Mako mushkelah

Le ultime ore ad Hammam al-Alil sono state le più difficili.
Non ricordo nessuno dei nomi dei pazienti che ho curato, mi capita anche in Italia, però mi ricordo gli sguardi di ciascuno di loro. Due donne, tre bambini e un uomo.
Mi piace chiamarla “la piccola strage della farina”, a memoria della strage del pane di Sarajevo, perché le guerre fanno tutte schifo allo stesso modo.
Dicono che si fosse sparsa la voce che distribuissero della farina. In molti sono accorsi per averne un po’ per la propria famiglia. Sono stati presi in pieno da una granata.
La prima ragazzina ha 8 anni. Capelli lunghi, neri come gli occhi. Una scheggia le ha trapassato l’addome e le ha bucato l’intestino. Piccole lacerazioni che il chirurgo ha riparato senza difficoltà. Starà bene.
Una madre, 4 figli, è stata più sfortunata. Sguardo terrorizzato di chi sta male ma ce la deve fare. Anche a lei una scheggia ha bucato l’intestino, ma ha fatto molti più danni a livello del pavimento pelvico, causandole una emorragia gravissima. L’intervento non è potuto essere risolutivo. Durante la notte le sue condizioni sono peggiorate ed è entrata in uno stato di sepsi. Abbiamo deciso di riportarla in sala operatoria al mattino, consapevoli che sarebbe stata dura, ma ci abbiamo provato lo stesso: lo dovevamo ai suoi quattro bimbi. Abbiamo finito l’intervento, ma ormai avevo capito che non sarei riuscito a svegliarla dall’anestesia. Gli ospedali da campo obbligano a fare delle scelte, sai già a priori che alcune condizioni non le potrai curare, ma poi queste condizioni ti si presentano lo stesso. Tu sai che in altri contesti potresti fare di più per restituire una mamma ai suoi bambini, qui no, e brucia, brucia tanto. Ho aspettato in sala operatoria, insieme al mio infermiere di anestesia e al mio amico chirurgo iracheno, che il suo cuore smettesse di battere.
Alla seconda bimba, 4 anni, capelli ribelli, una scheggia ha distrutto il femore. È stata medicata in un punto di primo soccorso vicino alla linea del fronte (li chiamiamo TSP, Trauma Stabilization Point) ed è stata mandata da noi. Quando è arrivata aveva tanto male. Ci siamo resi conto che la frattura da sola non giustificava un dolore così e aprendo la medicazione abbiamo capito che oltre al femore era stata distrutta anche l’arteria femorale, il vaso che porta il sangue a tutta la gamba. L’arto era freddo per l’ischemia, probabilmente già da diverse ore. L’abbiamo portata subito in sala operatoria. Quattro ore di intervento per ricostruire l’arteria danneggiata e permettere al sangue di arrivare fino al piede. L’ho svegliata che fuori albeggiava. Con la luce del giorno abbiamo potuto trasferirla in un centro di chirurgia vascolare dove capiranno se il nostro intervento eroico è stato in grado salvarle almeno un pezzo di gamba.
