Party

Oggi è stato l’ultimo giorno in cui ho lavorato con il mio chirurgo svedese. Missione breve la sua, solo due settimane. Sono state le sue ferie di luce: ogni inverno il suo ospedale prevede due settimane di ferie invernali per tutti i dipendenti perché possano andare in posti dove c’è tanto sole e prevenire le frequenti depressioni del lungo buio nordico.
All’interno del suo ospedale è stata anche allestita una stanza completamente bianca e illuminata da luce calda, dove il personale può fermarsi e rigenerarsi durante le ore di lavoro.
Altra partenza, un chirurgo spagnolo con cui non ho mai lavorato ma con cui ho fatto una lunga chiacchierata ieri sera. È stato qui dallo scorso mese di agosto. Persona intelligente e curiosa. Ha operato diverse centinaia di feriti e ha sviluppato, attraverso i rapporti con pazienti e familiari, uno sguardo privilegiato sulla questione Gaza.
Sguardo sofferto ma disilluso di chi sa leggere le complessità, capacità che manca a molti ormai. Talvolta basterebbe anche solo la lucidità di cogliere le incongruenze, non necessariamente trovare soluzioni (queste ultime non nascono quasi mai dal genio improvviso ma dalla costruzione costante di un percorso culturale). Già solo cogliere le contraddizioni sarebbe quindi segno di lungimiranza. Come quando il mio chirurgo plastico seziona strato per strato la cute bruciata, alla ricerca del derma ancora sanguinante e quindi vitale. Così, dobbiamo cercare, strato dopo strato, di arrivare dove la speranza può rigenerarsi, imparando anzitutto a leggere le contraddizioni.
Le contraddizioni di UNWRA, l’agenzia ONU che si occupa dei rifugiati di Gaza, che dopo 70 anni ancora manda i figli dei rifugiati (più della metà della popolazione) a scuole per soli rifugiati dove insegnano maestri rifugiati. Uno dei miei infermieri, figlio di rifugiati, si definisce di Giaffa (ora inglobata in Tel Aviv, ndr). Non l’ha mai visitata. I suoi figli pure, dicono di essere di Giaffa. Chissà se la vedranno mai.
Le contraddizioni del primo ministro israeliano che chiede aiuto all’Europa per garantire il rispetto delle leggi internazionali dopo essersi vantato in parlamento di essere stato il premier che ha costruito più insediamenti in West Bank in assoluto.
Quelle dei governanti populisti europei di ispirazione antisemita che vedono nel primo ministro israeliano il referente nazionalista cui ispirarsi.
Quello dei politici della West Bank che hanno lasciato che Gaza venisse isolata e dimenticata, togliendole i finanziamenti, senza neppure riuscire a ottenere in cambio alcun vantaggio politico per loro stessi e i loro concittadini.
Quello dei sostenitori dei boicottaggi, che colpiscono i palestinesi insieme agli israeliani, i primi legati ai secondi dalla stessa moneta (sì, compro gli shawarma a Gaza con gli shekel israeliani). Potreste continuare anche voi.
Su Hamas non dirò nulla: sono ancora dentro la Striscia. Va bene fare il brillante, ma non troppo.
Buona Santa Lucia, spero che questa mattina abbiate trovato tanti dolcetti nelle vostre scarpe. Io vado alla cena di Natale con il mio staff palestinese.

Spy story

Da almeno due mesi una squadra di militari israeliani si era introdotta nella Striscia di Gaza di nascosto. I membri lavoravano come autisti di ambulanza per una ONG sanitaria, utilizzando le identità di veri abitanti della Striscia. Il commando si sarebbe occupato di sostituire apparecchiature per sorveglianza e intercettazione. L’11 novembre scorso alcuni membri di al-Qassam (la polizia di Hamas) ha identificato due di queste spie. Il sospetto è nato durante un normale controllo a un posto di blocco. I palestinesi si sono accorti che l’accento dei due israeliani era sospetto e hanno chiesto di fare delle verifiche. Ne è nata una sparatoria in cui sono morti 7 membri di al-Qassam e un agente israeliano. La rabbia di Hamas e della Jihad Islamica si è sfogata con il lancio di 370 razzi contro Israele il 12 novembre. La maggior parte dei razzi sono caduti in aree disabitate o sono stati intercettati dal sistema di difesa israeliano “Iron Dome” ma ci sono stati due feriti gravi e un morto. In risposta, le forze armate israeliane hanno bombardato alcune postazioni strategiche nella striscia di Gaza e alcune abitazioni (una casa distrutta era proprio dietro la nostra).
I bombardamenti sono durati per 48 ore, bloccando tutte le nostre attività e il trasporto dei pazienti (abbiamo un sistema di navette che accompagnano e riportano a casa i pazienti per effettuare le visite, le medicazioni e i trattamenti chirurgici e fisioterapici).
In ottobre, nella clinica di fronte a casa dove si tengono i trattamenti ambulatoriali, abbiamo trattato 1380 pazienti (1045 feriti e 335 con ustioni). Stiamo conducendo trattative con il Ministero della Salute per ampliare la nostra attività e avere più letti di ricovero, una sala operatoria in più e un laboratorio di microbiologia.
Dopo 24 ore di bombardamenti, il primo Ministro israeliano Netanyahu ha accettato la proposta di cessate il fuoco di Hamas, ma a quel punto si è dimesso il Ministro della Difesa Lieberman che avrebbe valuto un “pugno di ferro” più devastante contro Gaza.
Proprio ieri (di domenica da noi si lavora) abbiamo operato un padre di famiglia a cui sono esplose le gambe nei bombardamenti di novembre. Ci siamo tutti abituati, ma per qualche motivo in sala è calato il silenzio di fronte alla dignità sofferente di questo uomo. Forse perché talvolta gli invalidi pesano di più dei morti.
La geniale idea delle spie israeliane si è ovviamente ripercossa sulle ONG, specialmente su quelle più grandi come la mia, alimentando in Hamas i sospetti di collusione con Israele. Hamas intanto, a proposito di accuse di collaborazionismo, ha appena condannato a morte 6 palestinesi, tra cui una donna.
“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Buon compleanno, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Kids

