il piatto delle arance sbucciate, il fornello a carbonella per arrostire gli spiedini di carne, le taniche allineate di kerosene. Un gruppo di ragazzi mutilati con le loro grucce. Un bambino sul suo vasino. A fianco la madre spalma di sapone il fratello piú grande, a mollo in una tinozza. Piú avanti il bucato steso ad asciugare per terra. Un uomo dorme coricato di traverso. Due maialini in cerca di cibo. Qualche gallina.
Spesso tra il marciapiede e la strada corre un rivolo maleodorante, alimentato da un fenditura nella tubatura della fogna che affiora in quel punto e dall’acqua del lavamacchine, che pure svolge la propria attivitá sulla strada. Una fila di auto parcheggiate a lato della strada toglie ulteriormente spazio alla circolazione. Alcune sono lí per pochi minuti. Altre sostano piú a lungo e col cofano aperto e alcuni pezzi di motore a fianco attendono di essere riparate mentre piú uomini vi armeggiano attorno. Di altre ancora rimane indefinitamente solo la scocca arruginita. Le auto circolanti invece vagano sulla carreggiata senza una traettoria precisa, cambiando di senso di marcia in relazione alle buche sulla strada. Queste ultime non impediscono comunque ai loro guidatori di tenere velocitá considerevoli. Carriole e pedoni vengono costantemente avvisati del pericolo imminente dall’utilizzo continuo del claxon. Ogni incrocio é una sfida. Quello tra Broad Street e Micheln Street ne é l’emblema: un semaforo spento, l’unico in assoluto in tutta Monrovia, attorno a cui file di auto attendono spazientite il loro turno per varcare il muro di folla. In Broad Street, che é realmente la strada piu’ larga del centro, lo spazio sui marciapiedi non basta piú. Venditori di libri, musicassette, bibite, caramelle e saponi, invadono la carreggiata. Un ricordo di Oxford Street alle 5 di un sabato pomeriggio. Vago.
Immerso negli alberi su di una collina in cima a Broad Street, al limite occidentale di quella lingua di terra immersa nell’Oceano che é Monrovia centro, si trova il Metropole Hotel. Per tre lati l’acqua, sul quarto lato la distesa della citta’. Un edificio imponente di 9 piani. La hall circolare, sovrastata da un giardino pensile. A lato la terrazza con la piscina vuota. Nessun serramento, non porte, non segni di corrente elettrica. La natura cresce selvaggia. Ogni spazio disponibile occupato da una famiglia. Chi non ha trovato spazio nell’albergo vi ha costruito attorno una baracca di legno o di lamiera. Ad ogni terrazzo una fila di biancheria colorata. In ogni angolo cumuli di spazzatura. Nel cortile bambini di diverse etá giocano chiassosamente a palla.

Notizie cliniche: da qualche giorno avevo notato un neo insolito all’inguine, in zona adduttore destro. Ieri ho capito che il neo aveva una vita propria. Se muoio per una puntura di zecca qualcuno si preoccupi di raccontare alla stampa una versione un po’ piú eroica dei fatti.