La seconda donna è arrivata in condizioni abbastanza stabili. Era ancora sufficientemente energica da poter urlare contro la nostra infermiera svizzera che voleva rimuoverle il reggiseno. Le abrasioni sull’addome non potevano però lasciarci tranquilli: se l’è cavata con l’asportazione della milza, spaccata in due. È l’unica dei sei personaggi di questo racconto di cui posso ricordare il sorriso dopo l’intervento.
Un bimbo, 3 anni, è stato investito dalla forza dell’esplosione. Me lo hanno portato in sala che era sveglio, la pelle del braccio e della gamba penzolante come stracci sporchi di terra. Era tranquillo. Continuava solo a ripetere la stessa frase: “Ho sete”.
Abbiamo pulito chirurgicamente tutte le ferite e lo abbiamo poi trasferito in un centro per ustionati. Se la caverà, anche se avrà bisogno di diversi interventi per riscoprire la cute.
Alla fine c’è un uomo. Lui non era alla strage della farina. Era in carcere, in attesa di un processo. È uno dei tanti sospettati di essere appartenente o complice di Daesh. È stato torturato con la corrente elettrica fino a distruggergli i reni. Negli ultimi giorni abbiamo iniziato ad accogliere alcuni prigionieri del centro di detenzione di Hammam al-Alil. Qualche centinaio di persone stipate in una stanza senza finestre, dormono a turni perché non c’è spazio per coricarsi tutti insieme. È un dilemma enorme: curare un prigioniero, che vive in condizioni disumane, sapendo che rimetterlo in salute significa riconsegnarlo ai suoi aguzzini o rinunciare a priori sapendo che lascerai morire una persona?
Ci sono i pensieri e ci sono le persone. Questo ragazzo ha la metà dei miei anni. Non so di che cosa sia sospettato esattamente. Abbiamo attraversato anche noi, nel nostro dopoguerra, il tempo del sospetto e della giustizia facile. Forse non ha alcuna colpa, magari invece ha picchiato, stuprato e ucciso una donna indifesa. Io ho visto davanti a me solo un ragazzo rattrappito, incapace di bere da solo, che faticava a parlare. Abbiamo deciso di provare a curarlo, ma presto ci siamo resi conto che avrebbe avuto bisogno di dialisi. Solo l’ospedale di Mosul avrebbe potuto trattarlo. Abbiamo provato per due volte a trasferirlo, senza successo. Magari avevano tanti altri casi da trattare. Magari non hanno voluto prendersi in carico un prigioniero. Chi può capire che cosa significhi per un medico o per un infermiere di Mosul decidere di curare uno che ha contribuito a trasformare la città in un inferno? Io non lo immagino. So solo che ho chiesto al mio di infermiere, quello che era in turno con me domenica in Terapia Intensiva, se se la sentisse di alleviare le sofferenza di un uomo che stava morendo per mancanza di aria. Lui mi ha riposto di sì. Così abbiamo fatto. Medicina palliativa, questa la si può fare ovunque, basta un po’ di pietà. Ho aspettato che smettesse di respirare prima di salire sulla macchina, con il ricordo dei suoi occhi vuoti, per fare ritorno a Erbil.

