Monthly Archives: novembre 2006

Festa nazionale

Oggi e’ festa nazionale. E’ il compleanno di un presidente storico della Liberia. Nei giorni scorsi non sono riuscito a preparare nulla da postare, ma visto che oggi avevo tempo per connettermi pubblichero’ qualcosa di banale, ma comunque utile, tipo che sto bene e che in spiaggia davanti a casa mia c’e’ una festa con tanta gente, tanta musica e anche qualche tafferuglio. La musica e’ sempre presente in questa citta’. La regola e’ che la si tenga al volume massimo consentito dall’impianto. Se distorce un po’ fa nulla. Se i brani disponibili da riprodurre sono 5 e bisogna ballare dalle 10 del mattino alle 6 di sera, quando cala il buio, va bene lo stesso. Basta ripetere i brani. Anche lo stesso di seguito tre volte. La voglia di divertirsi non manca!

Comunicazioni
Per Sam: quando vengo a trovarti a Cipro ti portero’ un CD con tutte le foto!

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Cambio di programmi

Oggi, mentre percorrevo i primi metri fuori dal cancello di casa mia, attraversando un cortile, mi sono corsi incontro cinque bambini, facendo a gara ad accompagnarmi tenendomi la mano. Una donna seduta sulla strada si é subito alzata per sgridarli ed allontanarli, nonostante le abbia fatto capire che non c’era nulla di male. Una dubbio: avrá voluto proteggere me o i bambini?
Ma veniamo al dunque. Tutto é sucesso in un attimo. Poche sere fa, riunione settimanale dello staff medico. A turno ciascuno riassume obiettivi raggiunti e difficoltá incontrate nel proprio settore. Una macedonia di accenti. Argomenti sensati. Sincera cordialitá. Io, almeno per la prima riunione, mi astengo. Poi la proposta: “Parigi é disponibile ad inviare il tuo cambio su di un altro progetto. Se sei d’accordo puoi fermarti fino a metá gennaio. A noi farebbe piacere, un minor turn-over non puó che facilitare il lavoro di tutti.” Due mesi anziché uno. Ho accettato.
Non subito, sono sincero. Mi sono preso 24 ore di tempo.
A favore: 1. Sono contento. 2. Sto bene. 3. Ho tempo per farlo (due mesi in futuro potrebbe essere difficile averli). 4. Sarei voluto partire per tre mesi… C’era in sospeso un progetto sulla Nigeria, per un mese, da metá gennaio. Non mi sarebbe dispiaciuto provare un altro contesto. Ma in effetti un mese é un soffio. Ci vuole tempo anche per capire la struttura, le idee, lo stile. Meglio due mesi in un posto che un mese in due posti.
Contro: 1. Natale senza Martina, Lorenzo, Carolina e Francesca. 2. Un altro mese a basso impatto tecnologico e con scarse comunicazioni verso l’esterno. 3. E se poi tra tre settimane mi accorgo di non avere abbastanza risorse? 4. …
Come sempre il buio della notte ingigantisce le fatiche. Al mattino i dubbi sono stati lavati via da un paio di onde dell’atlantico. Mi sono sentito subito un po’ piú affezionato a queste persone, nere e bianche, al mio ospedale, alla strada di polvere che percorro ogni giorno. Sento meno questa esperienza come un’apnea dal mondo. E poi so che voi non vi stancherete ad aspettarmi un mese in piú!

Foto 5: strada di centro cittá, sole delle due e mezza del pomeriggio. A poca distanza l’una dall’altra camminano due donne. La prima ha un vestito tradizionale rosso e nero fino ai pedi, le maniche a sbuffo arancioni. Le braccia lungo il corpo, sulla testa un vassoio di metallo: disposte a raggio una dozzina di banane, al centro una piccola piramide di arance sbucciate. La seconda é piú giovane, avrá 12/13 anni. Canottierina bianca, pantaloncini blu, infradito, spinge una carriola con due bidoni di plastica pieni d’acqua.

Notizie cliniche: alvo francamente diarroico. In casa ci sono passati tutti, é considerata una iniziazione ineludibile. E allora, evviva!