Una cosa che non è in crisi a Gaza è la natalità. La media tra i medici e gli infermieri palestinesi che lavorano con me è di sei figli. “Più figli hai, più la tua famiglia è forte, quindi godrai di maggior rispetto e avrai meno problemi”. Questo mi racconta il mio assistente di anestesia. Lui ha solo tre figli, ma è giovane e la moglie è nuovamente incinta del quarto. Appartiene a una famiglia originaria di Gaza, perché anche se sono passati 70 anni gli autoctoni e gli immigrati sono ancora due sotto popolazioni diverse. Vorrebbe lavorare per la mia organizzazione come espatriato e fare esperienze all’estero. È comunque contento del suo contratto con noi che, anche se lo occupa pochi giorni al mese, gli garantisce più introiti del lavoro fatto per conto del Ministero della Salute (MoH), per il quale viene pagato solo al 40% del salario dovuto e ogni 50 giorni.
55 giorni sono invece il termine per presentare a Israele una domanda per uscire dalla Striscia. Può essere rifiutata senza alcuna motivazione e si può eventualmente ripresentare solo dopo un anno. Settimana scorsa, nel mezzo di una seduta operatoria, è arrivata la notizia che uno dei nostri infermieri palestinesi aveva ottenuto il permesso per frequentare un corso di aggiornamento a Parigi. Un boato di gioia.
Intanto io cerco di fare quello che so fare, l’anestesista dei bambini. Abbiamo introdotto un nuovo protocollo di sedazione procedurale endorettale e stiamo sperimentando una modalità sicura per la sedazione pre anestesiologica. Nulla di speciale, ma in questo modo potremo trattare un numero maggiore di bambini ustionati, altrimenti sottoposti o a medicazioni senza alcuna terapia farmacologica (un po’ perché si continua a pensare che sia normale che un bambino pianga, un po’ perché il carico di lavoro fa ritenere la sedazione un lusso) o lasciati guarire senza alcun trattamento, con gravi conseguenze estetiche e funzionali.
Quello che invece non sono riuscito a fare è stato salvare un bimbo di 2 anni. L’ho visto morire in Terapia Intensiva senza poter intervenire perché non era un nostro paziente.
Nei miei rapporti di fine missione analizzo sempre le cause della mortalità dei miei pazienti. In genere distinguo tre classi: quelli che non avremmo potuto salvare neppure da noi; quelli che avremmo potuto salvare in un setting simil-europeo che sul terreno, per una serie di ragioni (risorse umane e strumentali), non possiamo realizzare; quelli che avremmo potuto salvare anche qui con una organizzazione diversa (sono gli errori di fissazioni, le diagnosi errate, il mancato riconoscimento di segni clinici di allerta). Su questi ultimi, ovviamente, dobbiamo lavorare, soprattutto quando si appartiene a culture diverse, quando non si ha la possibilità di interloquire direttamente con un paziente o con i suoi familiari, quando si danno per scontati conoscenze, capacità o sistemi organizzativi. Quando non si conosce bene l’orografia del territorio, come direbbe Max.
Ora dovrò inserire una quarta classe nell’analisi della mortalità, mai utilizzata prima: la non ingerenza. Brucia, tanto.
Anche questo è il risultato dell’embargo, medici locali non sempre preparati a sufficienza ma molto orgogliosi, obbligati a confrontarsi solo con loro stessi. Esistono anche colleghi palestinesi desiderosi di imparare e grati per ogni consiglio clinico a loro dato, ma non è ciò che è successo in quella situazione.
Io intanto ho iniziato a dire di essere sposato perché se no mi guardano con sospetto. Sui bimbi, no, anche se mi inventassi di averli non riuscirei mai a ricordarmene nomi ed età. Poi, forse va bene così, dimostrare che si può essere forti e guadagnare il loro rispetto anche senza essere titolari di una squadra di pallavolo.