Passano gli anni e i pensieri si fanno più complessi, riesce sempre più difficile condensarli in poche righe. Dico solo che per un attimo ho pensato che sarebbe stata la mia ultima missione, tanto ho faticato all’inizio ad accettare alcuni situazioni abitative. Poi mi sono rimesso in gioco, ho grattato il fondo del mio barattolo di flessibilità, ho fatto qualche intervento a gamba tesa, ho sorriso molto. Le cose che so fare. Sono riuscito a migliorare qualcosa anche per i miei colleghi.
Volo sopra la Turchia, tra poco sarò a Istanbul e domattina sul mio lago.
No, non ce la faccio, non sarà l’ultima.
“Mako mushkelah”, nessun problema. È stato il tormentone che ci ha accompagnato in queste settimane, una sorta di “Hakuna Matata” arabo. Vi lascio con questa frase. Perché alla fine la vita è un grande gioco, vince chi non si prende troppo sul serio.
Andiamo in garage. Grazie a chi è arrivato con me fino alla fine, ma anche a chi ha fatto solo una fermata. Mako mushkelah.

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PHCC

Ultimo giorno ad Hammam al-Alil.
Dal mio arrivo in ospedale sono già cambiati i due chirurghi e un anestesista. Domani, arriverà il mio sostituto, mentre io sarò in viaggio per Erbil. Mi fermerò lì fino a martedì. Il programma prevede debriefing e birra. Martedì Erbil-Istanbul, mercoledì Istanbul-Malpensa.
Tra i vari problemi che stiamo affrontando c’è quello relativo alle dimissioni degli infermieri e dei medici locali, che vogliono tornare a lavorare per i loro ospedali governativi. È un segnale positivo, perché significa che stanno riaprendo centri che erano stati distrutti dalla guerra, anche se siamo in difficoltà. Stiamo facendo molte interviste per reclutare nuovo personale. La maggior parte degli ospedali di Mosul è stata danneggiata o distrutta. Alcuni sono stati devastati e incendiati dalle milizie Daesh durante la loro ritirata. Nonostante questo, il sistema sanitario, si sta lentamente riprendendo, anche se ci vorranno mesi per riportarlo in piena efficienza. Soprattuto ci saranno persone che avranno bisogno terapie per diversi mesi. Alcuni sono stati trattati in centri di cura improvvisati di fortuna e in condizioni di scarsa sterilità e avranno bisogno di essere curati per lungo tempo per guarire dalle infezioni. Molti avranno bisogno di fisioterapia e tantissimi di supporto psicologico, che, probabilmente, non avranno mai. I bisogni di salute sono enormi. Stamattina ho visitato il PHCC, il nostro centro di salute primaria (l’equivalente di un poliambulatorio di medicina di base). Vi si rivolgono 300-400 persone al giorno. Alle 9 di mattina, al riparo dal sole sotto una tenda, c’era già una coda lunghissima di donne, tutte avvolte nei loro abiti neri, e bambini colorati. Una delle condizioni che si riceve con maggior frequenza è la malnutrizione infantile. Ho visto una bimba di 6 mesi che pesava 3.500 grammi, la metà di quello che dovrebbe essere alla sua età. La mamma ha raccontato che lei non aveva latte per allattarlo e che solo i bambini delle famiglie dell’ISIS avevano diritto a ricevere il latte in polvere.
Arriva un’ambulanza, dovrebbe essere il ferito all’addome che stiamo aspettando. L’altra equipe sta già operando un ragazzo con una gamba esplosa. La laparotomia tocca a me. Forza Juve.

Acqua

https://youtu.be/jxWA-rMuQmQ
Oggi è stato più o meno cosi. Lungo e difficile. Però sono riuscito a bere tanto.
Il tema dell’acqua è centrale in questa missione.
C’è l’acqua che serve per l’ospedale, 10000 litri al giorno.
C’è l’acqua del Tigri, di cui ho già raccontato le benefiche proprietà.
C’è l’acqua della diga di Mosul, la terza più grande del Medio Oriente, costruita sul gesso e a costante minaccia di crollo. Per chi volesse approfondire il tema, consiglio questi due articoli.
https://www.internazionale.it/opinione/marina-forti/2016/10/18/militari-italiani-mosul-diga
https://www.wired.it/attualita/ambiente/2016/06/03/diga-di-mosul-importante/
C’è, soprattutto, l’acqua da bere. Se ogni missione si accompagna al mantra “bevi appena puoi, mangia appena puoi, dormi appena puoi”, qui a Mosul assume una rilevanza enorme il bere. Non basta mai. Anche quando mi sembra di avere bevuto una quantità enorme di liquidi mi accorgo che non ho fatto pipì da che mi sono alzato.
Caldo e secco.
Nelle nuove sale operatorie abbiamo installato due condizionatori di dimensioni enormi e di potenza eccezionale. Per garantire corrente a tutto l’ospedale, soprattutto in termini di ventilatori e di condizionatori, consumiamo circa 25 litri di gasolio all’ora.
Tra poco farò il giro serale in rianimazione e poi andrò a dormire. Prima però berrò ancora un pochino. Dopo giorni di sola acqua, finalmente sono arrivati dei succhi di frutta. Mela, mango e arancia. Il mango è il mio preferito.
Buona notte!

Ramadan

Questa mattina sono stato svegliato dal boato dei cannoni. Le notizie che giungono dal centro di Mosul sono terribili. Venerdì scorso l’esercito ha fatto piovere sulla città volantini che esortavano i civili a scappare prima dell’assalto finale. Il problema è che proprio oggi sono stati uccisi da Daesh 52 civili che cercavano di lasciare la zona assediata. Sono cento, forse duecento mila ancora bloccati. C’è chi spera di venire ucciso per non morire di fame. Emergono intanto le verità nascoste: lo scorso marzo un raid aereo “chirurgico” degli USA ha abbattuto un intero palazzo per colpire due miliziani ISIS che si trovavano sul tetto. Bilancio, più di 150 persone morte per il crollo dell’edificio. La coalizione si scusa sostenendo che nel palazzo si trovasse dell’esplosivo.