Spazio comunicazioni
Alla Carolina, che oggi compie 3 anni: auguri!
A tutti: grazie!
A Pippo (qualcuno gli dica che c’é un messaggio per lui): via libera, agisci come sai!
A Marco ed Elena: ho ricevuto 32 volte l’sms di Antonella sulle 40 settimane dei bimbi e continuo a riceverlo… salutatemela tanto, e ditele di controllare il conto del cellulare!

Umido

L’umiditá é sorprendente.
Le giornate qui a Monrovia sono a tratti molto calme, anche eccesivamente; altre volte molto intense, anche eccesivamente.
Chi detta le regole del giorno e ne decide le sorti in modo assolutamente arbitrario é l’ospedale. Una struttura ricavata in una ex scuola, con 150 posti letto, divisi tra Medicina e Chirurgia. C’é anche un Pronto Soccorso, sempre molto affollato, e una Terapia Intensiva di 6 posti letto: ovviamente stiamo parlando di Monrovia, Liberia! Ció che caratterizza la Terapia Intensiva è solo più fluidi, un catetere vescicale e un po’ di ossigeno. C’é elettricità e anche acqua corrente, grazie a due grossi serbatoi che vengono riempiti con un’autobotte 3 o 4 volte al giorno. Ci occupiamo solo di urgenze (sostanzialmente occlusioni, appediciti, ascessi, ustioni), e le attività nel tempo si sono differenzate escudendo la traumatología (= ossa rotte) compito del JFK, l’ospedale pubblico della capitale che si sta riorganizzando e l’ostetricia/ginecologia, di cui si occupa un altro ospedale di un’altra ONG. Ovviamente se arriva una donna nel bel mezzo del parto, la si assiste da noi, con eventuale cesareo compreso nel prezzo. Che non c’é. Tutto é assolutamente gratuito. Lo dico perché ci sono scuole di pensiero diverse. Siccome io non ho la pretesa, per un mese di missione che faccio, di educare nessuno al senso del risparmio, del valore della salute, del maggiore rispetto e della piena comprensione per il servizio che viene erogato etc… sono ben lieto che da me non si paghi nulla. Forse é una scelta poco lungimirante, ma é bello che nel mondo ci siano realtà diverse, ognuna con le proprie specificità.
Siamo due anestesisti e due chirurghi, quindi due equipe. I turni sono semplicissimi: oggi noi, domani voi, 24 ore di reperibilità a squadra. Tutte le mattine alle 8 in ospedale per le consegne, poi ciascuno per la sua strada: chi deve lavorare si ferma, chi ha finito se ne va a casa. Io ho lavorato sabato e domenica sono andato al mare!
Stanotte mi é morto il primo paziente, ma stamattina ho recuperato assistendo il mio primo new born baby boy liberiano. E’ un po’ più complesso che da noi, perché qui i neonati hanno un colore che non si capisce se siano cianotici e quindi vadano rianimati o stiano bene e quindi vadano lasciati dormire. In ogni caso quello di stamattina dopo un po’ stava bene. Probabilmente dormiva a stava benissimo già prima, ma lasciatemi credere che fosse cianotico.

Foto 3: sempre sulla spiaggia l’ambientazione; mare vivace, un vento rigenerante che muove onde schiumose, sabbia fine, palme, qualche ombrellone, qua e la una capannina di paglia; sdraio, birre, musica, sole. Anche questa é Liberia!

Foto 4: centro città, crepuscolo; edificio a due piani bianco, sullo sfondo; potrebbe esere stato un ministero o qualche altro edificio pubblico; non porte nè finestre; la vegetazione ne nasconde in parte le ferite; davanti sul marciapiede tre giovani, uno canta, due ballano; un impianto di amplificazione improvvisato ma potente; tra una canzone e l’altra piccoli sermoni su Cristo e sulla Salvezza; per pubblico decine di persone che ballano e si divertono, ostacolando il traffico; attorno improponibili taxi gialli stracarichi di persone cercano di farsi strada suonando.

Note tecniche: confermo di ricevere solo sms vodafone; non rispondo, ma apprezzo. Per Rugo: le word pictures non si scaricano, si leggono! Va’ che i commenti sul blog li leggono tutti, non facciamo brutte fugure!