Le bandiere del Qatar (riportateci a casa nostra)

“Le migrazioni sono fenomeni complessi, sono il risultato di molteplici fattori – economici, sociali, ambientali, personali – e non possono essere riassunte in pochi slogan. […] La crescita economica non frena le migrazioni, non è vero che siano i più poveri a migrare e, soprattutto, la maggior parte dei migranti non si dirige verso i Paesi occidentali. Le migrazioni attengono – a ben vedere – alla sfera dei diritti, ovvero al diritto di muoversi liberamente, di cambiare paese, di cercare un lavoro dignitoso, di sperare, per sé e la propria famiglia, un futuro migliore.”
Scrive così Pietro Raitano, direttore di Altreconomia, nell’introduzione di un intenso libro sui migranti, “Alla deriva” (1). Leggendola, non si può evitare di pensare agli abitanti di Gaza, che mai moriranno mentre attraversano il Mediterraneo, perché non potranno mai prendere la strada del mare, come nessun’altra strada. La maggior parte di loro, come già spiegato, sono migranti o figli di migranti, e sarebbero ben lieti di “tornare a casa loro” se solo avessero la possibilità di attraversare il Muro.
Nell’“Amaca” dello scorso 30 novembre, Michele Serra ricordava, a proposito dello scontro politico che vede tradizionalmente opposti i sostenitori della lotta alla povertà e i garanti della sicurezza: “poiché pare che i paesi più insicuri al mondo siano anche quelli più poveri (risulta che a Stoccolma vivere sia meno rischioso che in Nigeria) le due tesi potrebbero essere portate a sintesi: meno povertà = più sicurezza”. Trovo che questa formula illuminante si possa adattare molto bene anche al conflitto israelo-palestinese.
L’economia di Gaza è sfasciata da un embargo che dura da 10 anni, come dettagliatamente racconta Ilaria Sesana su Altreconomia dello scorso settembre (2). Il tasso di disoccupazione è al 44%, ma raggiunge il 60% nella fascia tra i 15 e i 29 anni (3). Anche chi ha un lavoro non se la passa bene: sono molti i dipendenti statali che non ricevono lo stipendio da diversi mesi o che ne ricevono solo una parte. A saldare il conto ci pensa zio Tamin bin Hamad al-Thani, l’Emiro del Qatar che ha appena versato sui conti statali di Gaza 15 milioni di dollari, la prima parte di una donazione di 90 milioni destinata a pagare gli stipendi. In suo onore hanno addobbato con centinaia di bandierine del Qatar la strada che porta a Khan Yunis. Che i dollari qatarioti non finiscano nella mani di Hamas ci pensa Israele perché se Doha vuole fare un regalo a Gaza, è Tel Aviv che deve accettarlo. Da parte sua Hamas ha promesso, in cambio dei rifornimenti alle case statali, che limiterà i manifestanti sotto il Muro (come insegna la destra francese, se puoi mettere la tua firma sotto la protesta dei gilet gialli, perché perdere l’occasione?).
Vero è che nelle ultime due settimane i feriti del Venerdì sono diminuiti considerevolmente e cosi da oggi abbiamo potuto dedicare più spazio nelle liste operatorie ai bambini ustionati: gli incidenti domestici, soprattutto sotto i 5 anni di età, sono molto diffusi, ma negli ospedali non c’è posto per loro. Ne riparleremo. Anticipo solo che il nuovo chirurgo plastico svedese, che ha sostituito la chirurga francese, entrando in sala operatoria questa mattina ha chiesto di poter alzare la temperatura ambientale perché era troppo freddo per i bambini. Già lo amo e gli anestesisti capiranno perché. Se va male ad Alessandria, punto direttamente a Stoccolma.
Vi segnalo intanto la storia di Abdulrahman raccontata da Al Jazeera, ovvero si può sognare anche nella Striscia di Gaza:

https://www.aljazeera.com/indepth/features/disabled-palestinians-defy-challenges-181203065346996.html