Quello che è certo è che stiamo ricevendo sempre meno pazienti “rossi”, nonostante tutti riconoscano che questa fase finale della battaglia sia quella più devastante per i civili. Anche gli altri ospedali, sia quelli governativi sia quelli di ONG, ricevono sempre meno casi di emergenza. Che cosa ne sia dei feriti nella città vecchia di Mosul, piena di vicoli stretti e di tunnel sotterranei scavati dai miliziani, dove una parte della popolazione è sospettata di essere complice di Daesh e l’altra è tenuta in ostaggio, non ci è chiaro. È invece evidente l’intento del governo iracheno: non è prevista la detenzione per i miliziani Daesh, ne, tantomeno, c’è spazio per programmi di reinserimento sociale per eventuali pentiti. Da Mosul vecchia non uscirà alcun soldato dell’ISIS vivo.

È iniziato il Ramadan. “O voi che credete! Vi è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio”. Un mese di digiuno, “il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza”, dal sorgere del sole fino al tramonto.

Io, quello che posso fare, è cercare di non scolarmi la borraccia proprio in fronte al mio staff locale. Di più non riuscirei. Pace.

Gattino

Questa mattina ho sfiorato il nirvana: l’aria fresca del mattino entrava dalle finestre della “base”, la tromba di Miles Davis faceva le fusa mentre sorseggiavamo il caffè della moka appena versato. Basta poco, nel momento giusto. La notte è stata tranquilla, anche se ieri sera si sono sentiti diversi colpi di cannone. Hanno anche sparato molto, ma fucili e mitragliatori sono la normale colonna sonora della città dopo il tramonto. Dicono che, spesso, siano spari rituali, sventagliate verso il cielo per celebrare matrimoni o lutti.
Ho finito la seconda settimana, ormai sono entrato nel ritmo e mi sento complessivamente bene. Il team è piacevole, anche se le differenze di età non facilitano l’aggregazione: i due chirurghi sono entrambi settantenni, molta parte del gruppo degli espatriati è giovane, intorno ai trent’anni. In mezzo ci siamo i due anestesisti e pochi altri.
Le condizioni di vita alla “base” non sono facili, condividiamo spazi ristretti e con poche comodità. Va meglio quando torno alla “house”, una sera ogni due, dove non abbiamo connessione internet, ma almeno posso dormire in un letto che è identificato come mio. Siamo in una stanza doppia, io e il mio omologo, ma siccome dormiamo alternati uno alla “base” e uno alla “house”, è come se avessi una stanza singola. Poi abbiamo un piccolo spazio all’aperto dove poterci intrattenere godendo il fresco della sera e dove ho fatto amicizia con Gattino, un gattino scheletrico in cerca di coccole e di cibo.
Nella mia camera ci sono dei buchi nel muro, a ricordo della battaglia con cui, l’inverno scorso, è stata liberata Hammam al-Alil, la città termale: “Hammmam” significa “bagni”, “al-Alil” vuol dire “freschi, terapeutici, per i pazienti, per curare la pelle”, a seconda di chi lo traduca. Il senso è che ci sono le terme. Erano state chiuse, come da copione, durante l’occupazione di Daesh, ma sembra che abbiano riaperto recentemente. Temo che me ne andrò senza averle provate, così come non riuscirò a vedere le rovine di Ninive o a fare il bagno nel Tigri.
In realtà nel Tigri mi ci lavo, visto che l’acqua che scorre nei rubinetti arriva direttamente dal fiume, senza alcun trattamento. Dopo il primo incidente gastrointestinale di dieci giorni fa ho deciso di non mangiare più verdura cruda o frutta che non possa essere sbucciata, visto che anche vegetali e frutta vengono lavati con la stessa acqua. Ieri ho ceduto di fronte alle albicocche. Ne ho sbucciate due, poi mi sono sentito un po’ idiota e ho continuato a mangiarne altre con la pelle. Sarà che le albicocche sono blandamente lassative, sarà che l’acqua in cui erano state lavate racconta millenni di storia insieme a milioni di coli, oggi ho maledetto albicocche e Tigri tutti insieme.
Intanto a Mosul c’è chi l’acqua deve scavarsela da solo come racconta questo articolo della Reuters: http://news.trust.org/item/20170511182155-094j2
Per capire, anche solo un po’, che cosa sia vivere sotto Daesh, consiglio invece questo breve video, che trovate sul sito di Internazionale: http://www.internazionale.it/video/2017/05/23/mosul-guerra-bambini
A proposito di bambini, questo è uno dei miei! http://news.trust.org/item/20170525140409-84hq4
Buona notte!