Note cliniche: dormo bene, umore buono, alvo regolare; mangio troppo, mi sa che in una settimana ho già messo su un paio di chili…

Note linguistiche: australiani e germanici ben comprensibili; francesi accettabili anche se non capiscono che ogni lingua vuole i suoi propri accenti; liberiani da zero a tutto, dipende dalla persona; americani… ma come parlano?

Day 1

Sono in Africa. Impossibile negarlo. Lo dice ogni cosa intorno a me: la luce, i colori, i suoni, gli odori, le persone, i vestiti, le strade, gli alberi, le macchine, le case, ‘sta *@##% di tastiera francese dell’ordinateur che mi tocca riscrivere ogni parola due volte e perdo tutta la poesia… Impatto, il day one come dicono qui, lavorativamente molto soft, ambientalmente molto interessante. Ho conosciuto i colleghi: Massimo, a cui do il cambio, anestesista italiano; Mario, chirurgo cileno che ha fatto con me il viaggio da Parigi (cambio a Bruxelles, sosta a Dakar); Martin, chirurgo tedesco; Marcia, internista americana; Katie ginecologa non mi ricordo di dove; George, anestesista austriaco; Chris internista francese; X internista australiano, Y biologa australiana, Z coordinatore giapponese. Poi ci sono un po’ di altre persone ma non ricordo ancora tutti… Con Massimo ho fatto ieri pomeriggio un giro a piedi per la città. Le condizioni di sicurezza sembrano tranquille. Qualche check point dell’ONU qua e là, un po’ di caschi blu in giro ma senza casco, solo il più rassicurante berretto messo di traverso. Le agenzie internazionali e le ONG non si contano: UN, UNICEF, EU, UNHCR, MSF (Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Spagna), Medicines du Monde, Save the Children sono solo alcune delle sigle che si vedono sui fuoristrada che girano in continuo. Ovviamente la città é messa male. Ma a parte qualche palazzo sventrato e i segni delle pallottole su un po’ di muri, quello che colpisce di più ad un primo sguardo non sono i segni della guerra o della povertà, ma quelli dell’Africa: sarebbe bello poter fare tante foto ma lo ritengo poco rispettoso. Cerchero’ di pubblicare ogni volta una o due word pictures: descrizione scritta di forme, colori e suoni e profumi di quello che vorrei fotografare, .

Foto 1: presa dal terrazzo di casa mia dove dormo (che si chiama Sierra 2; c’é poi casa mia dove mangio che é Sierra 3); in primo piano il bordo dell’alto muro di cinta di Sierra 2, con le doppie spirali di filo spinato; oltre il muro la spiaggia di sabbia sottilissima; l’oceano, mai piatto, e le onde ipnotiche con il loro ritmico infrangersi sulla spiaggia; il vento caldo, appiccicoso, salmastro; le palme e i fichi d’India. Al centro una montagna di rifiuti. In sottofondo la mola di un arrotino.

Foto 2: la strada di terra rossiccia, fangosa per l’appena terminato accesso di pioggia; un fiume di gente; il profumo delle banane appena fritte misto all’odore marcio del rigagnolo di lato alla strada; un ragazzo dal fisico asciutto spinge canticchiando una carriola carica di musicassette in vendita; la musica a tutto volume tramite due altoparlanti gracchianti.

Note tecniche: cellulare funzionante sembrerebbe solo con numeri vodafone. Puo’ anche essere che nessuno con Tim, Wind o Tre mi abbia ancora spedito sms… accesso ad internet pochissimo funzionante.

Note cliniche: dormo bene, umore buono, alvo regolare.

Note enogastronomiche: banane buonissime, birra liberiana accettabile.

Nota metodologica

Come potete vedere dal post sottostante, ho preferito distinguere la mia posizione da quella dell’ONG per cui lavoro, che non e’ piu’ citata in alcuna parte del blog (e quindi non menzionatela in futuro neanche voi). Sorry Fiammetta, per questo motivo ho dovuto cancellare un tuo commento. E’ una questione a cui non avevo pensato prima di partire: il rischio di compromettere il lavoro e la sicurezza di altre persone pubblicando un commento apparentemente insignificante o comunque equilibrato ma per qualcuno potenzialmente offensivo. Visti gli illustri precedenti (vignette danesi e papa Ratzinger)…
Ovviamente, questa scelta non nasce dalla presunzione che il mio blog abbia migliaia di lettori, ma da un suggerimento dei miei datori di lavoro. E visto che li ho scelti perche’ mi piacciono, mi fido di quello che mi dicono (il concetto di fiducia inizia a diventare un tema caro all’autore questo blog…)

Aggiungo un altro sito sulla Liberia, decisamente british!
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/africa/country_profiles/1043500.stm

IMPORTANT

The contents of this blog represent a personal opinion of the author, not necessarily based on real facts.
They never are expression of any NGOs operating in Liberia.