(1) Duccio Facchini, Alla deriva. Altreconomia, settembre 2018

(2) https://altreconomia.it/declino-economico-gaza/

(3) Dati World Bank 2018

Breakfast in Gaza

C’è chi prepara il caffè con la moca da 12, chi taglia la frutta a cubetti per una macedonia, chi morde un sandwich al formaggio con lo sguardo assonnato, chi racconta di come ha dormito la notte mentre sorseggia un tè con la shiba, chi scrive con discrezione su whatsapp. Non incontri mai le stesse persone a colazione. Basta cambiare di pochi minuti le proprie abitudini mattutine e le formazioni che ne derivano sono molteplici. Siamo una trentina di “expats”, lo staff internazionale, dal Giappone al Brasile, dalla Norvegia alla Nuova Zelanda, dalle Filippine al Senegal. Tre sezioni diverse (Francia, Belgio e Spagna) che lavorano su una decina di progetti sparsi per la Striscia ma vivono tutte insieme. Ho incontrato colleghi con cui ho già lavorato in passato, tutti molto cari: l’infermiere filippino di Kunduz, l’ospedale nel nord dell’Afghanistan distrutto da un raid americano nel 2015, la dottoressa francese e il fisioterapista brasiliano di Qabasin, in Siria, e l’infermiera francese di Mosul, in Iraq. Poi ciascuno lava la sua tazza e il suo piatto e ci si prepara per andare al lavoro, come in ogni famiglia.
Io sono fortunato perché posso andarci a piedi, l’ospedale al-Shifa dista solo 4 isolati. Siamo io e la chirurga plastica francese. Camminando per strada sembra di essere in una città medio orientale qualunque: strade asfaltate piene di polvere, il minareto, il carretto carico di arance, trainato da un asino, che si divide il mercato con il colorato negozio di ortofrutta, il banchetto per le ricariche dei cellulari proprio nel mezzo dell’incrocio, poco più avanti un esposizione di elettrodomestici luccicanti. Molte macchine, nessun codice della strada. Non esistono trasporti pubblici, esistono i GazaUber, come li chiama il mio Diego, macchine che offrono passaggi a pagamento e che per farsi pubblicità suonano un colpo di clacson per ogni persona che vedono camminare sul marciapiede. Colpi di clacson. Che vanno a sommarsi a quelli che salutano l’amico per strada (colpo di clacson), a quelli delle macchine che arrivano all’incrocio e conquistano la precedenza (colpo di clacson), a quelli che la precedenza l’hanno persa loro malgrado (colpo di clacson) a quelli che vogliono superare il carretto carico di arance (colpo di clacson) a quelli che arrivano in direzione opposta e si trovano di fronte la macchina che ha appena superato il carretto con le arance (colpo di clacson), a quelli della moto che sono amici di quelli della macchina che viaggiava nella direzione opposta a quella che ha superato il carretto (colpo di clacson). Poi ci sono i bambini, a ciuffetti, tutti con i loro grembiulini verdi (non credo che la bandiera di Hamas c’entri nulla) e gli zainetti in spalla. La sosta al negozio per comperare i biscotti per la merenda di metà mattina con i nostri infermieri. Poi l’ospedale. Dove mi aspettavano con trepidazione. Si era sparsa la voce che fossi quello di 10 anni fa. Due miei infermieri, sì, si ricordavano di me e mi aspettavano. “Luigi, hai cambiato gli occhiali!”. “Ti ricordi quel bambino con l’ustione sul torace? L’ho visto pochi giorni fa, adesso è un ragazzone!”.
In genere gli occhi mi si inumidiscono alla fine della missione.
Oggi è la giornata mondiale per la lotta all’HIV.
MSF Italia ha pubblicato sul suo sito un comunicato stampa per ribadire la necessità di terapie specifiche per i bambini sieropositivi.
https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/giornata-mondiale-contro-hiv-aids-le-case-farmaceutiche-si-dimenticano-dei-bambini/
Perché “the epidemic is not over”, come ricorda il WHO.
http://www.who.int/hiv-aids/latest-news-and-events/why-the-hiv-epidemic-is-not-over

Caffè al cardamomo (Gaza for dummies)

Solo chi si è trovato travolto, almeno una volta nella vita, dall’aroma del caffè al cardamomo, sa di che cosa stia parlando. Per me Gaza è, prima di tutto, il profumo del caffè al cardamomo. Appena mi ha accarezzato, lunedì mattina, mi sono sentito arrivato.

Non so se lo avessero offerto anche a Churchill quando, da Segretario di Stato per le Colonie, disegnò a mano i confini del Medio Oriente, al termine della prima guerra mondiale. Eh si, dopo i Cananiti, gli Egiziani, i Filistei, gli Israeliti, gli Assiri, i Greci, i Romani e gli Ottomani, Gaza passò anche tra le mani degli Inglesi e fu proprio il buon vecchio Wiston che tra uno sbuffo di sigaro e un sorso di caffè al cardamomo, arringò più o meno così i palestinesi di Gaza: “Ragazzi, fatevene una ragione. Dobbiamo accettare che una volta che ce ne saremo andati da qui anche gli ebrei abbiamo un loro stato. Io vi prometto che difenderò i vostri interessi”. Poi ci furono la seconda guerra mondiale e l’Olocausto. Gli inglesi mantennero la promessa, nel senso che se ne andarono dalla Palestina, ma l’unico stato che nacque fu quello israeliano. Gaza, insieme a una buona parte del sud della Palestina, rimase ai palestinesi, decisamente meno preparati ad autogovernarsi. Tempo zero scoppiò la guerra arabo-israeliana: l’Egitto conquistò Gaza, mentre gli Israeliani spinsero molti palestinesi a cercare rifugio a sud, oltre le linee egiziane, allargando i confini del loro stato neonato.