Manchester, Iraq

Torno a casa percorrendo a piedi lungo l’unica via che mi è concesso utilizzare, una manciata di metri che mi separano dall’ospedale. Il sole scompare proprio in fondo alla strada, colorando di rosso le montagne di sabbia. Un fumo nero si alza da Mosul. I bambini, dal marciapiede, fanno le gare di coraggio gridandomi “ellòo!” e nascondendosi poi, vergognosi, dietro gli amichetti. Abbiamo appena terminato l’“expat meeting”, il momento formale in cui il capo progetto aggiorna tutti gli espatriati sulla situazione locale e sulle prospettive future. Siamo in 19, 12 sanitari e 7 logisti. Molti italiani, 6. Pierre, esperto di sicurezza, ha illustrato le nuove misure implementate per limitare i danni in caso di un attacco suicida nell’ospedale, il rischio maggiore che si corre in un contesto come questo. Nei prossimi mesi, dopo la riconquista di Mosul e lo smantellamento di Daesh in questa parte del paese (a questo indirizzo http://isis.liveuamap.com trovate un aggiornamento giorno per giorno delle operazioni militari), i rischi potrebbero addirittura aumentare, per la presenza consistente di armi e per l’azione di cellule indipendenti di fanatici.
Limitare i danni, già, cioè far sì che siano coinvolte meno persone e strutture possibili, perché ridurre a zero il rischio di un attentato è impossibile.
Il pensiero va a Manchester. E va ai bambini e ai ragazzi ricoverati all’Hammam al-Alil Hospital. Ne vedo tanti che, come i loro coetanei di Manchester, porteranno per sempre nel loro corpo i segni di una violenza incomprensibile che li ha colti in un momento straordinario della loro vita. Un momento in cui non esistono sfumature, in cui ci sono solo “buoni” e “cattivi”. Sta a noi, un po’ più grandi, aiutarli a capire la complessità della vita e a permettergli di rigettare facili messaggi di odio.
Grazie a chi, sabato scorso, ha partecipato alla marcia di Milano #InsiemeSenzaMuri. Perché è questa l’unica risposta a Manchester. #WeStandTogether

MUST

La vita scorre tranquilla all’Hammam al-Alil Hospital.

Il cuore dell’ospedale è il MUST (Mobile Surgical Unit), una sala operatoria, con annessa centrale di sterilizzazione e sala di osservazione post-anestesia, tutto costruito su camion. Sono cinque container collegati tra di loro, trasportati qui già attrezzati. Un blocco operatorio mobile, chiavi in mano. Gli spazi interni non sono ampi, ma sono molto funzionali. Altri due container ospitano la farmacia e le attrezzature logistiche (tutto ciò che serve per rifornire di acqua e corrente una sala operatoria). Attorno ci sono le tende: una per la decontaminazione, due di pronto soccorso (codici rossi – pazienti gravi – e codici gialli – pazienti meno gravi -), una seconda sala operatoria e quattro tende che ospitano i pazienti. Una è dedicata ai nuclei famigliari, perché capita spesso che giungano più persone ferite, soprattutto bimbi, della stessa famiglia. In fondo al campo svetta la “big tent”, la grande tenda, che è stata montata successivamente e che accoglierà a breve due nuove sale operatorie, più ampie, più confortevoli e con maggiori garanzie di pulizia, dove potremo iniziare un progetto ortopedico e di chirurgia plastica.