Parigi

Devo riconoscere che questo percorso a tappe successive, che inizialmente mi sembrava un po’ troppo burocratico, ha i suoi vantaggi, soprattutto in termini psicologici. E’ un po’ uno spazio di decompressione e pulizia, per non ritrovarsi a Monrovia da un giorno all’altro con un fardello di pensieri portati via dall’Italia. Mi aiuta a concentrarmi e a capire meglio i perche’. Ho ancora incertezze sul come, ma mi fido di questa metodologia a stadi, con contenuti e competenze ben distribuiti tra i responsabili dei vari settori. C’e’ sempre qualcuno che sa rispondere, l’importante e’ associare la domanda alla persona giusta.
Intanto ho i compiti dello psicologo, che incontrero’ di nuovo al ritorno. Devo riflettere sui riti (e quindi sui contenuti) del legame col gruppo e dell’addio. Considerando che non sono ancora arrivato, non e’ male!
Ho i voli. Domattina partenza alle 7.30 per Bruxelles e alle 10.45 ripartenza per Monrovia. Arrivo alle ore 18.35. Volo SN 3630 e SN 0235 (questo per i parents che cosi’ possono controllare se atterro!).
Ritorno ancora non sicuro, perche’ forse allungo di qualche giorno, ma dovrebbero confermarmi qualcosa oggi pomeriggio.
Mi hanno dato una tessera e un ordine di missione scritto su cui si chiede a chiunque incontri sul mio cammino, militari e civili, di facilitare i miei compiti umanitari… fa un effetto strano. In ogni caso gia’ ieri mattina mi sono appellato alla mia missione quando a Malpensa la bilancia al check in segnava 25 kg anziche’ 20, e ha funzionato (salvo che poi lo stesso bagaglio a Roma pesava 20,5 kg… qualcuno ha la bilancia che funziona male…).

Roma

Sfrutto un attimo di pausa a Roma. Prima giornata di briefing: incontro con reponsabile amministrativo, psicologo, membro ufficio stampa, e responsabile selezione medici. Tutti bravi. Mi sembra di iniziare a capire qualcosa di più di questa struttura. In ogni caso sale l’eccitazione. Stasera notte a Parigi.
Ciao!

Informazioni di viaggio

Ho ricevuto le istruzioni per il viaggio. Lunedì mattina partenza da Malpensa per Roma dove avrò le prime tessere del mio jigsaw. Lunedì sera partenza per Parigi, dove mi fermerò per tutto martedì per il secondo briefing e per la firma del contratto (spero di non deludere le aspettative romantiche di nessuno dicendo che la mia ONG mi darà dei soldi per questo mese di lavoro; non credo che comunque mi arricchirò…). Mercoledì mattina presto partenza per Monrovia, capitale della Liberia. E lì terzo briefing. Per ora non so molto di più.
Per chi volesse info geografiche sulla Liberia:
http://www.globalgeografia.com/africa/liberia.htm o meglio, anche se in inglese, http://www.lonelyplanet.com/worldguide/destinations/africa/liberia
Per chi vuole invece capire un po’ il contesto consiglio i siti di MSF in Liberia:
http://www.msf.it/cosafacciamo/africa_liberia.shtml (sito intaliano di MSF con descrizione sintetica) o
http://www.msf.org/msfinternational/countries/africa/liberia/index.cfm (sito internazionale di MSF con raccolta di varie notizie degli ultimi anni sulla Liberia).
Mi sa che ha questo punto le prossime notizie saranno da Roma-Parigi-Monrovia.
Grazie per tutti i vostri messaggi di sostegno!
Ciao!