Un esodo per 700.000 persone che persero la loro terra e il diritto di ritornarvi. Fu la “Nakba”, la Catastrofe per i palestinesi. Era il 1948. Con la guerra dei sei giorni Israele nel 1967 riconquistò la Striscia, che a quel punto era abitata da nativi e dai profughi della Nakba, e la occupò. Qualcuno pensò che il tempo avrebbe curato tutto e i palestinesi si sarebbero dimenticati delle terre sottratte. Non avvenne e la la Striscia di Gaza divenne il cuore della prima Intifada, la rivolta palestinese contro l’occupazione israeliana. Nel 1993 ci furono gli accordi di Oslo e la striscia rimase ai palestinesi, anche se gli israeliani ci costruivano ancora dentro le loro case. Fino al 2005, quando Sharon capì che non era più sostenibile, almeno dal punto economico per i costi necessari a garantire la sicurezza dei coloni, e tirò fuori uno a uno tutti gli israeliani, anche i più riottosi. Era meglio lasciare la Striscia di Gaza ai Palestinesi e murarli dentro. Così avvenne. Il malcontento palestinese a Gaza si ritorse anche contro i loro rappresentanti politici e così nel 2006 elessero al governo della Striscia una formazione estremista malvista da Israele e USA, Hamas. Per ritorsione, oltre al Muro, Israele impose il blocco totale, con il controllo di terra, cielo e mare. Nessuno entra e nessuno esce senza l’accordo di Israele. Da lì in poi lo sapete anche voi. Gli Israeliani difendono il loro diritto a uno stato e i palestinesi cercano di riguadagnare la loro terra. Solo che qui dentro ci sono due milioni di persone, mica Castelveccana. Di queste 1.300.000 sono ancora i profughi e i loro discendenti della Nakba.

Questa primavera ricorrevano i 70 anni dalla perdita delle loro terre. Così i palestinesi della Striscia hanno ideato la Grande Marcia del Ritorno. Per tornare a casa loro, fuori dalla Striscia. Ogni venerdì dallo scorso mese di maggio, organizzano una manifestazione sotto il Muro. Che è un muro. Lo sanno che non passeranno mai dall’altra parte. Lo fanno perché è l’unico modo che hanno per ricordare al mondo che sono prigionieri, costretti tra il mare e il Muro. Una sorta di performance collettiva, un flash-mob, la dimostrazione fisica che il tempo non ha cancellato nulla. Palestinesi che si avvicinano al muro e israeliani che dall’alto sparano mirando alle gambe. Ginocchia che esplodono, tibie polverizzate e ospedali pieni ogni venerdì. Con l’obbligo, negli ospedali governativi, di fare tutto in fretta per poter dimettere i feriti e fare posto a quelli nuovi del venerdì successivo. Ecco perché io sono qui. Per il caffè al cardamomo, che mi fa sentire a casa in questa terra soffocata. E per curare le tibia spezzate e aggiustate in po’ troppo di fretta.

Borders

Questa volta niente picnic nel deserto. Il disagio maggiore è stato il vicino di posto sul volo Istanbul-Tel Aviv che non conosce il principio dell’inibizione da contatto. In aeroporto mi hanno tenuto in attesa al controllo passaporti solo per un’oretta senza neanche troppe domande. Poi nella guest house di Gerusalemme, attraverso il buio e la nebbia lungo un’autostrada imprigionata dal Muro e dal filo spinato (per diversi chilometri infatti questa strada attraversa i Territori Palestinesi). Qualche ora di sonno e poi il risveglio con la tipica voce baritonale di un chirurgo teutonico. Alle 10 ero già in macchina a motore acceso mentre il logista dell’ufficio mi illustrava rapidamente i passaggi dell’ingresso nella Striscia. Il briefing più conciso che abbia mai avuto. Poi di nuovo autostrada. Ti accorgi che ti avvicini a Gaza quando la strada diventa a una sola corsia, deserta, e nel cielo avvisti il dirigibile che, dall’alto, sorveglia silenzioso ogni movimento. Poi il Muro. I controlli Israeliani. Un corridoio lungo un chilometro. Poi i controlli dell’Autorità Palestinese. Un tratto in macchina e infine i controlli di Hamas. Un container adibito a ufficio. Io due chirurghi e una logista. Il nostro interprete e autista. Il funzionario palestinese, stretto in un giaccone col collo di pelliccia in cui fatica a respirare. È simpatico, sembra fare domande più per dovere che per convinzione. Lo schermo del computer portatile tenuto insieme con il nastro adesivo. Poi finalmente la città, viva, contro ogni previsione.