È bello il mio ospedale, me lo guardo dall’alto alla sera, dalla terrazza della casa dove dormo quando sono reperibile, e mi piace.

Per ora la mia sala operatoria preferita è quella nella tenda, perché nel camion picchio la testa dappertutto e inciampo nei cavi (tranquilli, non è un sintomo allarmante, mi capita anche in Italia).

Ieri, in tarda mattinata, ha iniziato a soffiare un vento torrido, che ha alzato nuvole di polvere. Il cielo è diventato giallo, l’orizzonte è scomparso. La sabbia si è posata dappertutto ed è rimasta appiccicata sulla pelle, che non si asciuga mai, fino a sera. Il canto del muezzin avvolto dalla sabbia sembrava ancora di più il grido di dolore di una terra che, da troppe generazioni, non conosce la pace.

Oggi, di nuovo, cielo azzurro.

Che cosa è uguale

Tante cose sono uguali al mio lavoro a Genova.
Vedo tanti bimbi in sala operatoria, è questo è uguale. Sono molto spaventati e anche questo è uguale. Hanno i piedini scoppiati per una bomba oppure la pelle piena di schegge e questo è diverso. Iniziano ad arrivare bimbi malnutriti o fortemente disidratati. Questo da noi non è comune. Si restringe la linea del fronte, diminuiscono i casi “rossi”, cioè quelli che richiedono interventi di emergenza, ma aumentano quelli che hanno bisogno di cure e che non sanno dove andare. Si diffonde la voce che qui c’è un ospedale che cura tutti e così iniziano a bussare al nostro cancello raggiungendoci in macchina o a piedi, mentre prima solo le ambulanze erano solite portarci i feriti.
Lavoro tante ore è questo è uguale. No, non è vero, qui lavoro di più. Sono reperibile ogni due giorni e questo è diverso. Siamo due squadre, un anestesista e un chirurgo per ogni squadra. Ci alterniamo una notte a testa. Il mio chirurgo è di Parma, quando parla sembra Guccini. Parla un inglese perfetto, con stile e pacatezza. Poi si sfoga in italiano con un rosario di imprecazioni che fanno tremare il cielo. Usciamo di casa al mattino alle 7, andiamo alla “base” dove incontriamo i colleghi che hanno fatto la reperibilità di notte e con loro iniziamo il lavoro. Poi, alla sera, tocca a noi fermarci alla base per dormire di fronte all’ospedale e ritorniamo a casa dopo 36 ore. La casa è più rilassante, ma non c’è internet. In più ci sono le gang di cani randagi, che lottano per il controllo del territorio, a cullare i miei sogni. Tanto vale dormire alla base.
Ogni tanto non condivido le decisioni dei miei capi: anche questo è uguale alla mia quotidianità.
Soprattutto non c’è nessuna differenza di cultura o di latitudine quando devi dire a un papà che suo figlio è morto mentre tentavi di salvargli la vita in sala operatoria. Quel padre che dignitosamente ti ha affidato suo figlio con una pallottola nel cuore, cui hai messo una mano sulla spalla e che hai rassicurato con un sorriso. Lo stesso padre a cui, dopo sudore e maledizioni, vai incontro per dirgli che non ce l’hai fatta a restituirgli il figlio vivo. Ecco, quel padre, quello è uguale. Sempre. Quello sguardo in cui improvvisamente si spegne la luce, quello sguardo è uguale in ogni paese del mondo.