Intervista

Finalmente è arrivato il momento di usare il blog! Cioè è arrivato il momento di partire. Destinazione Liberia. Partenza il 13 novembre. Periodo, ahimè, un mese. L’importante è iniziare.
Mi è stata fatta un’intervista per una rivista Scout di Busto Arsizio. La pubblico per intero. Potrebbe sembrare un po’ autocelebrativa, ma ci sono dentro tutte le cose importanti che penso.

D. Come prima cosa, Luigi, ti chiedo di tracciare un tuo profilo professionale.

R. Ho 33 anni, sono medico dal 1999, anestesista-rianimatore dal 2003. Ho studiato all’Università dell’Insubria di Varese, nel cui ospedale ho lavorato dal 2000 al 2004. Sono stato poi per quasi due anni a Cittiglio, un ospedale piccolo ma molto attivo. L’ultimo anno invece l’ho trascorso a Londra, dove ho lavorato, sempre come anestesista, in un ospedale universitario. E’ un progetto che da tempo coltivavo per migliorare il mio inglese e per imparare a lavorare con
persone provenienti da paesi diversi: Londra da questo punto di vista è un laboratorio umano eccezionale.

D. Veniamo ora alla tua formazione personale, quali sono stati i tuoi punti di riferimento?

R. Devo essere grato a due ambienti principali per ciò che concerne la mia formazione: la mia famiglia e l’Azione Cattolica Studenti, che ho frequentato durante il periodo delle scuole superiori e di cui sono stato responsabile diocesano di Milano per 5 anni. Il percorso è ovviamente lungo. Posso dire il punto di arrivo che è sintetizzato da tre posters appesi nella mia camera: il titolo di un convegno dell’ACS di 20 anni fa “Il mondo è il mio mondo”, una frase di mons. Romero “En las diversas conyunturas politicas lo que interesa es el pueblo pobre” ( nelle diverse congiunture politiche quello che dobbiamo avere a cuore e’ il popolo povero”) e un cartello di una manifestazione contro la guerra in Iraq a cui ho partecipato a Londra “Not in my name” ( non in mio nome). Credo che la guerra sia sempre una sconfitta dell’uomo, come amava dire papa Giovanni Paolo II. Credo che i paesi ricchi hanno grosse responsabilità nell’aver creato e nel mantenere quelle condizioni di povertà e di disagio nei paesi poveri del mondo che sono la radice della violenza e del terrorismo. E credo che chi ha gli strumenti economici e culturali per aiutare la pace a rifiorire sia moralmente obbligato a farlo. In tanti modi. Vivendo in Italia o cercando di andare sul campo.

D. Queste riflessioni ti hanno portato alla decisione di scendere in campo ed impegnarti in prima persona, in che modo e dove?

R. Partirò tra dieci giorni per la Liberia con un’ONG, che gestisce un progetto sanitario di emergenza per la popolazione vittima della guerra civile. La storia della Liberia è quasi incredibile ma può insegnare tanto. E’ uno stato fondato nella prima metà del 1800, la prima repubblica d’Africa, dagli ex schiavi neri d’america liberati. Ovviamente in quel territorio vivevano già diverse tribù di neri africani con cui non c’è stata alcuna integrazione. Addirittura gli ex schiavi, all’inizio l’1% della popolazione della Liberia, hanno ricreato le stesse condizioni di segregazione e schiavitù che avevano vissuto in America. Ma questa volta mettendosi nel ruolo di padroni e di aguzzini. La storia è lunga, ma le ferite e le lotte tra diverse tribù e fazioni non si sono mai sanate, coinvolgendo anche altri stati adiacenti.

D. Com’ e’ maturata la decisione di mettere le tue competenze mediche a servizio della popolazione della Liberia?

R. Risponderò con tre dati: l’aspettativa di vita in Italia è superiore ad 80 anni; in Liberia è di 40 anni. La mortalità infantile in Italia è di 4 bambini ogni 1000; in Liberia è di 157 ogni 1000. In Italia ci sono 4 medici ogni 1000 abitanti. In Liberia ce ne sono 3 ogni 100.000 (dati WHO 2006). Se qualcuno ha di più è anche perchè deve fare qualcosa per chi ha di meno.