Gaza, again

Gaza. Lo sapevo che ci sarei tornato.
Sono passati dieci anni. Era inverno, come ora. C’era una guerra in corso, come ora. Le cicatrici peggiori rimanevano sul corpo dei bambini, come ora. Il cuore ribolliva di rabbia, come ora. È stata la missione più difficile, come lo sarà questa, per una fatica che allora non conoscevo e che mi metterà in difficoltà anche adesso: l’annebbiamento di uno dei cardini dell’azione umanitaria, la mia neutralità. 10 anni fa mi preoccupavo della mia preparazione clinica, del carico di lavoro, delle condizioni ambientali, dei feriti. Dei bambini. Poi entrai nella Striscia. “We are happy to have you here!”. Così mi accolsero i palestinesi, quando finalmente, dopo diversi giorni di attesa a Gerusalemme, arrivai insieme al team chirurgico di emergenza.
Era la fine del 2008. Negli USA mancavano poche settimane al termine del mandato di Bush jr. Nella Striscia governava Hamas che, insieme a milizie indipendenti, aveva ripreso il lancio di razzi da Gaza verso i villaggi posti a sud di Israele. Gli israeliani, prossimi alle elezioni politiche, avevano deciso per una massiccia operazione aerea e di terra che chiamarono Piombo Fuso. In Italia (perché tutto è davvero già visto) gli Ordini dei Medici Chirurghi insieme alle principali ONG mediche, si mobilitavano contro una norma in discussione al Senato che avrebbe obbligato i medici di Pronto Soccorso a segnalare i pazienti stranieri irregolari.
Nella primavera del 2009, l’ONU istituì una commissione per investigare le violazioni delle
leggi internazionali e dei diritti umani commesse nel contesto dell’operazione Piombo Fuso (UN Fact Finding Mission on the Gaza Conflict). Ne originò un rapporto, conosciuto con il nome del Presidente della commissione, Richard Goldstone, già Giudice della Corte Costituzionale del Sud Africa e membro del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia e il Rwanda. “Israele ha condotto una politica di isolamento mirata alla punizione collettiva della popolazione di Gaza, minata da tre anni di blocco totale, privata di beni essenziali, come medicinali, carburante, elettricità, materiali scolastici e materiali per l’edilizia e resa dipendente dagli aiuti umanitari internazionali. L’operazione contro Gaza, deliberatamente sproporzionata, è stata ampiamente e attentamente pianificata come un attacco contro la popolazione considerata come un insieme, con l’obiettivo di punirla, umiliarla e terrorizzarla”.
Me lo ricordo ancora: un paesaggio martoriato e grigio e un aereo da ricognizione che ronzava costantemente sopra le nostre teste, la prima visita all’ospedale di Al Shifa con il bambino che vendeva il tè in mezzo alle ambulanze cariche di feriti. Poi la costruzione e l’allestimento del nostro ospedale di emergenza, alloggiato in una tenda gonfiabile. La brusca diminuzione delle urgenze con la fine dell’operazione Piombo Fuso e l’inizio della triste attività di revisione dei monconi infetti dopo le amputazioni fatte in condizioni precarie. Mi dicono che anche ora sia così: il 90% di quelli che a Gaza chiedono soccorso agli ospedali hanno ferite da arma da fuoco alle gambe, il 52% ha fratture esposte. Per molti le amputazioni sono l’unica scelta, anche perché la mancanza di protocolli di controllo delle infezioni, le prescrizioni irrazionali e la facile disponibilità di antibiotici ha creato una resistenza agli antibiotici difficile da gestire (BMJ ottobre 2018).
“Essere un chirurgo in queste circostanze è per certi versi semplice. Sai che fuori c’è l’inferno, ma non puoi fare nulla per quello. Entri in sala operatoria e ti concentri sul tuo paziente. Poi fai del tuo meglio per il successivo. Uno alla volta. Provi a non pensare a quelli che verranno dopo”. Così racconta una chirurga dell’Università di Verona, in missione a Gaza la scorsa estate.
“Provare vergogna e senso di colpa alla vista dell’ospedale Al Shifa non è tradimento: è
semplice umanità. Questo è il momento di porre interrogativi sulla nostra statura morale.
Bisogna guardare anche il sangue e le sofferenze che ci sono dall’altra parte del confine.
Bisogna sapere che i ‘bambini del sud’ non sono solo i bambini che abitano a Sderot, ma anche i bambini di Beit Hanun, che hanno un destino infinitamente più amaro”. Così scriveva nel 2009 Gideon Levy, giornalista israeliano di Ha’aretz.
Grazie a chi, anche quest’anno, vorrà accompagnarmi sul mio Double Decker. Oggi si parte, via Istanbul.
Gaza, again.