Piccola storia della guerra a Mosul

Qualcuno dice che Mosul sia la seconda città dell’Iraq, dopo Baghdad, qualcuno dice sia la terza. Quello che è certo è che è una grande città, di circa un milione e mezzo – due milioni – di abitanti. Le dimensioni della città e la posizione strategica nel nord dell’Iraq, hanno reso Mosul una meta ambita per Daesh o Isis, che nasce per ripristinare il califfato a cavallo tra Siria e Iraq e che proprio a Mosul ne ha proclamato la realizzazione. Isis significa appunto “Islamic State of Iraq and Syria” e dalla Siria, dove è nato, si è spinto a est, spingendo davanti a se folle di profughi in fuga. Che cosa sia Isis e come abbia fatto a prendere potere è una questione che richiede di capire che cosa fosse l’Iraq prima delle due invasioni degli USA e alleati, che cosa ne sia stato dopo, i rapporti di forza tra popolazione sunnita e militari sciiti, il ruolo dei Curdi iracheni e del loro esercito Peshmerga, il caos siriano, le pressioni dei paesi limitrofi, primi tra tutti Iran e Turchia, e i convitati di pietra, Russia e Stati Uniti soprattutto.
Quello che è certo che nel 2014 Isis conquista in poche settimane Falluja, Mosul e Tikrit, impossessandosi di quantitativi enormi di armi lasciati sul terreno dall’esercito iracheno in fuga e arricchendosi con i pozzi di petrolio del nord dell’Iraq.
La strategia è nota: occupa, distruggi, uccidi, terrorizza, prendi il bottino, fai proseliti e via verso la meta successiva.
Per chi volesse, consiglio fortemente questo capitolo dedicato all’Isis contenuto in un lungo, ma stupendo, speciale pubblicato da Repubblica lo scorso anno “Terre spezzate: viaggio nel caos del mondo arabo”: http://www.repubblica.it/esteri/2016/08/18/news/terre_spezzate-146064379/#is
Dal 1992, con la nascita del Governatorato del Kurdistan iracheno, esercito iracheno e peshmerga curdi hanno perseguito interessi diversi, ma, a un certo punto, hanno capito che non c’era scelta: messe da parte le diffidenze reciproche, si sono alleati e hanno iniziato a riprendersi, città dopo città, i territori rubati dall’Isis.
Lo scorso mese di ottobre, dopo più di due anni di occupazione, le forze alleate hanno iniziato la battaglia per la riconquista di Mosul. Hanno liberato quartiere per quartiere, scovato cellule di miliziani casa per casa e ripulito dai cecchini strada per strada. All’esercito iracheno e ai suoi compagni rimane da fare un ultimo sforzo, la zona del centro storico a ovest del Tigri. Dicono che il governo voglia farla finita una volta per tutte e riprendersi Mosul in due settimane. Non esiste alcuna operazione chirurgica: si va di mitragliatrici, granate e mortai. Nessuno sa con certezza quante persone siano intrappolate nella morsa della battaglia. I civili hanno già pagato a carissimo prezzo l’occupazione prima e la liberazione adesso. Pagheranno ancora nei prossimi giorni.
Ecco perché siamo qui.

Ninive

“Alzati, va’ a Ninive, la grande città.”
Eccomi qui.
Viaggio emozionante attraverso la “mezzaluna fertile”, lungo il corso del Tigri, che traccia una corridoio verde di vegetazione in mezzo al deserto grigio di pietre. Ragazzi che pascolano pecore lanose. Villaggi polverosi colorati dai banchetti dei fruttivendoli allineati lungo la strada.
Case di pietra che si mimetizzano con il paesaggio: molte sono solo scheletri abbandonati a metà della loro costruzione, alcune sono distrutte, ma non si capisce se per l’incuria o per una bomba. Fori di pallottole nei muri, ma non è dato sapere a quale guerra risalgano. Check point frequenti con soldati svogliati avvolti nello loro divise tecnologiche. Nulla, in realtà, dice in modo convincente che siamo in guerra.
Fino a quando compaiono in lontananza appezzamenti immensi ricoperti da tende bianche. Campi profughi. Famiglie scappate dal terrore. Quello illustra meglio di tante altre immagini che cosa stia succedendo qui.
Le strade si fanno più trafficate, le case si addensano, fiumi di studentesse che escono da scuola indossando il loro velo nero.
Infine dei blocchi di cemento, un muro alto, un cancello bianco con il logo rosso a me famigliare: il mio ospedale.