D. Perche’ una decisione cosi’ estrema ? Perche’ una nazione lontana e non l’ Italia?

R. Ci sono due persone: Gianni e Paolo. Gianni ha 8 caramelle, Paolo 2. In matematica se distribuisco equamente 10 caramelle Gianni arriverà ad averne 13 e Paolo 7. Paolo ne avrà sempre meno, ma il divario relativo sarà minore. Nell’economia mondiale non solo non c’è equità, ma furto. Se distribuisco 10 caramelle senza proteggere Paolo, Gianni si ritroverà con 17 e Paolo con 3. Il divario cioè sarà aumentato. Per diminuire il divario tra i due, bisogna investire più energie per i più deboli di quanto se ne investano per i più forti. Nella realtà avviene sempre il contrario e così chi è forte lo diventa sempre di più e chi è debole è sempre più incapace di farcela da solo. Non basta ovviamente che Gianni rinunci a qualche caramella e ne dia qualcuna delle sue a Paolo. Bisogna agire in modo che Paolo non solo abbia le stesse opportunità di Gianni ma che possa nel tempo diventare indipendente dalle caramelle di Gianni, se no ne sarà sempre schiavo. Basta rinominare Gianni “Nord del Mondo”, Paolo “Sud del Mondo”, le caramelle “cibo, cultura, salute, soldi, energia, tecnologie, diritti umani,…” e credo sia tutto abbastanza chiaro.

D. Come hanno reagito la tua famiglia ed i tuoi amici a questa decisione?

R. Beh, la mia famiglia, per quanto a tratti preoccupata, è stata come dicevo la culla di questa decisione e quindi sicuramente mi appoggia. Gli amici, quelli veri, anche. Qualcuno, ovviamente non capisce perchè non sia rimasto a lavorare a Londra, dove lo stipendio è più alto. Non sempre è facile far accettare che non sia il denaro il criterio di scelta di un lavoro.

D. Quanto tempo resterai in Liberia? La durata dalle missione viene stabilita da te o e’ pianificata dall’ organizzazione?

R. Sarò in Liberia per un mese e poi a disposizione dell’ONG per altri due mesi. Questo vuol dire che potrei rimanere là più a lungo o essere inviato in un altro paese. In ogni caso la scelta della mia organizzazione è di lavorare dove ci sono condizioni di emergenza. Non si ha la pretesa di risolvere completamente un emergenza sanitaria, ma si punta a creare le condizioni affinché gli organismi di un paese e altre associazioni internazionali umanitarie, governative e non, possano operare in modo efficace.
Questo rispecchia molto il mio lavoro. Un anestesista-rianimatore non guarisce nessuno, ma agisce in condizioni di emergenza per stabilizzare un paziente affinché poi medici di altre discipline possano portare a termine la guarigione.

D. Come ti stai preparando alla partenza?

R. Diciamo che è una preparazione che dura da più di due anni. Una prima missione di prova di un mese in Zambia nel 2004, il corso di Medicina Tropicale dell’Università di Brescia che mi ha impegnato per tre mesi nella primavera del 2005 e l’anno trascorso a Londra sono i passaggi che mi ero proposto. Sto cercando di ripassare alcuni argomenti di anestesia, soprattutto in situazioni con risorse limitate, di capire di più del paese dove vado, di trascorrere tanto tempo con la mia famiglia e con i miei amici più cari, da cui mi lascio rassicurare e provocare allo stesso tempo.

D. Hai avuto altre esperienze che ti hanno portato a stretto contatto con la guerra, la poverta’, la carestia?

R. Sono stato in Zambia, dove non c’è guerra, ma c’è povertà e carenza di medici e strutture sanitarie. E’ stata un’esperienza sicuramente utile per capire meglio il senso di un intervento umanitario esterno in un paese povero, a coglierne i limiti e anche le contraddizioni.

D. Che cosa ti aspetti da questa esperienza?

R. Di tornare più “grande” come uomo e come medico. Di avere voglia di ripartire.
Di mettere a frutto quello per cui mi sono preparato. Di migliorare, anche solo di poco, come una goccia in un mare, le condizioni della gente che incontrerò. Non è Baden-Powell che ha detto: “Cerca di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato”?

Si’, Luigi, e’ proprio lui. A me non resta che augurarti di trovare tutto quello che cerchi e anche di piu’e, come diciamo noi Scout……BUONA STRADA!
Raffaella Corradini Osculati