Mako mushkelah

Le ultime ore ad Hammam al-Alil sono state le più difficili.
Non ricordo nessuno dei nomi dei pazienti che ho curato, mi capita anche in Italia, però mi ricordo gli sguardi di ciascuno di loro. Due donne, tre bambini e un uomo.
Mi piace chiamarla “la piccola strage della farina”, a memoria della strage del pane di Sarajevo, perché le guerre fanno tutte schifo allo stesso modo.
Dicono che si fosse sparsa la voce che distribuissero della farina. In molti sono accorsi per averne un po’ per la propria famiglia. Sono stati presi in pieno da una granata.
La prima ragazzina ha 8 anni. Capelli lunghi, neri come gli occhi. Una scheggia le ha trapassato l’addome e le ha bucato l’intestino. Piccole lacerazioni che il chirurgo ha riparato senza difficoltà. Starà bene.
Una madre, 4 figli, è stata più sfortunata. Sguardo terrorizzato di chi sta male ma ce la deve fare. Anche a lei una scheggia ha bucato l’intestino, ma ha fatto molti più danni a livello del pavimento pelvico, causandole una emorragia gravissima. L’intervento non è potuto essere risolutivo. Durante la notte le sue condizioni sono peggiorate ed è entrata in uno stato di sepsi. Abbiamo deciso di riportarla in sala operatoria al mattino, consapevoli che sarebbe stata dura, ma ci abbiamo provato lo stesso: lo dovevamo ai suoi quattro bimbi. Abbiamo finito l’intervento, ma ormai avevo capito che non sarei riuscito a svegliarla dall’anestesia. Gli ospedali da campo obbligano a fare delle scelte, sai già a priori che alcune condizioni non le potrai curare, ma poi queste condizioni ti si presentano lo stesso. Tu sai che in altri contesti potresti fare di più per restituire una mamma ai suoi bambini, qui no, e brucia, brucia tanto. Ho aspettato in sala operatoria, insieme al mio infermiere di anestesia e al mio amico chirurgo iracheno, che il suo cuore smettesse di battere.
Alla seconda bimba, 4 anni, capelli ribelli, una scheggia ha distrutto il femore. È stata medicata in un punto di primo soccorso vicino alla linea del fronte (li chiamiamo TSP, Trauma Stabilization Point) ed è stata mandata da noi. Quando è arrivata aveva tanto male. Ci siamo resi conto che la frattura da sola non giustificava un dolore così e aprendo la medicazione abbiamo capito che oltre al femore era stata distrutta anche l’arteria femorale, il vaso che porta il sangue a tutta la gamba. L’arto era freddo per l’ischemia, probabilmente già da diverse ore. L’abbiamo portata subito in sala operatoria. Quattro ore di intervento per ricostruire l’arteria danneggiata e permettere al sangue di arrivare fino al piede. L’ho svegliata che fuori albeggiava. Con la luce del giorno abbiamo potuto trasferirla in un centro di chirurgia vascolare dove capiranno se il nostro intervento eroico è stato in grado salvarle almeno un pezzo di gamba.
La seconda donna è arrivata in condizioni abbastanza stabili. Era ancora sufficientemente energica da poter urlare contro la nostra infermiera svizzera che voleva rimuoverle il reggiseno. Le abrasioni sull’addome non potevano però lasciarci tranquilli: se l’è cavata con l’asportazione della milza, spaccata in due. È l’unica dei sei personaggi di questo racconto di cui posso ricordare il sorriso dopo l’intervento.
Un bimbo, 3 anni, è stato investito dalla forza dell’esplosione. Me lo hanno portato in sala che era sveglio, la pelle del braccio e della gamba penzolante come stracci sporchi di terra. Era tranquillo. Continuava solo a ripetere la stessa frase: “Ho sete”.
Abbiamo pulito chirurgicamente tutte le ferite e lo abbiamo poi trasferito in un centro per ustionati. Se la caverà, anche se avrà bisogno di diversi interventi per riscoprire la cute.
Alla fine c’è un uomo. Lui non era alla strage della farina. Era in carcere, in attesa di un processo. È uno dei tanti sospettati di essere appartenente o complice di Daesh. È stato torturato con la corrente elettrica fino a distruggergli i reni. Negli ultimi giorni abbiamo iniziato ad accogliere alcuni prigionieri del centro di detenzione di Hammam al-Alil. Qualche centinaio di persone stipate in una stanza senza finestre, dormono a turni perché non c’è spazio per coricarsi tutti insieme. È un dilemma enorme: curare un prigioniero, che vive in condizioni disumane, sapendo che rimetterlo in salute significa riconsegnarlo ai suoi aguzzini o rinunciare a priori sapendo che lascerai morire una persona?
Ci sono i pensieri e ci sono le persone. Questo ragazzo ha la metà dei miei anni. Non so di che cosa sia sospettato esattamente. Abbiamo attraversato anche noi, nel nostro dopoguerra, il tempo del sospetto e della giustizia facile. Forse non ha alcuna colpa, magari invece ha picchiato, stuprato e ucciso una donna indifesa. Io ho visto davanti a me solo un ragazzo rattrappito, incapace di bere da solo, che faticava a parlare. Abbiamo deciso di provare a curarlo, ma presto ci siamo resi conto che avrebbe avuto bisogno di dialisi. Solo l’ospedale di Mosul avrebbe potuto trattarlo. Abbiamo provato per due volte a trasferirlo, senza successo. Magari avevano tanti altri casi da trattare. Magari non hanno voluto prendersi in carico un prigioniero. Chi può capire che cosa significhi per un medico o per un infermiere di Mosul decidere di curare uno che ha contribuito a trasformare la città in un inferno? Io non lo immagino. So solo che ho chiesto al mio di infermiere, quello che era in turno con me domenica in Terapia Intensiva, se se la sentisse di alleviare le sofferenza di un uomo che stava morendo per mancanza di aria. Lui mi ha riposto di sì. Così abbiamo fatto. Medicina palliativa, questa la si può fare ovunque, basta un po’ di pietà. Ho aspettato che smettesse di respirare prima di salire sulla macchina, con il ricordo dei suoi occhi vuoti, per fare ritorno a Erbil.

Passano gli anni e i pensieri si fanno più complessi, riesce sempre più difficile condensarli in poche righe. Dico solo che per un attimo ho pensato che sarebbe stata la mia ultima missione, tanto ho faticato all’inizio ad accettare alcuni situazioni abitative. Poi mi sono rimesso in gioco, ho grattato il fondo del mio barattolo di flessibilità, ho fatto qualche intervento a gamba tesa, ho sorriso molto. Le cose che so fare. Sono riuscito a migliorare qualcosa anche per i miei colleghi.
Volo sopra la Turchia, tra poco sarò a Istanbul e domattina sul mio lago.
No, non ce la faccio, non sarà l’ultima.
“Mako mushkelah”, nessun problema. È stato il tormentone che ci ha accompagnato in queste settimane, una sorta di “Hakuna Matata” arabo. Vi lascio con questa frase. Perché alla fine la vita è un grande gioco, vince chi non si prende troppo sul serio.
Andiamo in garage. Grazie a chi è arrivato con me fino alla fine, ma anche a chi ha fatto solo una fermata. Mako mushkelah.

PHCC

Ultimo giorno ad Hammam al-Alil.
Dal mio arrivo in ospedale sono già cambiati i due chirurghi e un anestesista. Domani, arriverà il mio sostituto, mentre io sarò in viaggio per Erbil. Mi fermerò lì fino a martedì. Il programma prevede debriefing e birra. Martedì Erbil-Istanbul, mercoledì Istanbul-Malpensa.
Tra i vari problemi che stiamo affrontando c’è quello relativo alle dimissioni degli infermieri e dei medici locali, che vogliono tornare a lavorare per i loro ospedali governativi. È un segnale positivo, perché significa che stanno riaprendo centri che erano stati distrutti dalla guerra, anche se siamo in difficoltà. Stiamo facendo molte interviste per reclutare nuovo personale. La maggior parte degli ospedali di Mosul è stata danneggiata o distrutta. Alcuni sono stati devastati e incendiati dalle milizie Daesh durante la loro ritirata. Nonostante questo, il sistema sanitario, si sta lentamente riprendendo, anche se ci vorranno mesi per riportarlo in piena efficienza. Soprattuto ci saranno persone che avranno bisogno terapie per diversi mesi. Alcuni sono stati trattati in centri di cura improvvisati di fortuna e in condizioni di scarsa sterilità e avranno bisogno di essere curati per lungo tempo per guarire dalle infezioni. Molti avranno bisogno di fisioterapia e tantissimi di supporto psicologico, che, probabilmente, non avranno mai. I bisogni di salute sono enormi. Stamattina ho visitato il PHCC, il nostro centro di salute primaria (l’equivalente di un poliambulatorio di medicina di base). Vi si rivolgono 300-400 persone al giorno. Alle 9 di mattina, al riparo dal sole sotto una tenda, c’era già una coda lunghissima di donne, tutte avvolte nei loro abiti neri, e bambini colorati. Una delle condizioni che si riceve con maggior frequenza è la malnutrizione infantile. Ho visto una bimba di 6 mesi che pesava 3.500 grammi, la metà di quello che dovrebbe essere alla sua età. La mamma ha raccontato che lei non aveva latte per allattarlo e che solo i bambini delle famiglie dell’ISIS avevano diritto a ricevere il latte in polvere.
Arriva un’ambulanza, dovrebbe essere il ferito all’addome che stiamo aspettando. L’altra equipe sta già operando un ragazzo con una gamba esplosa. La laparotomia tocca a me. Forza Juve.